Terzapagina. La mitica “Nove colli”: diario salentino di una passione a due ruote

Il 18 maggio, sull'Appennino tra Romagna e Marche, si è corsa la 44esima edizione di una gara leggendaria per gli amatori. Alla partenza di Cesenatico erano in 12mila: circa 400 da tutto il Salento. Il racconto di uno di loro, Alessandro De Matteis

@TM News/Infophoto

LECCE - Chissà perché uno sceglie il ciclismo come sport da praticare. Ci si sveglia la mattina all’alba, si convive con una fatica a volte senza ragione, ci si confronta con gente con 20 anni e 20 chilogrammi meno di te.

Sarà perché sfidare la fatica, andare un metro oltre il proprio limite, è la metafora della vita vera, sarà per non arrendersi al tempo che passa, in tanti e sempre di più ci candidiamo al supplizio.

Tra i ciclisti amatori c’è una gara, la “Nove colli” di Cesenatico, dal sapore mitico, un po’ la maratona di New York di chi va in bici per passione, la tua finale di coppa dei campioni, una volta all’anno, a maggio.

Mica facile esserci, d’altronde. Ci si iscrive a novembre, on line come si usa fare adesso: 50mila richieste da tutto il mondo per 12mila partenti, più di 2mila stranieri dall’Australia al Congo, e uno scenario, L’Appennino romagnolo-marchigiano, dove Pantani alimentava le sue gesta agonistiche.

E da quel giorno di novembre iniziano i compiti a casa, le ore da passare in bici per arrivare al 18 maggio in grado di vincere sfida con se stessi, sfidando i 208 chilometri e 4mila metri di dislivello dell’intera gara, o i 133 chilometri e 2mila metri di dislivello del cosiddetto percorso medio.

Appena dieci anni addietro dal Salento si muovevano pochi pionieri, tra cui due mitici imprenditori leccesi (Massimo e Roberto, oggi alla loro decima partecipazione), veri antesignani di queste grandi feste della bici. Siamo partiti in più di 400, un esercito di persone dalle caratteristiche e possibilità più diverse, segnale inequivocabile di una rinnovata modernità per questo mezzo, la bici, così tecnologico eppure dal cuore così antico.

Giovani e, soprattutto, “vecchi ragazzi” con i loro gioielli a due ruote nella macchina, amate quasi come i familiari più prossimi, partono per la gita scolastica 30 anni dopo, scherzano in autogrill, favoleggiano di medie, scatti in salita e altre amenità, sapendo benissimo che l’unico obiettivo concreto è arrivare tutti interi al traguardo.

A Cesenatico ci si ritrova alla grande fiera della bici da corsa allestita per l’occasione. Ci sono tutti i 12mila, quelli che assomigliano a Contador e quelli che di Contador ne farebbero tre, le loro famiglie e i loro bambini e una passione per la bici sconfinata, contagiosa, meravigliosa.

E poi tutti a cena con gli amici di avventura: la pasta in bianco in quantità industriale, la bresaola, le spacconate e i sorrisi ad un tavolo dove l’avvocato di grido e il disoccupato, il vecchio e il giovane, l’atleta e l’appassionato con la pancia, sono per una volta una cosa sola. Tutti a letto alle 10, con quella fatica a prendere sonno di quando eri ragazzo, di quando ti aveva sorriso o di quando ti aveva lasciato, di quando avevi il colloquio di lavoro, sensazioni che quasi non ricordi più.

E poi la sveglia alle 4, giù subito a fare colazione ingurgitando come una tortura ancora pasta in bianco, per non rimanere presto senza benzina.

La vestizione cercando di non scordare niente (antivento, barrette, gel, anti foratura, e la pompa, diavolo la pompa). Si monta in bici alle 5 di mattina che è ancora buio pesto e ci si va a mettere in griglia in attesa del via.

Quest’anno sai di avere un nemico in più, la bronchite, qualche linea di febbre che nascondi altrimenti non ti farebbero partire, tossisci come un vecchio arnese ma non vuoi arrenderti, sei arrivato fin lì per sfidarti un’altra volta. Il via dei migliori è alle 6 in punto, ma poi ne partono altri 12mila, griglia dopo griglia, e l’ultimo attaccherà lo scarpino al pedale solo un’ora dopo.

Nell’attesa il mondo intero, facce e accenti da ogni regione, lo sforzo di biascicare il tuo pessimo inglese con gli stranieri, le ragazze belle anche all’alba vestite da cicliste. E l’attesa, la paura, l’emozione di un esame da superare. Finalmente si parte, e il mondo si chiude in una bolla, parte la temibile prova con se stessi e con la propria soglia di fatica.

I primi 30 chilometri scorrono in un lampo, in pianura in mezzo al gruppo a folle velocità, sai che non devi esagerare, guardi il cardiofrequenzimetro, stai attento ai pericoli. E arrivi alla prima salita, dove inizia la gara vera. Cerchi il tuo passo, sbuffi, ti guardi intorno. Ogni tanto uno dei 400 salentini ti compare davanti e scatta un incoraggiamento reciproco, un sorriso. La salita sta per finire, incontri Claudio sul ciglio della strada, non è la sua giornata, sta tornando indietro.

La discesa è un attimo e arriva la seconda di salita, 9 chilometri, s’inizia a far sul serio. Roberto 1 ti passa lo saluti, sei felice per lui, pensavi non venisse per la febbre.  Metro dopo metro si fa più dura, provi a guardare il panorama per non pensarci, ma la fatica non ammette romanticismi.

Ancora un discesa in un battibaleno e arriva la terza salita. I primi 3 dei 6 chilometri sono salita vera, da grande giro. La fatica inizia a farti compagnia come la voglia di resistere alla febbre e alla tosse che ti tormenta. Incontri Fabrizio che tira il fiato e Roberto che sale a piedi sul ciglio della strada con la faccia già terrea, e malgrado il fiato serva, non fai mancare il tuo piccolo incitamento. Arriva la cima finalmente, guardi le centinaia di bici ferme al ristoro ma le forze ancora ci sono, decidi di proseguire.

La discesa ti porta ad un paese di struggente bellezza in mezzo all’Appennino dove il tempo si è fermato, sai che dopo c’è il vero scoglio, il mitico Barbotto, appuntamento fisso con la sofferenza vera. D’un tratto quello che non vorresti mai, la carezza della malasorte, senti la ruota dietro tentennare - hai forato maledizione -. In un attimo ti senti perso, forare il tubolare, vorresti sentire le maledizioni e le ingiurie del tuo meccanico, Marcello, faccia e parole da duro, un cuore grande così.

E invece te la devi sbrigare da solo con la tua incapacità cronica per i lavori manuali. Mentre prendi l’antiforatura, ecco la folgorazione. Vedi in lontananza l’assistenza meccanica, sorridi e continui con la ruota forata fin lì. Scendi, fai la scena di fare da solo, il meccanico ti vede e ti viene incontro, capisce, ti sposta via in fretta, fa lui. Pochi minuti e sei in strada, niente storie, inizia il Barbotto.

Maledetta montagna così crudele con i miei 80 chilogrammi, con la cima lassù che sembra l’infinito mondo. Pedali sotto il sole, cerchi un altro rapporto che invece non c’è, guardi la fatica degli altri per cercare solidarietà. Ma il peggio deve ancora venire. Il peggio è quell’ultimo chilometri al 18 per cento, praticamente una rampa di garage.

Eccolo, vai sull’ultimo rapporto e inizi a resistere, dopo 200 metri non ce la fai già più, sali a 7 chilometri orari, a piedi andresti più veloce. Resisti, sali sui pedali per non cadere, maledici di essere venuto anche quest’anno. Il cuore sembra scoppiare ma senti lo speaker in cima, la gente ai lati applaude come al giro o al tour anche se i primi son passati da una vita, inizia a farti male tutto ma la cima è lì, proprio lì non puoi mollare. Sei in cima finalmente, anche quest’anno hai vinto la tua sfida, il tuo traguardo è vicino.

Certo non riesci a prenderti in giro: il tuo sogno era fare il lungo, ma in quelle condizioni 133 km possono bastare. Ancora 40 chilometri, ancora cinque strappi micidiali e poi la discesa, e l’odore del mare e la fine. E’ il momento di dare tutto ma nel penultimo, al 15 per cento di pendenza arriva il mostro più temuto, il crampo alla gamba sinistra, doloroso come niente. Ti prende il panico ma sai che devi continuare a pedalare, il frullare della vicina discesa ti aiuterà a superarlo.

Bisogna soffrire e ancora soffrire pure stavolta, la tosse non ti da’ tregua ma in lontananza vedi il paese dove ricomincia la pianura, dopo 90 chilometri di Appennino, bello certo, ma troppo crudele per potertelo godere.

E lì ti ricordi che la bici per te è il mare, la tua litoranea, il vento è tuo fedele compagno di allenamenti e spingi sui pedali più forte che puoi, fottendotene del cardio e del crampo, la tua vittoria è a portata di mano. E allora Cesenatico in un attimo, il controviale lo striscione in lontananza, il rettilineo d’arrivo. E gli applausi della gente come se fossero tutti per te.

Cinque minuti meglio dello scorso anno con la febbre a 38 - dai non è così male -. E incontri Marcello 1 raggiante perché di minuti ne ha impiegati 20 di meno, e poi Roberto che ne ha fatti 20 in più - sei stato grande lo stesso -, fino a giovedì ti nutrivi di antibiotici. E Marcello, la nostra chioccia con la sua officina, che fregandosene dei 10 chili in più rispetto a quando era un atleta vero, ha fatto il suo meglio, a rivendicare un’antica nobiltà ciclistica. E ti complimenti con Francesco che ha iniziato solo da un anno, ma in quell’anno ha fatto il giro del mondo in bici per non sfigurare. E ti raccontano di Udo che si è fatto 9 chilometri a piedi con la ruota rotta ma non ha mollato e il lungo l’ha finito lo stesso e di Giuseppe che ha toccato il muro delle 7 ore sul lungo, pura fantascienza per te, lo stesso con cui ti alleni ogni tanto il sabato, talmente amico da non farti sentire la differenza. E poi arriva anche Massimo 1 che ha ripreso a pedalare da poco, ci ha messo un’eternità, ma la sua forse è la vittoria più bella di tutte. E il pasta party, le risate, gli scherzi, la passione di ragazzi che ragazzi non sono più.

Poi la festa finisce come tutte le feste, non restano nemmeno le cartacce, questa è l’ Emilia Romagna. La sera, con la scusa del fresco, costringi la tua compagna ad una semplice piadina in cima alla prima salita. Guarda qui come è pendente - qui potevo aumentare - la verità e che speravo di fare molto meglio, magari finire il lungo, o impiegare venti minuti in meno. Lei finge di ascoltarti attenta, ti sorride - pensa a mangiare adesso, sarà per il prossimo anno.

Già fatica bestia, il conto non è saldato. Ci vediamo il prossimo anno sperando di esserci ancora, a far finta di essere giovani, atleti, vincenti. Tempo che passa non mi avrai, c’è la mia bicicletta a farmi compagnia.

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