Carlo Calcagni abbandona il ciclismo per vincere la sua gara più importante

Campione sulle strade e fuori, l'elicotterista, vittima dell'uranio impoverito nelle missioni in Bosnia, abbandona le corse con un messaggio su facebook, per salvaguardare il cuore ed affrontare al meglio le delicate cure

Carlo Calcagni (dal profilo di Fb)

GUAGNANO – Il ciclismo è stato il suo karma per anni. Ma per Carlo Calcagni è arrivato il momento di scendere dalla sua bici da corsa. Niente più saliscendi per strada, sprint, frenate sulle curve, cuore e sudore sui pedali per raggiungere il traguardo, prima degli altri. C’è una lotta più importante, una gara estrema da affrontare nel suo lungo e personalissimo Calvario e serve tutto il suo talento, la sua determinazione, quella che lo ha sempre contraddistinto.

Lui non è uno qualunque: è abituato a calcare la terra, saggiando l’asfalto, con la stessa abilità con cui ha solcato i cieli, nutrendosi di nuvole e di visuali privilegiate. Un uomo dalle mille vite, forse dalle mille risorse, che è stato soprattutto un pilota, prestato alle due ruote, per cause di “forza maggiore”, verrebbe da dire. “Fatalità” spiegherebbe qualcuno, provando a chiuderla lì con vergognoso pressappochismo. Non può bastare. Troppo comodo argomentarla così. I discorsi sarebbero lunghi, complessi. Poco concilianti.

Fatto sta che un campione vero ha deciso di lasciare il ciclismo. Lo ha annunciato con una lettera amara, struggente, affidata ad un social network, dove prova a spiegare le ragioni, fin troppo evidenti. Quelle della testa, che comanda e con ragionevolezza dice che è tempo di farlo, e quelle del cuore, che un po’ su quella bici, fedele amica di anni di sofferenza, vorrebbe ancora pedalare e dar fiato alle gambe. Cuore e sudore, ancora una volta, ad issarsi sui pedali.

La notizia arriva da quel podio “scomodo” che è una clinica inglese, dove il maggiore ed elicotterista dell’esercito si reca sempre più spesso per sottoporsi a delicate e specialistiche terapie. Non è una storia qualunque la sua, da quando quel 30 ottobre 2007, è stato riformato per il 100% a causa di un’invalidità sopraggiunta, frutto di gravi infermità contratte in missioni internazionali.

Era stato in Bosnia, dove c’era la certezza, come in molti paesi dell’Est, che i contingenti americani avessero utilizzato l’isotopo u-236 per rafforzare l’effetto dei propri proiettili. Più di cinquanta ore di volo, per preparare le mosse, inalando una polvere dannosa, che oltre ad impastargli la bocca, gli ha avvelenato il corpo. Il suo sangue e i principali organi vitali hanno subito una contaminazione da “metalli pesanti”, tossici sia a livello fisico, sia a livello chimico, sostanze non biodegradabili ed altre radioattive.

Le infezioni accertate riguardano fegato, midollo, tiroide, ipofisi, bronchi e reni. Solo dopo quattro anni, diversi accertamenti e varie biopsie, si è scoperto il nesso tra la sua patologie fisiche e l’esperienza bosniaca. Da allora, è iniziato il suo pellegrinaggio in Inghilterra: al dolore fisico, si è aggiunta la problematicità di dover scontare le controversie della burocrazia italiana, che non lo hanno facilitato nelle sue condizioni di “malato”. Questo non è bastato neanche a togliergli la voglia di rappresentare davanti alle istituzioni la voce dei diritti di tutti quei soldatiIl capitano Carlo Calcagni, elicotterista, vittima da possibile contaminazione durante le missioni in Bosnia del '95-2-3, che, come lui, vivono lo stesso dramma e su cui spesso e volentieri, anche nelle “stanze dei bottoni” (o soprattutto lì), si vuol far calare una cortina di omertà.

Le due ruote sono state l’occasione del suo “riscatto”, anzi, forse semplicemente della sua “seconda vita” o della “terza”. Per un uomo dalle mille vite non può essere altrimenti. La passione si è unita alla volontà di continuare a godere delle emozioni agonistiche, nonostante la “retrocessione” tra i cosiddetti “diversamente abili”. Calcagni oggi abbandona la bici, per via della fatica a cui il suo corpo, a causa della malattia, è costantemente sottoposto e, sebbene il desiderio di combattere sia ancora grande. C’è un limite che non può essere umanamente valicato.

Il militare ringrazia, nella sua lettera, quanti lo hanno sostenuto, gli avversari sulla strada, i compagni di squadra, la sua famiglia, gli amici, ripercorrendo idealmente gli anni trascorsi in sella, dove sono arrivate tante soddisfazioni agonistiche e simboliche con ben 300 vittorie, 15 titoli di campione italiano assoluto e 2 mondiali.

“Il mio cuore – scrive - va salvaguardato, la mia vita è a rischio, non è più in grado di resistere ai ritmi imposti dagli allenamenti e dalle gare; dunque è questo il momento della scelta, il momento di fare una rinuncia dal sapore amaro. Lasciare le corse e pensare sempre di più a stare in pace con il mio fisico che ha bisogno di assoluto relax”.

In realtà, Calcagni abbandona solo fisicamente la bici, perché un corridore vero non scende mai di sella, nemmeno quando la salita appare la peggiore da scalare, l’asfalto brucia le restanti forze e le ruote s’inceppano come ingranaggi impallati. Mette cuore e fiato, oltre la potenza delle gambe, che non reggono il ritmo dei pedali. La sua gara continua. La sua sfida è ancora da affrontare. E lui, c’è da scommetterlo, al traguardo vuole arrivare sollevando ancora le braccia. Perché cuore e sudore spingono oltre ogni ostacolo.

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