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Mercoledì, 18 Maggio 2022
Analisi e critica

Diritti e tutele: “Il sindacato troppo spesso dimentica i lavoratori”

Le morti bianche e la precarietà, il Jobs Act e la legge Fornero, i rapporti complicati tra sindacalismo di base e quello confederale, la sfiducia nella rappresentanza. Sette domande a Sergio Bellavita, di Usb

LECCE – Una statistica alla quale in Italia ci si rassegna oramai senza quasi sussulto alcuno è quella dei morti sul lavoro. La sensazione è che oramai quei decessi siano considerati fisiologici, uno scotto da pagare al benessere e al nostro stile di vita. Ci avete pensato? È un poco come per le vittime della strada: continuiamo a produrre, vendere e comprare auto e moto in grado di doppiare i limiti di velocità consentiti e nessuno sembra preoccuparsi della necessità di misure che a monte riducano il tasso di incidentalità imputabile alla velocità.

Parallelamente si è consolidata una prassi di commemorazioni e liturgie varie che senza azioni incisive appare come una cornice di una tela senza soggetto, incapace quindi di suscitare reazioni oltre, bene che vada, l’attenzione per un servizio televisivo.

A pochi giorni dalla ricorrenza della Giornata nazionale della sicurezza e della salute sul lavoro, a meno ancora dall'ultima vittima in provincia di Lecce, la firma di un protocollo in prefettura. Tra le novità, l'istituzione di un osservatorio permanente per il monitoraggio: quanto è alto il rischio che sia un'altra arma spuntata contro questo dramma perenne?

“Davanti alla sequela impressionante e inaccettabile di morti sul lavoro, ma spesso veri e propri omicidi, abbiamo visto negli ultimi vent'anni un proliferare di protocolli territoriali. Segnalano certamente una crescita di sensibilità anche istituzionale, ma purtroppo senza grandi risultati. La ragione è semplice quanto di fondo: se non si affronta la condizione del lavoro alla radice non cambierà mai nulla. Appalti al massimo ribasso, contratti precari, anziani al lavoro grazie alla legge Fornero e, soprattutto, una crescita incredibile dei carichi e ritmi di lavoro. Se non si aumentano le tutele del lavoro i morti cresceranno purtroppo. Bisogna bloccare e invertire i processi di impoverimento del lavoro. Ed è la politica che deve farlo”.

Intorno a questo enorme problema sembra aver attecchito una certa rassegnazione: all'indignazione delle prime ore segue, in qualche caso, uno sciopero di alcune ore, si accumulano le dichiarazioni di buone intenzioni ma poi tutto resta uguale. C'è un problema anche di consapevolezza della gravità del tema, oppure è solo responsabilità della cinica cultura del profitto a tutti i costi?

“Si hai ragione. Purtroppo ci siamo assuefatti anche alle morti più brutali. Il tempo di un'indignazione e nulla più. Anche la proclamazione giusta e sacrosanta di uno sciopero davanti a un omicidio sul lavoro pare ormai essere più un fatto di ritualità quanto invece un passo verso la risoluzione dei problemi. Il sindacato tutto dovrebbe interrogarsi sull'inefficacia della sua iniziativa. Noi lo stiamo facendo”.

Alle cifre ufficiali si affiancano quelle reali, che tengono conto dei lavoratori non censiti dall'Inail, degli extracomunitari privi di regolare permesso: quanti sono i lavoratori dimenticati, in Italia?

“A fianco alle drammatiche statistiche ufficiali esiste un'altra contabilità persino più brutale. È quella che nella gerarchia dello sfruttamento del lavoro chiamiamo mondo di sotto, mondo degli esclusi: I migranti senza contratto, i lavoratori a nero. Più di tre milioni di uomini e donne che lavorano in condizioni spesso infernali, con retribuzioni scandalose. Dovremmo pensarci quando acquistiamo prodotti a prezzi incredibilmente bassi. Pensiamo ai ghetti nel nord della Puglia, alla campagna di raccolta angurie e pomodori nel nostro Salento. Dietro l'offerta c'è il lavoro non pagato di un uomo o di una donna. Qui le istituzioni, la politica e i servizi ispettivi possono con più facilità, se vogliono, risolvere questo inaccettabile sfruttamento”.

Quanto incide l'alto tasso di precarizzazione dei rapporti di lavoro sull'andamento del fenomeno?

“Incide molto. Il tema è che con il tristemente famoso Jobs Act di Renzi del 2015, tutto il lavoro è destinato in pochi anni a non avere più tutele reali. Quindi sarà perennemente precario anche quando formalmente stabile. Se puoi essere licenziato in qualsiasi momento, senza una valida ragione, come puoi rivendicare i tuoi diritti a partire da quello di non morire sul lavoro? I legislatori sapevano bene che la cancellazione dell'articolo 18, architrave dello statuto dei lavoratori del 1970 avrebbe creato lavoro precario, ricattabile, malsano. È stata una scelta politica a favore delle imprese. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti”.

La legislazione italiana è formalmente avanzata. Allora quali fattori ne impediscono una reale efficacia? Esiste un problema nella fase ispettiva e sanzionatoria?

“È da almeno un trentennio che, nell'ambito del progressivo ritiro dello Stato dalla sua funzione di controllo e programmazione, i servizi ispettivi sono stati taglieggiati in termini di personale, risorse e mezzi. La legislazione, sebbene molto avanzata, in Italia rischia di rimanere lettera morta se non la si applica. Lo smantellamento progressivo dei servizi ispettivi e preventivi è parte di quella stessa scelta politica che ha portato alla riduzione delle tutele del lavoro. Qualcuno tempo fa D'Alema, così ricordo, diceva che bisognava togliere lacci e lacciuoli alle imprese. Usb ha depositato una proposta di legge per l'introduzione del reato di omicidio sul lavoro. Le sanzioni spesso sono ridicole”.

Una parte importante del mondo del lavoro sembra sottrarsi, oramai, alla dimensione sindacale: da una parte c'è sfiducia, dall'altra la difficoltà di fare sindacato in alcune realtà. Quale strada si può seguire, oggi, perché i diritti dei lavoratori trovino adeguata riconoscibilità e rappresentanza?

“Nel 2012 con l'approvazione bipartisan della cancellazione delle pensioni da lavoro della Fornero si è consumata una rottura profonda del rapporto tra lavoratori e sindacato. Il sindacato ha perso gran parte della sua credibilità nel momento in cui non riesce più a rispondere ai bisogni di chi vuole rappresentare. Il Jobs Act nel 2015 ha fatto il resto. Oggi organizzare il sindacato in azienda è sempre più difficile. Questo è il dramma. Cresce il bisogno di sindacato combattivo ma è sempre più complicato farlo. Il come ricostruire credibilità e efficacia è il vero tema per un sindacato che si misura con la realtà. La strada è certamente lunga e complessa. Il primo passo, ineludibile, è quello di rifiutare ogni ulteriore cedimento e tornare a parlare dei bisogni dei lavoratori, tornare a lottare. Il sindacato troppo spesso parla con la politica e le istituzioni e dimentica i lavoratori. Serve avviare una nuova stagione di lotte, un conflitto sociale che rimetta al centro il lavoro. Solo così le cose possono cambiare”.

Sindacalismo confederale e sindacalismo di base: due strade che non si incroceranno mai?

“Il sindacato confederale, in cui peraltro ho militato per venti anni, attraversa una durissima crisi sebbene non dichiarata. Cisl ha vinto la sua battaglia con Cgil. Il sistema, chiuso e corporativo, che Cgil Cisl Uil hanno costruito in accordo con Confindustria e governo garantisce la sopravvivenza degli apparati non la condizione dei lavoratori.  In questo quadro esiste uno spazio enorme di crescita per un sindacato conflittuale. Tuttavia più che la competizione tra organizzazioni, dovremmo imporre democrazia e unità. Solo se tutto il sindacato farà fronte comune le cose potranno davvero cambiare. È questo il mio auspicio”.

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