Chiricò escluso: l'Us Lecce sceglie la via dell'unità "con e tra i tifosi"

Il club ha deciso di "non rendere disponibile" il calciatore inviso a una parte dei sostenitori. Fino ad una eventuale cessione, non vestirà più la maglia giallorossa

LECCE - L'avventura di Mino Chiricò in giallorosso è durata un quarto d'ora circa, il tempo necessario a capire che con la sua presenza in campo l'equilibrio ambientale si sarebbe rotto. Come si fa col metodo scientifico, il riscontro empirico, cioè la prova dei fatti, ha dato il suo esito: gli effetti collaterali sarebbero stati potenzialmente letali, nel rapporto con una parte della tifoseria, quella più calda ma anche quella più presente al fianco della squadra. Da non sottovalutare nemmeno le crepe che si sarebbero potute consolidare all'interno dell'Us Lecce intorno a un caso vissuto con sensibilità diverse.

La decisione di "non rendere disponibile il calciatore Chiricò" - comunicata con una nota stampa cartacea consegnata in tarda mattinata ai cronisti presenti al Via del Mare - non si spiega solo con l'analisi costi-benefici ma, probabilmente, anche con la consapevolezza di essersi infilati con una certa leggerezza in un cul-de-sac per uscire dal quale era necessario un sacrificio, quello considerato minore. Tramontata, con il mantenimento del format della serie B a 19 squadre, l'ipotesi di una cessione in extremis che creasse plusvalenza, i nodi sono venuti al pettine.

In questo senso, il comunicato non lascia spazio a dubbi: "La società tutta ritiene opportuno, per preservare il clima di serenità e unità con e tra gli stessi tifosi che è stato determinante, nell'ultimo anno, per raggiungere gli obiettivi prefissati, di non rendere disponibile il calciatore Chiricò, nella speranza che questa situazione possa essere definita nel modo migliore. Pensare di affrontare l'intero campionato di serie B (definitivamente a 19 squadre e con ben 4 retrocessioni) in un clima di divisione ridurrebbe drasticamente le possibilità di raggiungere il risultato sportivo, vanificando gli sforzi compiuti da tutte le componenti fino a questo momento".

Per come si erano messe le cose, non poteva esistere la soluzione perfetta che desse totale soddisfazione a tutte le parti interessate. Nel calcio, come nella vita, non tutti sono disposti a perdonare e anche le scuse più sincere possono essere inutili per riallacciare i nodi di una storia. A "carico" di Chiricò non c'era infatti solo una foto che lo ritraeva in piscina il giorno dopo la sconfitta nella finale play off con il Carpi,  nel lontano giugno del 2013, ma un atteggiamento provocatorio esibito negli anni successivi tutte le volte che il calciatore ha incrociato le maglie del Lecce.

Con questo bagaglio di recidive è tornato nel Salento, trovando però il muro eretto da una componente che, nel bene e nel male, non sopporta le mezze misure. Non tutto si può spiegare razionalmente, tanto meno questo meccanismo di estremizzazione dei sentimenti e dei comportamenti che rendono il calcio, nonostante tentativi di omologazione e di riduzione a unità replicabili come si fa in una catena di produzione, qualcosa di unico e maledettamente complesso.

E tra la tentazione di spiegare quanto accaduto con l'ipotesi del cedimento a un ricatto bello e buono oppure con quella di un tutto sommato salutare "giustizialismo", va considerata quella, più normale e meno seducente dal punto di vista polemico, dell'affermazione del buon senso che è la capacità di fare ragionevole sintesi di tutto cio che è e non di tutto ciò che ciascuno di noi vorrebbe che fosse.

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