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Domenica, 22 Maggio 2022
La sfida più importante di tutte

Desertificazione e falde in sofferenza: nella depurazione delle acque l'ancora di salvezza

In alcune zone del Salento il mare sta salificando il sottosuolo e non si autorizzano più nuovi pozzi. Gli impianti di depurazione forniscono un affinamento eccellente e, come nel caso di Melendugno, riqualificano il territorio

LECCE – Tremila litri di acqua al secondo sono quelli che servono per il fabbisogno dei circa 800mila abitanti della provincia di Lecce. Una quantità enorme – provate a stimarla su 365 giorni -, ma per abitudine, più o meno tutti, trascuriamo l’importanza della fornitura idrica come servizio strategico.

Ogni tanto, però, un campanello d’allarme ci ricorda che abbiamo un problema, anche piuttosto serio. È accaduto nel 2017, quando l’emergenza dovuta alla capacità insufficiente degli invasi che riforniscono la Puglia costrinse Acquedotto Pugliese a una riduzione della pressione, con i conseguenti disagi per la popolazione e per le attività produttive.

Il processo di desertificazione si presenta nel nostro territorio già in maniera tangibile. La scorsa estate, fino a un metro di profondità nel sottosuolo, la temperatura ha raggiunto livelli da record. Per la provincia di Lecce, la cui unica fonte di approvvigionamento risiede nell’articolato sistema di falde, la questione è molto seria e bisogna prepararsi per tempo. Tre sono le strade da seguire: ridurre le perdite, riutilizzare l’acqua depurata, migliorare l’infrastruttura, il che significa anche prevedere la costruzione di dissalatori (al momento è in corso la progettazione di due impianti nella regione). E se i primi due punti mettono d’accordo gli addetti ai lavori, sul terzo i pareri sono divergenti: soprattutto a causa del costo energetico e di manutenzione, la costruzione di un dissalatore sarebbe per alcuni solo la extrema ratio.

Un importante workshop organizzato per domani, venerdì, dal Laboratorio di Geofisica applicata, Georisorse e Diagnostica territoriale dell’Università del Salento proverà a mettere insieme per la prima volta tutti gli attori che si occupano di gestione e pianificazione della risorsa idrica attorno al tema “Acque sotterranee e reflue: gestione sostenibile e strategie di contrasto ai processi di desertificazione. Il caso del Salento” (sala conferenze del rettorato, dalle 9).

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Ottimizzare il combinato disposto dai due tipi di approvvigionamento è, infatti, fondamentale per reggere il passo dei cambiamenti climatici e dei processi di salificazione dovuti all’avanzamento del mare: in alcune zone della provincia non si rilasciano più autorizzazioni per pozzi di emungimento, questo è un altro dato di fatto. Diventa allora necessario implementare l’uso delle acque reflue che vengono trattate dai 37 depuratori in funzione sul territorio salentino.

L’acqua da depurazione, va detto, è ottima: il processo di trattamento è di tipo biologico e il risultato certificato. Ci sono degli esempi di eccellenza come l’impianto di fitodepurazione di Melendugno, un’opera di ingegneria naturalistica che ha consentito anche la riqualificazione del territorio. Dieci ettari di superficie con vasche interrate che hanno favorito la ripopolazione dell’avifauna (non a caso l’impianto sarà meta di una visita dei partecipanti al workshop, così come quello di Ciccio Prete, che serve Lecce e le sue marine, oltre a Surbo).

Nel Salento l’infrastruttura per il riutilizzo dei reflui della fogna bianca esiste da tempo e funziona bene, con risultati che non hanno nulla da temere dal confronto con altre parti d’Italia. Quel che serve è un cambiamento culturale, in primo luogo creare le condizioni per superare la diffidenza di tanti agricoltori. I costi di affinamento, tra l’altro, sono inclusi nelle bollette, sono a carico della collettività proprio perché si tratta di un asset strategico per la gestione della risorsa idrica. Usare l’acqua depurata significa, d'altro canto, preservare la falda che nel corso dei decenni si è impoverita anche a causa di un altro drammatico nodo, il consumo di suolo.

La cementificazione scriteriata, che diventa di sapore criminale in prossimità della costa dove i canali di deflusso trovano sfogo verso il mare, ha contribuito a impermeabilizzare il suolo, favorendo in questo modo le drammatiche conseguenze che si registrano con sempre maggiore frequenza in caso di fenomeni metereologici estremi. Il 5 e 6 ottobre del 1957, ricorda il geologo Stefano Margiotta, moderatore del workshop, una parte del Salento, soprattutto la parte sudorientale della penisola, rimase letteralmente sommersa dalle piogge intense. Fu un caso nazionale, un’esperienza drammatica per chi la visse. Le cronache di allora parlarono di furia degli elementi: a ben guardare, si tratta di un’espressione ricorrente anche nella narrazione contemporanea, a testimoniare che la storia insegna sempre troppo poco a chi ha la responsabilità di decidere per tutti.

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