L'attesa del ritorno sugli spalti dopo 235 giorni, tra emozione e consapevolezza

Era il primo giorno di marzo quando il Lecce venne travolto da una splendida Atalanta. Da allora il calcio è diventato roba da addetti ai lavori. Stasera però anche il Via del Mare accoglierà mille tifosi

Una foto di Lecce-Atalanta del 1 marzo.

LECCE - Un silenzio inquietante, tale da consentire di distinguere il rumore dei tacchetti mente i calciatori salgono lungo le scale di accesso al terreno di gioco, le indicazioni degli allenatori, gli incitamenti dei dirigenti, gli scambi tra i calciatori, i moniti dei direttori di gara. Lo stadio al tempo dell'emergenza epidemiologica è come un contenitore sottovuoto, una simulazione in laboratorio, una stazione spaziale senza forza di gravità: c'è una palla che rotola e che rimbalza tra giocatori vestiti di colori diversi, ogni tanto si gonfia una rete, ma manca il contesto, l'atmosfera, l'aria in un certo senso. 

Lecce-Atalanta (2 a 7) del 1 marzo è stata l'ultima partita giocata a porte aperte: sugli spalti circa 20mila spettatori, di cui una ottantina arrivati al seguito della Dea e attesi da un dispositivo di sicurezza per misurare la temperatura corporea: non si era ancora ben compreso cosa fosse il Covid-19, ma a Bergamo e dintorni ci stavano già facendo i conti. Dopo quell'ultima giornata di normalità, in cui di straordinario ci furono solo lo spettacolo in campo e il risultato, lo sport si è fermato, come quasi tutto il Paese, e quando è ripartito, leccandosi le ferite, lo ha fatto solo per gli addetti ai lavori. 

Da quel primo di marzo sono passati quasi nove mesi e anche l'Us Lecce, in linea con la normativa provvisoriamente vigente, autorizza l'ingresso allo stadio di mille persone (400 legate agli sponsor oltre a 600 paganti). Un pugno di sabbia nel deserto, più o meno, ma è pur qualcosa per uscire da una dimensione asettica. La disponibilità dei posti per Lecce-Cremonese (alle 19) è andata a esaurimento in poche ore, nonostante una buona parte della tifoseria leccese, a partire dda quella più radicale, tornerà allo stadio solo quando l'emergenza sanitaria sarà superata, all'insegna del motto "o tutti o nessuno". 

Intanto però c'è chi, come Andrea De Mitry, marketing manager, non sta nella pelle: “Sono tornato a casa, a Lecce, da un paio d’anni, dopo aver lavorato diciassette anni a Milano e aver seguito la mia squadra del cuore ovunque. Il battito, l’adrenalina, l’ansia del prepartita, il tragitto e le tarantelle durante la gara sono sempre le stesse: nessun media potrà mai regalare emozioni simili. Vivere e sentire il profumo giallorosso del rettangolo di gioco, il nostro tempio del calcio, sono sensazioni ineguagliabili”.

Giuseppe Tamborrino, commercialista, parte da lontano: "Dal settembre del 1972, quando avevo quattro anni e mezzo si giocava Lecce-Sorrento – ricordo che vincemmo 2 a 0 -, ho frequentato il Via del Mare e gli stadi in generale con assiduità, per seguire la squadra in trasferta e per vedere anche altre partite. Questa assenza mi è pesata moltissimo, ma al tempo stesso mi rendo conto che le passioni giovanili sono irripetibili sia per i cambiamenti che nel tempo hanno cambiato il mondo del calcio, sia per il periodo davvero delicato che stiamo attraversando. Il fatto di poter condividere questa passione con i miei due figli, però, mi ha ulteriormente motivato a essere presente questa sera. Non secondario il coinvolgimento che negli ultimi anni ho avuto con ruoli professionali e dirigenziali nel club: certo che, vivere il calcio dall’interno, ti fa capire che per alcuni versi le passioni giovanili sono illusorie. Ad ogni modo oggi si rientra e speriamo che vada bene”.

Gabriele Molendini e Sergio Della Giorgia, rispettivamente bancario e medico, entrambi consiglieri comunali a Palazzo Carafa, seguono da sempre la squadra insieme al solito gruppo di amici: “Il calcio è uno sport popolare e senza l’apertura al pubblico totale, purtroppo oggi inibita dalla pandemia, non è la stessa cosa. Tuttavia il ritorno allo stadio è per noi come una luce in fondo al tunnel. Piccola, fioca, ma un segnale di speranza. Col nostro Lecce, insieme allo stadio sin dalla C degli anni 70”.

Per Luca Casavola, che fa l'ingegnere, ritrovare un posto al Via del Mare significa "il ripristino della possibilità di onorare un rito; la dimostrazione concreta, attraverso la riscoperta della partecipazione sportiva, che la fede (laica) non retrocede neanche davanti ad una pandemia; il poter vivere l'appartenenza ad una comunità sportiva colorata di giallorosso".

In Evidenza

Potrebbe interessarti

I più letti della settimana

  • Travolto con il furgone, amputata parte della gamba destra del 38enne

  • La lite degenera: spunta pistola a salve, investito con violenza con l’auto

  • Debito di droga si trasforma in incubo: lo minacciano davanti al nipote, tre in manette

  • Favori in cambio di sesso, viagra e battute di caccia, chiesti 12 anni e mezzo per l’ex pm

  • Freddato a 22 anni con un colpo di pistola alla testa, inflitti due ergastoli

  • La coperta prende fuoco, anziano muore per ustioni: è il padre del segretario nazionale del Sap

Torna su
LeccePrima è in caricamento