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Donazione organi e trapianti, la Puglia arranca: opposizioni ben oltre la media

Conversazione con Giuseppe Pulito, direttore di Anestesia e Rianimazione, e con Donatella Mastria, coordinatrice dei prelievi per il "Vito Fazzi". I motivi di un grave ritardo che si ripercuote sul tasso di sopravvivenza dei pazienti in attesa

Giuseppe Pulito e Donatella Mastria.

LECCE – Tra le molte ripercussioni della pandemia sul sistema sanitario, la diminuzione dei trapianti di organi si impone all’attenzione proprio in occasione della giornata nazionale delle donazioni (quest'anno calendarizzata per l'11 aprile) dedicata all’informazione e alla sensibilizzazione su questa preziosa e complessa attività.

Nel 2020 in Italia le donazioni sono state 1.531, di cui 295 da donatore vivente; l’anno precedente il dato era di 1.742 e nel 2018 di 1.695. Il trend segue quello del numero dei donatori disponibili: 2.247 nel 2020, 2.766 nel 2019, 2.666 nel 2018. Meno donatori, meno trapianti, dunque, anche perché l’idoneità tra donatore e paziente in attesa di trapianto non è affatto scontata.

È importante allora allargare la platea dei potenziali donatori e questo passaggio ha molto a che vedere con le dichiarazioni di volontà, che in Italia si possono formalizzare presso l’Anagrafe del proprio comune di residenza, la Asl, compilando il tesserino del Centro Nazionale Trapianti o il tesserino blu del ministero della salute, redigendo l’atto olografo dell’Aido (Associazione italiana donazione organi) o anche riportando la propria volontà su un foglio bianco con data e firma da custodire tra i propri documenti personali. In assenza di una manifestazione di volontà sono i parenti più prossimi a dover prendere una decisione dopo l’accertamento di morte.

In Puglia durante lo scorso anno sono state registrate 37 opposizioni, pari al 42 percento dei casi nei quali vi era un potenziale donatore. In provincia di Lecce ci sono state cinque opposizioni su nove accertamenti, pari al 55 percento. Sono tutti numeri che stridono con la media nazionale, del 31 percento e che, inevitabilmente, impongono una riflessione approfondita che con questo articolo si vuole rilanciare grazie alla competenza di due addetti ai lavori molto esperti.

“Ci sono nella nostra regione più di duemila persone in attesa di donazione di rene che vivono una invalidità importante che comporta una vita molto difficile – afferma Giuseppe Pulito, direttore di Anestesia e Rianimazione dell’ospedale Vito Fazzi -. Con uno sforzo comune possiamo portare il livello delle opposizioni nella media nazionale, determinando in questo modo un incremento del tasso di sopravvivenza dei pazienti in attesa di trapianto, oltre che un miglioramento della loro qualità di vita. Un trapiantato di rene ritorna nelle stesse condizioni di salute di qualunque altra persona; mentrechi  è in attesa, invece, deve affrontare la dialisi, ricoveri per infezioni, difficoltà nella possibilità di muoversi, deve essere sicuro che nel luogo dove si sposta ci sia un centro dialisi. È una gabbia nella quale si è costretti”.

Gli fa eco Donatella Mastria, medico rianimatore e coordinatrice per le donazioni di organi dell'ospedale leccese: “Troppo spesso nell’attesa si muore, basti pensare a chi attende il trapianto di cuore, di fegato o di polmone”. L’ultimo prelievo effettuato nell’ospedale leccese è stato effettuato su una donna di 36 anni deceduta a seguito di emorragia cerebrale. Questa triste vicenda ha messo in risalto l’importanza fondamentale del nodo della volontà, subito sciolto dai parenti della vittima che hanno riportato il desiderio che la donna aveva espresso verbalmente, nel caso le fosse capitato qualcosa di brutto.

“È importante fare una corretta informazione – dice Mastria -. La donazione è un atto che può dare conforto a chi ha una perdita improvvisa e molto spesso prematura. La richiesta ai parenti di esprimere un consenso alla donazione, se non espresso in vita, subito dopo l’informazione della morte cerebrale di un congiunto, non è sempre facile da gestire. L’impatto emotivo è forte: spesso si tratta di pazienti che passano in poche ore dal completo benessere a uno stato di coma profondo e di morte. Nel caso dell’ultima donazione, molto importante è risultata essere la volontà verbale espressa in vita dalla signora. Per questo bisogna spingere perché siano sempre di più le manifestazioni di volontà rese nelle forme previste. In questo modo si esonerano i familiari da una decisione da prendere in tempi brevi e che spesso coglie impreparati, sebbene possa dare un senso al dolore della perdita. Si tratta di una procedura molto semplice: tutte le informazioni sono accessibili on line sul sito del Centro Nazionale Trapianti, dove c’è tutta una parte che riguarda l’assenso e anche il dissenso alla donazione. Si tratta di una decisione che, peraltro, può essere modificata in qualsiasi momento”.

Per Pulito, però, c’è dell’altro: “Perché a poche centinaia di chilometri c’è una situazione ben diversa per quanto riguarda le donazioni? il dolore è dolore per tutti, non c’è una sofferenza maggiore o minore a seconda della posizione geografica. Sicuramente è anche un problema culturale, di informazione: maggiore è il numero di osservazioni di morte maggiori possono essere le donazioni”.

Ecco quindi che ci si trova davanti il tema molto complesso dell’accertamento di morte: “Il primo passaggio è quello della diagnosi di morte cerebrale: stato di incoscienza, assenza di riflessi del tronco encefalo (rilevati da un attento esame clinico neurologico), assenza di respiro spontaneo (rilevato dal test d’apnea) ed assenza di attività elettrica cerebrale (rilevata da un elettroencefalogramma) – spiega Mastria -, di seguito si procede con una segnalazione in Direzione sanitaria ospedaliera per la nomina di una commissione composta da tre medici: un rianimatore, un neurologo e da un medico legale o di direzione sanitaria. Il terzo passaggio prevede l’osservazione del paziente per sei ore consecutive da parte della commissione, che alla fine certifica la morte: in questo periodo i criteri rilevati per la diagnosi devono rimanere immutati”.

“La normativa italiana è la più sicura del mondo – prosegue Pulito -, non c’è alcuna possibilità di rischio. L’accertamento di morte è fatto di una serie di passaggi che ci permettono di dichiarare senza dubbio alcuno la morte cerebrale. La procedura è molto impegnativa e spesso viene svolta da medici che continuano a lavorare per molte ore oltre il normale turno. Le risorse di organico che si dedicano all’iter di accertamento e di seguito quelle per l’idoneità clinica alla donazione e per la donazione sono ingenti. Ma il carico di lavoro in reparto è tale che impegnarsi in una procedura così complessa diventa una qualcosa che va al di là dell’impegno già gravoso di un rianimatore. Se noi riuscissimo ad avere un organico sufficiente, potremmo allargare la possibilità.”.

Ci sono dunque aspetti prettamente organizzativi del sistema sanitario, come conferma Mastria, che determinano in Italia diversi livelli di assistenza: “Nell’ultima riunione del Centro regionale trapianti si è sottolineato come il numero di posti di Rianimazione incida sul numero di osservazioni: in Puglia ad oggi i posti letto di rianimazione sono molto inferiori a quelli presenti in Lombardia, Toscana ed Emilia Romagna, dove le osservazioni sono molte di più”.

Le condizioni che determinano un prelievo di organi, dunque, sono tutt’altro che facili ma quando si verificano allora entra in scena una macchina rodata: “Il meccanismo che si mette in moto è molto complesso e quello che si attiva per la donazione – spiega Mastria - coinvolge molti settori dell’ospedale: oltre a noi rianimatori, ai neurologi ed alla direzione sanitaria, anche chirurghi, dermatologi, medici di laboratorio, microbiologi, oculisti, urologi, radiologi, infermieri, Oss, autisti. È una macchina che, con l’impegno di tutti, rapidamente lavora per dare risposte che servono ad allocare gli organi. Qui vengono equipe da tutta Italia per il prelievo fegato, cuore e polmone”.

Importante chiarire, ai fini di una corretta informazione, anche un paio di aspetti sui quali c’è spesso confusione: non esistono limiti d’età per la donazione, né esiste una controindicazione per i pazienti positivi al Covid purché il ricevente abbia a sua volta superato l’infezione. In Puglia lo scorso anno il donatore più grande aveva 83 anni, mentre a Bari nel mese di marzo sono stati fatti due prelievi da pazienti Covid positivi. L’esame specifico che viene fatto per verificare la presenza del coronavirus è quello del broncoaspirato profondo.

Fare in modo che questa macchina abbia la possibilità di dimostrare la sua efficienza è dunque compito della classe dirigente, che deve rendere efficiente l’organizzazione sanitaria, e della società civile cui spetta il compito di ingrossare la platea dei potenziali donatori, superando anche quella diffidenza quasi congenita che esiste nei confronti della sanità pubblica: “Le eccellenze ci sono ovunque – racconta Pulito che ha una lunga esperienza professionale -, ma il problema da noi parte da lontano, soprattutto da una informazione non sempre capillare e corretta, che non valorizza sempre al meglio le realtà locali”.

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