"L'economia muore, il virus resta": la protesta delle Partite Iva in Prefettura

Il sindacato Pin chiede la riapertura delle attività e l'eliminazione dei limiti orari: "Abbiamo fatto investimenti per adeguarci: a cosa sono serviti? I ristoratori dei piccoli centri sono in ginocchio"

LECCE - “Lo sport è morto; le palestre sono morte; i bar sono morti. L'economia muore, il virus resta”. Gli striscioni distesi a tappeto davanti alla prefettura di Lecce, in stile manifesto funerario, rappresentano una dura provocazione al governo, lanciata dal sindacato delle Partite Iva Nazionali.

Questa mattina a protestare sono stati alcuni rappresentanti di quelle categorie più colpite dall'ultimo Dpcm: gestori e dipendenti di bar, ristoranti, attività sportive soprattutto. Si sono dati appuntamento per contestare pacificamente le nuove disposizioni e con lo scopo di incontrare il prefetto, Maria Rosa Trio, cui rivolgere una richiesta netta: ottenere, dall'esecutivo, l'immediata riapertura delle attività chiuse e l'eliminazione degli orari di semi lockdown imposti a tutti gli esercizi pubblici.

La manifestazione, del tutto pacifica, ha restituito il senso di un grande clima di preoccupazione che si respira tra i lavoratori di queste categorie. Categorie che, come sostiene Roberto Bruno, ristoratore di Calimera, più di altre hanno dovuto fare notevoli investimenti per rispettare le regole e le stringenti normative anticontagio.

“I controlli dei Nas hanno evidenziato che il 90 percento delle attività risulta in regola, eppure ci è piombato addosso questo nuovo Dpcm che ci consente di stare aperti solo fino alle 18. Per le attività dei piccoli paesi, che aprono soltanto nell'orario di cena, questo provvedimento implica direttamente la chiusura – racconta lui -. Dopo il primo lockdown nazionale, molte imprese non sono riuscite più a riaprire, schiacciate dai debiti e dai costi per mettersi a norma. Qualche collega ha tentato persino di compiere dei gesti estremi: questo non deve avvenire, confidiamo nella riapertura fino alle 23 per garantire almeno la sopravvivenza”.

“Se il virus verrà sconfitto, come ci auguriamo, contestualmente moriranno tante attività economiche nel Paese. Noi siamo i contribuenti, non possiamo accettarlo – denuncia Antonio Sorrento, il presidente di Pin -. I mesi estivi di apertura sono serviti solo a rimettersi in moto, ma non per guadagnare. A stenti abbiamo incassato quei soldi che sono serviti ad adeguarsi alle disposizioni contenute nei protocolli. Protocolli che evidentemente non sono serviti: facciamo l'esempio delle palestre che hanno aperto, sono state controllate e risultate regolari nel 90 percento dei casi e alla fine sono state chiuse. Allora ci chiediamo: disinfettanti, totem, dispositivi e quant'altro a cosa son serviti? E chi ci risarcirà? Nessuno”.

manifesti funerari 2-2Il presidente del sindacato non fa sconti al governo neppure sul versante dei ristori: “Sin dai primi Dpcm abbiamo sentito parlare di una potenza di fuoco; ora è la volta dei fiumi di soldi. È assurdo che vengano lanciati continuamente dei proclami come se fossero degli spot pubblicitari, quando ci sono collaboratori che ancora sono in attesa di ricevere la cassa integrazione di marzo, aprile e maggio. Gli ammortizzatori sono stati centellinati. Siamo stati noi contribuenti, noi partite Iva ad anticipare questi soldi ai collaboratori. È vergognoso. Questo non è un governo che ci rappresenta”.

Sorrento è stato accolto dal prefetto di Lecce cui ha proposto soluzioni alternative: “Riapertura delle palestre, anche perché non ci sono evidenze scientifiche che ne giustifichino la chiusura, e riapertura di bar e ristoranti perché il virus non ha orari. Se è vero che c'è un indice di contagio Rt nazionale da seguire, ebbene questo non giustifica le chiusure, quanto meno a livello territoriale. Chiederemo che ragionevolmente siano fatti sopralluoghi laddove esiste realmente il rischio di contagio, ma restiamo contrari a una chiusura a prescindere”, conclude lui.

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