Cambia vita, poi scoppia l’emergenza: “Qui, nell’ospedale di Cremona, un inferno”

La storia di Giordan, ex barman 34enne di origini salentine, che dopo due settimane dall’inizio del nuovo lavoro come addetto alle pulizie si è trovato in corsia, tra malati e vittime di Covid-19

CREMONA - Dopo la chiusura del bar gestito insieme alla moglie, trova impiego presso una cooperativa specializzata nella sanificazione operativa nell’ospedale Maggiore di Cremona. Ma Giordan Chiriacò, 34enne, per metà leccese e per metà modenese, mai avrebbe immaginato che a neppure due settimane dall’inizio della nuova vita, si sarebbe trovato a lavorare in una delle strutture sanitarie italiane più colpite dall’emergenza Covid-19. “Sono stati giorni terribili – ci racconta -  Qui, sembrava l’inferno. Il dolore negli occhi dei pazienti che incrociavo, me lo portavo a casa e lo liberavo nelle mie lacrime. Dopo lo sfogo, però, ero pronto a rimboccarmi le maniche e a ripartire”.

Al Maggiore, la situazione era davvero grave, tanto che proprio per gestirla al meglio, che il 20 marzo, davanti al nosocomio, è stato aperto l’ospedale da campo, il primo in Italia, per ospitare i pazienti colpiti dal virus, realizzato dalla Ong statunitense Samaritan’s Purse. Io, due miei colleghi e la responsabile ci siamo occupati della pulizia, prima dell’apertura”.

Come è adesso la situazione?

“E’ migliorata. L’intera struttura fino a poco fa era destinata solo ai malati Covid-19. Adesso invece si stanno iniziando a svuotare alcuni reparti, come quello di ginecologia. Oggi si respira un’aria meno pesante, anche grazie ad alcune iniziative. A Pasqua, per esempio, sono stati donati tablet per consentire ai pazienti di mettersi in contatto con i propri familiari e farli sentire meno soli.” Giordan Chiriacò-2

Cosa provi quando vai a lavorare? Non hai paura?

“Sento di lavorare in sicurezza perché la ditta ci ha fornito da subito dei dispositivi idonei. Certo, il rischio di potersi infettare c’è, perché basta commettere un gesto sbagliato, per distrazione o per stanchezza, come quello di portarsi le mani in faccia. Ma, non so perché, a preoccuparmi non è tanto la mia salute, quanto la possibilità, se malauguratamente dovessi ammalarmi, di poter infettare gli altri, soprattutto le persone che amo, mia moglie”.

Non hai mai avuto la tentazione di mollare, di startene al sicuro in casa?

“Mai. Anzi. Mi motiva l’idea di poter dare anch’io il mio contributo in questa battaglia che sta mettendo a dura prova soprattutto medici e infermieri. Il loro impegno è davvero assoluto.”

Come si effettua la sanificazione?

“Sanifichiamo soprattutto le stanze dei pazienti e i letti quando li dimettono, tutti i giorni, impiegando un detergente disinfettante, l’antisapril, con candeggina e, nel nebulizzatore, usiamo dell'ossigeno al 130 percento.”

Cosa non scorderai di questa esperienza?

“Sicuramente, i giorni di picco per numero di ricoveri  e decessi. Mi sembrava di essere finito all’inferno. Il dolore, la paura, la solitudine che vedevo negli occhi delle persone: le loro lacrime diventavano le mie e non riuscivo a trattenerle quando aprivo la porta di casa. Non dimenticherò chi non ce l’ha fatta e ho visto portare via sotto un lenzuolo bianco, senza che i propri cari potessero dirgli addio. Non scorderò anche quando ho scoperto che il paziente più giovane di 18 anni era Mattia, il figlio di una coppia di amici con i quali, due anni prima, eravamo stati in vacanza a Gardaland (parco dei divertimenti, ndr). Ero in terapia intensiva per svolgere delle mansioni, il giorno in cui lo hanno intubato. Mi si è spezzato il cuore. E’ stato in coma per tre settimane, ma per fortuna è guarito ed è stato dimesso tre giorni fa.

Ma da questa esperienza porterò con me anche la gratitudine e la riconoscenza manifestate dai pazienti, consapevoli dei rischi che corriamo anche noi addetti alle pulizie”.

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