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Articolo su aumento prezzo del pane

Salve, dal lettore attento ed estimatore della testata, non poteva passare inosservato l’invitante aspetto della cesta di pane appena sfornato a corredo dell’articolo riguardante l’aumento del prezzo del pane. Un articolo intervista con tante inesattezze e contraddizioni, o, quantomeno, con verità enfatizzate all’inverosimile.

Partiamo dal principio, quindi da una batosta evitata o quantomeno poco preoccupante per le famiglie… Comparare la maggiore spesa con i tempi in cui si consumavano 400 grammi procapite di pane è una assurdità volta a complicare la lettura: chi comprava cinque panini ieri oggi avrà un rincaro di 0,60 € al chilo avendo una maggiore spesa di 0,30 € rispetto al giorno precedente e non di tre centesimi.

Così continua scrivendo che si rischia di chiudere i battenti quando invece la maggior parte delle 500 aziende panificatrici distribuisce pane a destra e a manca ad un prezzo che rasenta la metà del prezzo di vendita al dettaglio… Sarà forse questo il motivo per cui molti sono sul orlo del baratro? E ancora sull’aumento del prezzo finale si scrive che incidano gli aumenti delle materie prime: la xylella? Perché il pane “comune” oggetto dell’aumento necessita dell’olio d’oliva in produzione?

E poi, nel 2007 2008 le farine ebbero un’impennata dei prezzi ben più pesante di quella attuale e parliamo di 8/10 € al quintale. Continuando nell’analizzare l’articolo si giustifica l’aumento con la liberalizzazione delle licenze, fatto politico risalente al 2007, e ce ne si accorge solo ora? Eppure chi ha rilasciato tali dichiarazioni, in qualità di presidente dell’associazione di categoria, credo sia anche il rappresentante delle numerose attività di panificazione nate negli anni del decreto Bersani...

A questo proposito mi viene spontaneo chiedere perché chi produce “pasticcini“ possa avere una concorrenza, utile tra l’altro ad aumentare il livello qualitativo del prodotto, mentre chi produce “panini“ debba far parte di una casta ristretta a pochi fortunati eletti? Concludo dicendo e affermando con cognizione di causa che invece di portare il pane in piazza sia più auspicabile giustificare l’aumento del prezzo del prodotto con la necessità di dare il valore che merita all’elemento principe delle nostre tavole. Con stima.

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