Covid-19. “Qui a Durazzo la gente si comporta come se il virus non esistesse”

Dall’Albania, la testimonianza di una 46enne leccese che tre anni fa ha lasciato la sua terra per ragioni lavorative: “Qui da subito regole severe, ma i controlli non sono adeguati e la sanità è messa male”

foto di Giuseppe Mancino

LECCE - L’Albania è tra i paesi meno colpiti dal nuovo virus con 259 casi confermati e 15 morti (secondo la mappa fornita da “Johns Hopkins University & Medicine”) e solo qualche giorno fa, proprio da Tirana, è partita una squadra composta da trenta sanitari per aiutare gli ospedali italiani ad affrontare l’emergenza. A Durazzo, vive da tre anni un’impiegata 46enne di Lecce che racconta: “Bel gesto, ma qui si sottovaluta il problema”.

Dieci medici e venti infermieri albanesi sono arrivati due giorni fa in Italia per far fronte all’emergenza sanitaria legata Coronavirus. Credi sia stata una scelta giusta?

“E’ certamente stato un atto di grande riconoscenza verso gli italiani. Non dimentichiamo che negli anni ‘90, dopo lo sbarco dei 20mila albanesi nell’agosto del 1991, l’Italia ha accolto questo popolo che veniva da anni di oppressione. Qui, un albanese su due parla o comprende la nostra lingua, a testimonianza del legame che c’è tra i due paesi. In tempi normali, almeno due traghetti al giorno coprono la tratta Durazzo-Bari.

Tuttavia, considerando la situazione della sanità albanese, forse conservare delle risorse in patria sarebbe stato più lungimirante.”

Come è la situazione sanitaria?

“E’ messa male. I medici sono sottopagati, gli ospedali privi delle risorse base. Mi hanno raccontato che spesso mancano anche i termometri o le medicine e l’ammalato è invitato ad acquistare il necessario in farmacia per poi tornare in sede per l’assistenza. I più fortunati possono contare sull’assistenza privata, ma i costi non sono alla portata di tutti. Il Premier ha comunicato che in caso di necessità utilizzerà anche le strutture private.”

Ti rassicura il fatto che il paese in cui vivi sia tra i meno colpiti?

“Mi sento rassicurata come è sicuro ogni Italiano che ascolta il “bollettino di guerra” della protezione civile ogni giorno alle 18 e che non è certo dei dati diffusi.

Il numero dei contagiati va sempre considerato in relazione a quello dei tamponi effettuati, quindi se in Albania sono stati fatti circa 1500 tamponi e i positivi sono 223…”

Come è la situazione a Durazzo?

“Qui ufficialmente ci sono 12 contagiati, direi pochi in relazione agli abitanti totali della città che sono circa 150.000.”

Ritieni che in Albania ci sia una adeguata informazione sul coronavirus? Come ti informi?

“Mi informo tramite un’app che il governo ha messo a disposizione in cui leggo gli aggiornamenti, tramite facebook con il traduttore automatico, ma soprattutto tramite le persone che ho conosciuto qui.”

Come viene percepita l’emergenza?

“Il virus viene visto come una cosa lontana, ancora lontana. La popolazione è “culturalmente” abituata alle regole, ma non c’è una reale percezione del problema o di quello che potrebbe provocare soprattutto tra la gente più anziana, complice anche il basso livello culturale.”

Quali sono le regole imposte per contrastare la diffusione del virus?

“Le regole sono in un certo qual modo ferree. In questo l’Italia ha fatto da apripista e l’Albania anche per l’incapacità di far fronte all’emergenza sanitaria è andata quasi subito in lockdown. Dapprima una restrizione sugli orari in cui era consentito utilizzare la macchina, poi la chiusura di negozi, bar, ristoranti e attività commerciali, dopo una settimana divieto di uscire nel weekend, e riduzione degli orari di lavoro per le aziende (che oggi sono aperte fino alle 13) e fasce orarie schedulate per fare la spesa.

Per andare al lavoro a piedi nessuna restrizione e nessun controllo da parte delle forze dell’ordine entro le oredi libertà. Il che a mio parere è un nonsenso.”

Le regole sono rispettate?

“Sì, ma quando la gente esce di casa si comporta come se il virus non esistesse. Il mercato centrale di Durazzo, quello della frutta e della verdura, è ancora aperto e non vi sono ingressi contingentati, ci sono le forze dell’ordine che controllano ma in ogni caso la gente non utilizza le distanze di sicurezza. E’ un posto in cui le condizioni igieniche già in tempi normali lasciavano a desiderare, un po’ come i mercati coperti da noi anni fa.

L’altro giorno sono andata a fare la spesa, supermercato affollatissimo, gente che sceglieva la frutta senza guanti, fuori, tre poliziotti a far conversazione”.

Cosa ti preoccupa maggiormente?

“Quello che preoccupa tutti, ammalarmi e non essere assistita al meglio, non avere la possibilità di essere curata come in Italia”.

Vorresti ritornare nel tuo paese?

“In questo momento tornare significherebbe fare un viaggio che esporrebbe me e di conseguenza i miei familiari al rischio di un contagio.Resto a casa.”

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