Coronavirus, la battaglia dei neonati guerrieri

C’è un posto in cui si combatte ogni giorno per la sopravvivenza ed è il reparto di terapia intensiva neonatale. I contatti già limitati, oggi, lo sono ancora di più a causa dell’emergenza

LECCE - Qui, si è sempre in trincea. In prima linea, ci sono bambini che hanno avuto la sfortuna di venire al mondo troppo presto o con gravi patologie. Li chiamano guerrieri. Al loro fianco ci sono medici premurosi che lavorano duramente e infermiere amorevoli. Le chiamano zie.

Quando sono entrata per la prima volta nel reparto di terapia intensiva neonatale (Tin) di Lecce non l’ho fatto da giornalista. Indossavo una vestaglia e ai piedi avevo un paio di ciabatte. Ero diventata madre qualche ora prima, inconsapevole di tutto quello che avrei vissuto. Che per giorni, avrei potuto accarezzare mio figlio nato così, all’improvviso, più di due mesi prima del previsto, solo attraverso l’oblò di un’incubatrice, con la paura di potergli fare del male tanto era piccolo: pesava poco più di un chilo, quanto quattro mele, ed era alto 37 centimetri, quanto una bottiglia d'acqua; che non avrei potuto allattarlo al seno, come faceva la mia compagna di stanza, e che per poterlo nutrire sarei dovuta ricorrere a uno sconosciuto marchingegno chiamato tiralatte.

E’ questa la normalità nell’Utin. Qui, il tempo sembra fermarsi e il mondo, fuori, perdere i contorni. Si sta sospesi. Sospesi tra l'attesa e la speranza. Gli unici tintinnii che echeggiano nelle orecchapertura 2-5-3ie sono quelli dei macchinari collegati ai neonati. Non ci sono orologi. Sono solo le lancette dell'amore a importi di fare in fretta nell’eseguire i passaggi propedeutici a quell’agognato contatto che non durerà mai abbastanza: infilare i copriscarpe, lavare a lungo le mani e disinfettarle, indossare camice e mascherina.

Le cautele non sono mai troppe, perché anche un banale raffreddore per questi piccoli pazienti potrebbe essere devastante.

Oggi, a causa dell’emergenza Covid-19, si combatte una guerra nella guerra. Le restrizioni sono aumentate per le famiglie dei quindici bambini attualmente ricoverati, la maggior parte dei quali nati pretermine. Ai papà, è concesso di poter vedere i propri figli solo una volta al giorno, anziché due. Alle mamme, invece, sono ancora permesse fino a un massimo di quattro visite (compatibili ai tempi delle poppate), ma è negato quel momento di massima intimità consentito dalla marsupioterapia, che prevede di starsene per mezz’ora  a contatto diretto, pelle a pelle, con il bambino. Questa pratica è ritenuta utile a rafforzare il rapporto con lui e a favorire lo sviluppo della capacità di suzione, per molte donne compromessa dall’impossibilità di poter allattare al seno.

Per fortuna, nell’ospedale “Vito Fazzi” di Lecce non ci sono stati casi di neonati colpiti dal virus, solo uno sospetto, dovuto al fatto che la madre, paucisintomatica, fosse risultata già positiva a domicilio. Ma è stato possibile dimettere entrambi nella stessa giornata: la donna è stata in quarantena e al piccolo sono stati eseguiti tamponi seriali fino al 28esimo giorno di vita, tutti con esito negativo.

Quanto alle attività ambulatoriali, la direzione generale ha sospeso quelle di routine: si svolgono solo visite legate alle urgenze e qualche controllo indifferibile.

E’ stato sospeso anche il servizio di sostegno psicologico (esterno) offerto alle famiglie che, in questo momento di difficoltà, segnato da un profondo senso di smarrimento, dall’incertezza sul domani, da facili sensi di colpa, proprio oggi a causa delle disposizioni imposte dall’emergenza, non possono neppure beneficiare della vicinanza, dell’abbraccio di un parente o di un amico.

Un’arma efficace, in ogni caso, per combattere questa battaglia divenuta ancora più dura, c’è: la pazienza. E con questa la consapevolezza di avere il supporto di un personale ospedaliero e infermieristico di prima qualità e di grande umanità.

Il coraggio, quello lo si trova nell’obiettivo: tornare a casa col proprio bambino.

Anche se il tempo all’Utin sembra non esista, di fatto scorre. Io ci ho impiegato 40 giorni prima di poter tagliare quel traguardo e tornare alla vita. E’ stata dura. Ma ci sono bambini capaci di nascere due volte e adesso mio figlio è sulle mie gambe mentre cerco le parole giuste per raccontare questa storia; ha tre anni e mezzo e si esprime come un adulto. Nel suo sorriso, gli sforzi, che non si dimenticano, trovano un senso.

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