Il tour di "8", il legame con il Salento, l'Europa. Intervista a Max Casacci dei Subsonica

Il 14 agosto la famosa band è attesa nel piazzale dell'ex convento degli Agostiniani, a Melpignano per un concerto speciale: ricorre il ventennale di "Microchip Emozionale" e sarà riproposto anche lo storico album

Foto di Pasquale Modica.

LECCE – Tra i tanti appuntamenti musicali dell’estate, il concerto in programma il 14 agosto nel piazzale dell’ex convento degli Agostiniani, a Melpignano, assume un sapore particolare. Il perché è presto detto: i Subsonica, gruppo tra i più longevi in attività, sono da molti anni ormai protagonisti assoluti della scena italiana e con il Salento hanno un rapporto privilegiato.  

Il responsabile di questo legame particolare è Max Casacci, il chitarrista, che 30 anni fa, al Babilonia di Torre Sant’Andrea si esibì con gli Africa Unite in un concerto divenuto fondativo di una memoria condivisa e che sarà doverosamente celebrato tra poche settimane. Non è un caso, del resto, che lui e Bunna, il cantante degli Africa, abbiano eletto quella zona del Salento Adriatico come un rifugio costante e necessario. Entrambi, con le rispettive formazioni, sono tornati più volte a suonare nella splendida insenatura. Con Max Casacci (nella foto di Pasquale Modica, sotto, durante il tour invernale) abbiamo fatto una chiacchierata telefonica durante uno degli spostamenti della band che, quasi inutile dirlo, sta raccogliendo consensi unanimi nel tour estivo.

Dopo le date di Roma e quella di Napoli, planiamo nella distesa dell’ex convento degli Agostiniani, a Melpignano. Lì ci sarà il 14 agosto uno dei quattro live speciali per il ventennale di Microchip emozionale. Sbaglio se dico che dietro c’è la tua mano?

“Abbiamo pensato a una ideale distribuzione geografica nel Paese: la nostra Torino al Nord, Roma al Centro e Taormina, rappresentativa dell’Italia insulare. In effetti sulla scelta di Melpignano, per il Mezzogiorno, non sono del tutto innocente: sono il frequentatore più assiduo del Salento, sono stato una sorta di padre pellegrino che ha aperto la via a tutti gli altri e posso dire con piacere che, tra le date di questo tour, tutti ci concederemo qualche giorno di vacanza. Ma c’è anche un’altra ragione: il piazzale degli Agostiniani rappresenta un luogo molto significativo, come lo è stato il parco della residenza di caccia di Stupinigi, costruita all’inizio del XVIII secolo per i Savoia, come lo è il teatro antico di Taormina dove suoneremo il 28 luglio”.

Insieme a quell’album oramai storico suonerete “8”, l’ultima produzione che rappresenta una sorta di rinascimento, di ripartenza, per un gruppo che, come dice il titolo stesso di uno dei brani, era arrivato a un “punto critico”. Su quale musica avete trovato questa nuova effervescenza?

“Quel pezzo appartiene a quel tipo di canzoni che giocano con la circolarità del tempo. Rimettendo insieme le energie, dandoci appuntamento ideale con un tempo che ritorna, siamo entrati in una fase nella quale certe sonorità degli anni 90 riemergono in maniera forte e si propongono come attuali. Abbiamo, insomma, ritrovato la forza cercandola negli esordi, coniugandola con la suggestione di un tempo che fa tornare quella fase come protagonista dei nostri giorni”.

Di forte impatto, spettacolo nello spettacolo, è l’impianto scenografico. Il rapporto tra suono e immagine è mutato rapidamente tanto quanto il progresso tecnologico: come si governa questa relazione?

“Noi siamo sempre stati molto scrupolosi nella scelta delle immagini. Fa parte della nostra storia, delle aspettative del pubblico che ci segue e con l’evoluzione delle possibilità a nostra disposizione, cerchiamo di accompagnare il nostro percorso sonoro a figure che possano interpretarlo in modo significativo. Da un lato la scelta di avere tante opzioni ha un risultato fortemente impattante dal punto di vista sensoriale: c’è una regia che elabora e modifica le nostre immagini da telecamere remote. Dall’altro intrecciamo relazioni con figure vicine a noi, a cui lasciamo completa libertà d’azione dopo un semplice confronto iniziale: così nasce la collaborazione con Donato Sansone, con Gabriele Ottino. Questo ci permette di essere costantemente oggetto di attenzione da parte dei professionisti dell’immagine. La squadra tecnica che ci consente una tale spettacolarizzazione è cresciuta con noi negli anni ed è, allo stesso tempo, anche una grande palestra che offre sempre nuovi spunti. Il palco di “8” è disegnato dal light designer Jordan Babev, che si è poi trasferito a Londra e ora segue il tour degli Editors. È un incubatore di talenti che ci fa lavorare in maniera sperimentale su una dimensione pop e questa è una cosa che in Italia pochi possono garantire. I nostri tecnici, penso per esempio a Mirco Veronesi sono richiestissimi ogni volta che abbiamo una pausa e questo è motivo di orgoglio per noi”.

Willie Pejote è l’artista chiamato in causa per l’unico featuring dell’album. Puoi farne un ritratto, personale e musicale, per coloro che ancora non lo conoscono abbastanza?

“La mia conoscenza personale si lega a un episodio molto curioso: negli anni 80’ producevo diversi gruppi torinesi e un giorno uno di questi mi invitò nella sala prove per farmi sentireil nuovo materiale. Io ci andai con un registratore tascabile. Mentre il volume era al massimo, entrò un bambino, a gattoni, e il padre, che era i batterista, mi disse di non farci caso perché tanto il piccolo era abituato. Trent’anni dopo, in uno concerti sold out di Willie a Torino ho riconosciuto quel batterista e gli ho chiesto cosa ci facesse lì: lui ha indicato il palco e mi ha detto che si trattava di suo figlio”.

“Dal punto di vista musicale Willie andrebbe in heavy rotation al circolo Giancarlo dei Murazzi di Torino (locali affacciati sul Po, ndr), se ancora ci fosse. Lo caratterizzano la ricerca del suono, il rigore per il groove, l’uso delle parole sentite non solo come ricamo ma come veicolo per rivelare la propria posizione rispetto al mondo. Facciamo cose molto diverse, abbiamo età diverse, però tutti questi tratti e un forte attaccamento territoriale, segnato da affetto controverso verso la nostra città, ci rendono molto empatici. Tra l’altro ha sempre dichiarato che il nostro primo album, Subsonica, è stato il suo preferito e per me lui rappresenta, sebbene come punta di un icerberg, la rigenerazione della scena musicale torinese”.

Alla fine del 2018 nove date europee in due settimane, una sorta di esplorazione umana che è stata molto di più di un tour. Il 31 dicembre, nel consueto messaggio presidenziale, hai palesemente lanciato un messaggio europeista, politico in senso alto. Che bilancio fai dopo oltre sei mesi da quell’appello e alla luce di risultati elettorali delle elezioni di maggio? Come sta il Vecchio Continente e dove ti auguri che possa andare?

“Immediata si è imposta la consapevolezza che la percezione che qui da noi si ha dell’Europa è lontana anni luce da quella che hanno gli italiani all’estero e, in generale, i giovani europei. L’Europa che sembrava così infragilita dai sovranismi e dai nazionalismi non ha ceduto. In Italia l’ondata antieuropeista si è affermata per una questione puramente nazionale, senza alcun esito su larga scala. Tra l’altro mi pare che l’idea di Europa abbia vinto in chiave molto giovanile, come dimostra il successo dei verdi che in questo momento sono un orientamento di un senso costruttivo. I ragazzi percepiscono le questioni ambientali come una drammatica emergenza e la risposta la vedono solo nell’Europa. In Italia non c’è traccia di tutto questo. Per noi, dunque, è stato presto evidente questo scollamento, lo stesso che constatiamo adesso rispetto alla formazione delle istituzioni europee per colpa di chi ci sta governando in modo antistorico. Io credo in un Repubblica Europea, che non è quella dominante dei vincoli di bilancio, ma quella che tutela i diritti e garantisce protezione, che è unita contro sfide globali, che agisce tempestivamente per le emergenze climatiche”.

(Biglietti in vendita sul circuito Ticket One)

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