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Bosco di Lecce, un progetto inclusivo: intervista all’artista internazionale Yuval Avital

Lo scopo dell’arte relazionale è colmare il vuoto di una società che ha perso il rito della condivisione. Il creativo israeliano spiega come nasce un grande progetto inedito, partendo dalla parola "leccio"

LECCE - Nell’ambito del progetto Bosco di Lecce, si è svolto ieri, sabato 30 settembre alle ore 11.00, il talk: “Arte come esperienza per le comunità” con l’artista Yuval Avital, il direttore del Polo Biblio-Museale di Lecce Luigi De Luca, l’assessora alla Cultura di Lecce Fabiana Cicirillo, l’assessora alla Rigenerazione e Politiche urbanistiche di Lecce Rita Miglietta, Lorenzo Madaro e Brizia Minerva. Il Talk si inserisce nel calendario delle attività in progress del progetto Bosco di Lecce, ideato e curato dall’artista internazionale Yuval Avital.

Cos’è Bosco di Lecce? È un progetto di arte relazionale che mette in dialogo l’artista Yuval Avital e la città in un processo di creazione collettiva: performance, riti d’arte, composizioni materiche e co- creazioni condivise con la cittadinanza per trasformare idealmente gli abitanti di Lecce in alberi e la città in un bosco umano.

Cos’è l’arte relazionale? L’arte relazionale è un rito inclusivo dettato dalla presenza e interazione di ogni singolo cittadino partecipante al progetto (per informazioni e adesioni, è possibile scrivere a boscodilecce@yuvalavital.com). Per il progetto nel dettaglio si può consultare il precedente articolo.

Bosco di Lecce, con la curatela di Lorenzo Madaro (Polo Biblio-Museale di Lecce) e il coordinamento di Federica Tornese, prevede una residenza di un mese (settembre/ottobre) il cui risultato sarà restituito alla città attraverso una mostra al Must nel mese di novembre (data del vernissage 18 /11). Il progetto è promosso dal Comune di Lecce (Assessorato alla Cultura, Must - Museo Storico della città di Lecce) e sostenuto e finanziato da: Regione Puglia, Teatro Pubblico Pugliese, Polo Biblio-Museale di Lecce in collaborazione con la Fondazione Biscozzi|Rimbaud.

Al termine del talk ho avuto modo di dialogare con l’artista Yuval Avital.

Come nasce la relazione di Yuval Avital con l’arte?

“Una domandona. La mia relazione con l’arte nasce in tenera età, già da ragazzino. La possibilità di intuire, immaginare dei microcosmi possibili anche se effimeri e il desiderio di portarli nella realtà, tramite strumenti simbolici, era già dentro di me da molto, molto piccolo. Poi c’è stata la ricerca del linguaggio di traduzione, dell’emozione, dell’idea; una ricerca che conduco tutt’ora perché comunque la varietà del medium che utilizzo - pittura, scultura, fotografia, video, performance, composizione ed esecuzione musicale - è un punto di ricerca attuale che, immagino, condurrò per tutta la mia vita”.

Lei parla del sé bambino. Mi interessa capire quale fosse il suo rapporto con l’osservazione, con quella capacità di vedere cose che gli altri non vedono. Immagino anche lei abbia avuto questo approccio.

Sì, più che approccio lo definirei una natura radicale, cioè l’artista non può fare a meno di vedere le cose in modo diverso, in modi tutti suoi. E per questo anche all’interno della famiglia, della sua comunità, in qualche modo, l’artista è un forestiero perché ha uno sguardo un po’ diverso dal coro. Dall’altra parte penso che ogni persona abbia un suo sguardo prezioso, a volte anche segreto, verso la realtà. E qui entra in gioco l’arte relazionale, un catalizzatore per portare queste verità nascoste dal sottosuolo dell’anima”.

Mi interessa molto il discorso sulla traduzione perché da traduttrice letteraria so che ci sono volte in cui traducendo bisogna rinunciare a qualcosa. Tradurre è un mestiere costellato di lutti, di perdite. Però poi laddove si perde qualcosa, si ha la fortuna di poter recuperare in un altro momento, in un altro step del percorso creativo, c’è sempre una compensazione. Com’è il suo rapporto con questi lutti e queste compensazioni?

Be’, hai fatto molto bene a portare giustamente l’idea della traduzione letteraria. Siamo completamente coscienti che alcune parole, alcuni termini funzionano in una lingua. Io quando sono venuto in Italia diciannove anni fa, a Biella avevo alcuni dei miei amici che quando dovevano dire qualcosa di importante usavano il dialetto, l’italiano non bastava. Così accade anche con l’arte, forse ancora di più perché come si traduce una sensazione, un’intuizione in una forma, in un colore, in un gesto, in un segno? È qui che emerge la povertà del medium, del linguaggio che in qualche modo è limitato. Limitato perché siamo esseri limitati, ma nel momento in cui riesci a viverlo in gratitudine scopri anche strade diverse. Perché è vero che l’idea è sempre più elevata del gesto, ma è vero anche che il gesto diventa una materia prima che ha una sua volontà di spiegarsi e di essere svelata. Che sia materia organica o inorganica, umana o digitale, diventa sempre co-creatrice, è un Virgilio all’interno della stesura, del tutto soggettiva, della creazione del segno”.

Come arriva Yuval Avital a Lecce?

“Yual Avital arriva in primis in Salento nel 2020, l’anno del Covid, dopo che le barriere tra le regioni si aprono. Eppure non c’era ancora la possibilità di tornare in Israele o andare oltre i confini italiani. Allora ricevo l’invito di un’amica che ha casa a Muro Leccese, e decido con la mia famiglia, mia moglie e mia figlia, di trascorrere l’estate in Salento. Lì per mio stesso stupore si crea un contatto molto, molto forte con il territorio. Da una parte rappresenta tutto ciò che è la mia esperienza italiana, dall’altra riporta elementi di un’estrema intimità con la mia infanzia: gli odori delle erbe spontanee, i sapori, le pietre che parlano, i colori, i timbri. Questa emozione condivisa con mia moglie ci ha portato a scegliere di prendere casa a Muro Leccese e lì trascorriamo diversi mesi all’anno.

Dopo di che grazie a due cari amici incontro Dominique Biscozzi – Rimbaud, una donna straordinaria che sono orgoglioso di chiamare amica. Pochi mesi dopo, nel 2021, quando faccio la mia mostra monografica Building a Milano, Paolo Bolpagni, il direttore artistico di allora, mi invita a fare una mostra monografica alla fondazione Biscozzi – Rimbaud. Lecce per me è una delle città più belle al mondo e fin dall’inizio mi era chiaro che non volevo semplicemente collocare solo le mie opere già esistenti in una mostra; volevo trovare un senso, un dialogo con questa città.

Un ferragosto mentre ero con amici chiedo loro “ma Lecce cosa vuol dire?” e mi rispondono che Lecce viene da leccio. Allora chiedo “ma leccio cosa vuol dire?”. Mi dicono è una quercia e allora approfondisco e scopro che il territorio salentino, un tempo, era coperto da una fitta foresta che è stata poi deforestata in un processo lungo centinaia e centinaia di anni. Poi si è arrivati alla monocultura, poi è arrivata la xylella e anche gli incendi e così via.

In parallelo Federica Tornese, che mi conosce già da anni e segue il mio lavoro, vedendo quello che stavo facendo al Reggio-Parma Festival viene a trovarmi insieme all’assessora Fabiana Cicirillo a Muro Leccese. Da questo incontro nasce la volontà di creare un grande progetto inedito che è il Bosco di Lecce. Quindi si può dire che la mostra alla Fondazione Biscozzi – Rimbaud sia stato un prologo per il Bosco di Lecce. Qui entrano in scena una serie di persone tra cui il direttore del Polo Biblio-Museale di Lecce Luigi De Luca, la Regione Puglia con il capo del dipartimento Turismo della Regione Aldo Patruno, il direttore del Teatro Pubblico Pugliese Sante Levante, il sindaco di Lecce Carlo Salvemini. E anche tante altre persone tra cui Antonio De Luca, l’artista di Cursi degli alberi che cantano, che mi ha messo in contatto con giovani studenti che sono diventati i miei assistenti alla creazione”.

Più che un’aspettativa, ha un’idea di cosa succederà a fine residenza?

“Buffo, perché uno dei miei motti è “sii pieno di speranza e privo di aspettative”, e così vivo. La speranza sì, la nutro. La fine della residenza combacia con la preparazione della restituzione alla città del lavoro fatto, una restituzione che avverrà come prima tappa al museo Must. Io metto tutto me stesso, il meglio che posso dare, poi saranno le istituzioni a decidere fino a dove vogliono e possono spingersi per rendere quest’esperienza corale, sicuramente anomala, più condivisa e più bella per la città”.

Lavorando con l’arte relazionale lei si pone il problema della conservazione della stessa? Fermo restando che gli output concreti a conclusione del progetto sono previsti e ci saranno.

Penso che nell’arte relazionale e in quella performativa, il presente sia la parte più importante e vada accettata come tale. Ci sono elementi che non si possono cristallizzare e questo è un dato concreto. Nella mia performance con Maurizio Nocera, eravamo io e Maurizio, e bastava così e va bene così. D’altro canto nel mio linguaggio, lavoro da anni nella restituzione di queste esperienze. Come? Attraverso un’iconografia della stessa esperienza, attraverso serie fotografiche e opere di video art che definisco opere icono- sonore. Quindi non c’è dubbio che questa restituzione sia parziale rispetto alla realtà. Frank Zappa parlando della differenza tra un concerto e un disco dice che è la stessa che passa tra le isole Hawaii e una foto delle isole Hawaii. Allo stesso tempo anche se parziale penso che questa restituzione multimediale abbia una valenza molto importante e diventi di nuovo traduzione. La cosa più importante, quella fondamentale, resta l’esperienza e la memoria di quell’esperienza che decanta e stratifica nel nostro vissuto”.

L’artista e compositore Yuval Avital (Gerusalemme 1977) vive tra Milano e il Salento e con 22 mostre personali e 11 collettive è considerato uno dei più importanti artisti contemporanei italiani. Attraverso l’utilizzo di diversi medium artistici (pittura, fotografia, scultura, installazioni sonore, video-arte, performance), Avital crea esperienze oniriche immersive in grado di inglobare nell’individualità del singolo con cui interagisce, la complessità del pubblico a cui si rivolge sviluppando le sue opere in una varietà di spazi, tra cui luoghi pubblici, siti archeologici industriali, teatri e musei, sfidando le tradizionali categorie cristallizzate che separano le arti.

Nel suo lavoro è centrale la relazione con l’Altro, nelle sue mostre, negli eventi artistici, nelle installazioni immersive, nelle opere totali, nei "rituali" musicali su larga scala e nei concerti si possono trovare ballerini, ensemble di musica contemporanea, maestri di antiche culture, individui o comunità, proiezioni video multiple, ambienti tattili meditativi, strumenti tecnologici avanzati, materiali d'archivio, dati scientifici, sculture sonore, murales site-specific su larga scala e film d'arte.

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