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Domenica, 28 Novembre 2021
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Concessioni demaniali, giudici in camera di consiglio dopo l'adunanza plenaria

Si discute di due ricorsi, uno dei quali del Comune di Lecce contro la sentenza del Tar che di fatto ha legittimato la proroga al 2033. Il tema intreccia il rapporto tra ordinamento interno ed europeo, tra economia e politica

LECCE -  Ora non resta che attendere, magari poche ore, più probabilmente giorni o settimane, fino al termine fissato dalla procedura amministrativa in 60 giorni (non perentorio) per comprendere se e quando le concessioni demaniali marittime per uso turistico e ricreativo saranno oggetto di gare di evidenza pubblica.

L'udienza dell'adunanza plenaria del Consiglio di Stato sul tema della doverosità, o meno, della disapplicazione, da parte dei funzionari amministrativi e degli enti territoriali, delle leggi statali o regionali che prevedano proroghe automatiche e generalizzate (e su una serie di questioni derivate) si è conclusa poco dopo mezzogiorno. Il relatore è stato Roberto Giovagnoli, uno dei 13 componenti l'organo che viene convocato quando la questione in esame ha prodotto o è foriera di un possibile conflitto giurisprudenziale.

I primi a intervenire sono stati Silvestro Lazzari e Laura Astuto per sostenere le ragioni del Comune di Lecce che ha chiesto la riforma della sentenza con cui il Tar di Lecce, accogliendo l'istanza degli operatori balneari, ha di fatto imposto all'amministrazione di concedere la proroga fino al 2033, secondo il dettato della legge del 2018, precisando che solo un giudice può rilevare il contrasto tra ordinamento interno e ordinamento europeo e quindi disapplicare la norma in conflitto. A sostenere i motivi del ricorso, ad adiuvandum come si dice in gergo, anche il Comune di Castrignano del Capo con Angelo Vantaggiato. In subordine, il Comune del capoluogo salentino ha chiesto al collegio di sollevare la questione di legittimità costituzionale.

A seguire è intervenuta l'artiglieria pesante del fronte opposto, con le associazioni di categoria compattamente schierate in favore del mantenimento dello status quo. Dalla loro parte anche i legali della Regione Abruzzo che ha legiferato nel senso della concessione della proroga (ricevendo per questo una diffida dell'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato che, per esempio in Toscana, ha impugnato sistematicamente tutti gli atti favorevoli all'estensione automatica delle concessioni). 

Nella stessa udienza, per evidente affinità di oggetto, si è discusso anche il ricorso di un soggetto privato contro l'Autorità di Sistema Portuale dello Stretto che, invece, si era vista riconoscere le proprie ragioni dal Tar Sicilia (sezione di Catania) dopo aver opposto un diniego alla richiesta di proroga automatica. Per i giudici siciliani (e per quelli di molti altri tribunali regionali) non vi è dubbio sul fatto che non si possa dar seguito a una norma in contrasto con il diritto dell'Unione Europea che prevede sostanzialmente l'accesso al mercato in condizioni di partenza uguali per tutti i soggetti interessati, purché appartenenti a Paese dell'Unione. 

Arriva dunque al pettine una vicenda oramai annosa che ha visto nel corso degli anni una serie di sentenze delle supreme magistrature - dalla Corte di Giustizia Europea allo stesso Consiglio di Stato - tutte concordi nel fissare la supremazia del diritto europeo e l'illegittimità delle leggi che aggirano l'obbligo di procedere a gare di evidenza pubblica, soprattutto laddove si parli di risorse limitate (come la costa) e di interesse transfrontaliero certo. La sortita della sede di Lecce del Tar e, bisogna aggiungere, anche la latitanza della classe politica che, indipendentemente dal colore, ha sempre preferito salvaguardare lo status quo disponendo leggi di proroga, hanno però creato i presupposti dell'udienza udierna i cui esiti sono molto attesi anche dal governo Draghi che con l'Europa vorrebbe limitare al massimo gli attriti. 

Non è detto, tuttavia, che si arrivi a una definizione della questione. Non mancano, infatti, coloro che ritengono probabile una remissione alla Corte Costituzionale (o, addirittura, alla stessa Corte di Giustizia Europea). Da una parte si guadagnerebbe del tempo, dall'altra si scaricherebbe la patata bollente sulle spalle del più autorevole consesso giudiziario del Paese.

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