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Giovedì, 30 Giugno 2022
Da 3 a 9 milioni

Concreto il rischio di un maxi risarcimento: il sindaco riferisce sul caso Lidl

Dopo la chiusura della struttura di viale della Libertà, nell'ottobre del 2019, in base alla sentenza del Consiglio di Stato, gli spazi di manovra sono ristretti. Tra le poche opzioni possibili quella di una variante urbanistica

LECCE - Tre come minimo, nove nel peggiore dei casi. Sono i milioni che il Comune di Lecce potrebbe versare al marchio Lidl Italia per una complicata vicenda che intreccia tre livelli - urbanistico, commerciale, giudiziario - le cui responsabilità vanno ricercate indietro negli anni.  

Lo scenario, nefasto per le casse pubbliche già in condizioni strutturalmente precarie, è stato delineato questa mattina dal sindaco, Carlo Salvemini, nel corso di una seduta congiunta delle commissioni Attività Produttive e Urbanistica, alla quale hanno partecipato anche l'assessora Rita Miglietta e il dirigente Maurizio Guido.

La complessità della questione merita una rapida ricostruzione: quando l'assessore al Bilancio, Attilio Monosi, presenta il Piano delle alienazioni per il triennio 2012-2014 con lo scopo di risollevare l'andamento della finanze dell'ente, Lidl acquista un terreno tra viale della Libertà e la 167 con destinazione F12 - attrezzature civili di interesse comune - e nel 2014 ottiene dall'allora dirigente di settore, Gino Maniglio, una attestazione di compatibilità tra gli strumenti urbanistici vigenti e la destinazione commerciale (che è l'unica che interessa alla grande catena di supermercati).

Accade quindi che Disco Verde, società che controlla il marchio Super Mac, si rivolge alla giustizia amministrativa sostenendo che in nessun caso sarebbe potuta nascere una struttura commerciale su un lotto con quella destinazione urbanistica. Il Tar le dà torto, ma il Consiglio di Stato ribalta il verdetto. Siamo nel maggio del 2019 e, intanto, Lidl ha aperto il suo supermercato da circa tre anni, dando lavoro a 15 persone. All'inizio di ottobre di quell'anno il Comune si conforma a quella sentenza e chiude l'attività, essendo venuto meno il presupposto urbanistico dell'attività commerciale. Lidl mette subito le mani avanti dichiarando di aver proceduto alla realizzazione della struttura sulla base di una autorizzazione comunale: è qui che lo spettro di una pretesa risarcitoria inizia a materializzarsi. 

A quel punto si tenta la strada di una riconfigurazione del progetto iniziale per accentuarne la funzione pubblica, in una modalità coerente con la destinazione urbanistica vigente. L'amministrazione e i tecnici della società si confrontano in più occasioni, ma non parlano lo stesso linguaggio: gli interventi di riqualificazione richiesti dalla prima, che prevedevano anche una riduzione della superficie commerciale, non vengono accolti. Il nodo resta dunque aggrovigliato.

Nell'intervento di questa mattina Salvemini ha dichiarato di essere impegnato in un cammino piuttosto stretto per fare in modo che l'amministrazione comunale possa uscirne illesa, cioè a costo zero. Per comprendere quali possano essere le conseguenze Palazzo Carafa si è rivolto a due specialisti, uno del ramo amministrativo, l'altro civilistico. Ebbene, ha spiegato il primo cittadino, l'ipotesi più plausibile è che possa essere determinata la risoluzione del contratto di compravendita del terreno e quindi la rifusione dell'importo versato, pari a poco meno di 3 milioni di euro. A questa somma si potrebbe poi aggiugnere il valore del manufatto e poi il lucro cessante, per un totale di 9 milioni di euro. 

Le parti, comunque, non hanno mai smesso di parlarsi tramite i rispettivi legali: l'ultima proposta di Lidl, risalente a poche settimane addietro, prevede la cessione del terreno originariamente acquistato e la compensazione con un altro dove si possa sviluppare la volumetria prevista. L'amministrazione, fatta una ricognizione, ha però risposto negativamente non avendo a disposizione aree di 10mila metri quadrati con destinazione commerciale in area urbana. Il prossimo passo, ha detto il sindaco, sarà quello di incontrare i rappresentanti della Disco Verde per comprendere quali margini di manovra ci sono in termini di compensazioni possibili. L'opzione di una variante urbanistica che, detto in termini molto semplicistici, sani la questione, potrebbe però prestare al fianco ad altre pretese risarcitorie, quelle di Disco Verde. Insomma, dopo tre anni, il Comune è stretto ancora tra incudine e martello. 

“Questa è la situazione nella quale ci troviamo - ha detto ai consigieri comunali presenti -, quindi agiamo con il massimo della prudenza e della responsabilità per disinnescare questo scenario che naturalmente ci preoccupa anche perché nella valutazione del nostro settore avvocatura e dei nostri consulenti legali siamo in una situazione di debolezza nel contenzioso che si è aperto”. 

La soluzione di una variante è stata sostenuta da Paola Povero, presidente della Commissione Urbanistica: “Io mi auguro che finisca bene perché non è mia intenzione soprassedere sulle responsabilità” ha dichiarato l'esponente del Pd con riferimento al parere scritto con cui il dirigente dell'epoca rispose affermativamente alla richiesta di Lidl relativa alla coerenza tra destinazione urbanistica e attività prevista. Dai banchi della minoranza Gianpaolo Scorrano ha invitato il sindaco a un confronto contestuale, e non separato, tra l'amministrazione comunale e le due parti private.

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