I club della Serie A aprono gli occhi: è ora di dire basta al razzismo

Con una lettera aperta "a chi ama il calcio" le venti società della massima serie lanciano un segnale forte. Adesso servono azioni concrete

LECCE - Con una lettera a firma di tutti e venti i club di serie A, il calcio italiano ha voluto mandare un segnale contro il razzismo che continua a infestare gli spalti degli stadi della penisola.

Se ne parla da molto tempo e la questione riguarda tutta l’Europa: in alcuni paesi le misure adottate per reprimere le manifestazioni di intolleranza e di scherno sono state più efficaci che in altri. L’Italia non ha brillato certo per i risultati conseguiti e anzi, soprattutto negli ultimi anni, la galassia pallonara ha risentito di un clima generale di rancore e di paura che deriva da una serie di fattori, i principali dei quali sono la fragilità della condizione economica, l’ignoranza e il gioco facile che su queste due leve ha un certo tipo di retorica del discorso pubblico.

Le parole della juventina Onuko

L’iniziativa delle società della massima serie arriva, peraltro, a stretto giro di posta dopo le dichiarazioni di Eniola Onuko, 32enne nigeriana con passaporto inglese e componente della squadra femminile della Juventus con cui giocherà domenica l’ultima partita, prima di far rientro in Gran Bretagna. La donna, raccontando la sua esperienza italiana in una rubrica del quotidiano The Guardian ha citato anche alcuni episodi della sua vita quotidiana nel capoluogo piemontese: ricorrente, ha detto, è stata la percezione di essere vista con sospetto e ostilità a causa del colore della sua pelle. La calciatrice ha poi aggiunto che negli stadi italiani la questione razzismo esiste e, soprattutto, che i club poco o nulla fanno veramente per combatterlo. Le sue parole hanno suscitato clamore e reazioni, ma il tema non è certamente nuovo: nessuno, infatti può dire di non sapere.

Cosa dice la lettera dei 20 club

Nella lettera, che i club indirizzano “a chi ama il calcio”, intanto si ammette senza mezzi termini che si tratta di un “serio problema” che non è stato “combattuto a sufficienza in questi anni”. 

Le squadra, tutte insieme, scrivono: “Nel calcio, così come nella vita, nessuno dovrebbe mai subire insulti di natura razzista. Non possiamo più restare passivi e aspettare che tutto questo svanisca”. Condiviso da tutte le società è il “desiderio di seri cambiamenti” nell’ambito di un percorso che la Lega Seria A “ha dichiarato di voler guidare” con regolamenti più severi e un piano di sensibilizzazione.

La conclusione è netta: "Non abbiamo più tempo da perdere. Dobbiamo agire uniti con rapidità e determinazione, e così faremo di qui in avanti. Ora più che mai il contributo e il sostegno di tutti voi, tifosi dei nostri club e del calcio italiano, sarà fondamentale in questo sforzo di vitale importanza”.

Isolare e allontanare i razzisti

Il passo fatto con questa sorta di manifesto pubblicato sui siti di tutte le società che militano in serie A deve essere ora seguito da molti altri, nel solco della concretezza. La situazione è giunta a un livello di saturazione tale che il calcio italiano rischia seriamente di perdere credibilità in ambito mondiale e questo i club lo percepiscono. Molto dipenderà dalla capacità di fare realmente terra bruciata attorno a quegli ambienti che hanno messo radici in certe curve trasformandole in ambiti di reclutamento per la militanza politica nell’estrema destra,l ma anche dalla volontà di chi vive e racconta il calcio di non fare spallucce e voltare altrove lo sguardo.

Si è a lungo ritenuto, e molti lo pensano ancora per una malintesa concezione di imparzialità, che il calcio e la politica debbano restare separati, a prescindere. Ci sono tifoserie anche di estrema sinistra, del resto, e allora schierarsi suonerebbe come una indebita scelta di campo. Si tratta, in realtà, di un ragionamento ipocrita e pavido: il calcio, come ogni altra disciplina sportiva, è fondata sul rispetto delle regole e dell’avversario, indipendentemente dalla provenienza e dal colore della pelle. È questo un perimetro invalicabile che deve essere osservato da tutti coloro che ne fanno parte, addetti ai lavori e tifosi. Chi trasgredisce il codice condiviso, che è anzitutto etico, deve essere allontanato: è colui che si rende protagonista di atti di intolleranza, infatti, a fare politica (chiamiamola così), quella becera che parte dal presupposto della superiorità di una razza su un’altra, peraltro in barba a tutte le teorie scientifiche, quella che mette da parte il principio della pari dignità dell'essere umano.

La necessità di una svolta non vale solo per le serie più importanti: sempre più frequenti sono gli atti di razzismo anche nel calcio giovanile, con genitori pronti a insultare l'avversario del proprio figlio. Episodi vergognosi e raccapriccianti rispetto ai quali il sistema, nel suo complesso, non interviene con la dovuta forza. Non a caso, d'altra parte, sono le tante esperienza di calcio popolare diffuse in Italia a portare avanti il vessillo dell'antirazzismo. Una reazione del basso che testimonia l'esistenza di anticorpi sani che ora devono entrare radicalmente in circolo.

Fino ad oggi nel calcio professionistico italiano sono state molte le resistenze opposte a ogni tentativo di affrontare seriamente il problema e sono state accampate le motivazioni più risibili: tra queste spicca quella, davvero idiota, per cui gli ululati non sarebbero altro che un modo per far innervosire il calciatore avversario. Ma allora perché verso i giocatori di pelle bianca si rivolgono al massimo sonore bordate di fischi? Fin troppi dirigenti hanno cercato di ridimensionare gli episodi di razzismo e intolleranza e spesso anche la giustizia sportiva, nei gradi ulteriori di giudizio, ha attenuato le sanzioni inflitte in prima istanza. E così mai nessuna partita di calcio è stata definitivamente sospesa, mentre nell’antica Grecia durante i giochi olimpici veniva decretata una tregua delle guerre in corso. È ora di svegliarsi e reagire, non credete?

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