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Dal fronte della Rianimazione: "Siamo in piena pandemia, il vaccino è un obbligo"

Un anno addietro dispose il primo ricovero in Anestesia e Rianimazione di una paziente Covid. E da allora, insieme ai colleghi, affronta in prima linea la sfida a un virus tutt'altro che sconfitto: l'intervista

LECCE – Un anno dopo i primi casi confermati, la battaglia per contenere la pandemia di Covid-19 è in pieno svolgimento. Il tiro alla fune non conosce sosta: quando si pensa di aver raggiunto un punto di equilibrio, seppur precario, ecco che si verifica lo strattone, magari per la prevalenza di una variante del virus più contagiosa, come sta accadendo in Europa da mesi e, in maniera chiara da alcuni giorni, anche in Italia a causa del ceppo inglese.

Sul fronte sanitario messo su in tutta fretta per arginare la prima ondata, un ruolo tutto particolare lo hanno avuto i reparti di Anestesia e Rianimazione interamente dedicati a ospitare pazienti Covid. È stato come un salto nel vuoto, una esperienza estenuante ed estremamente impattante dal punto di vista professionale ma anche umano. Emanuela Modugno, leccese di 46 anni, è stata il medico che ha disposto il primo trasferimento nel reparto di terapia intensiva Covid del “Vito Fazzi” (diretto da Giuseppe Pulito). Era il marzo del 2020 e, un anno dopo, l’emozione è ancora tutta lì, negli occhi di chi non ha mai smesso di provare a salvare il maggior numero di persone possibile.

Qual è stato l’insegnamento principale di quest’anno che nessuno potrà mai scordare?

“Ho scelto di essere anestesista e rianimatore per l’intrigante significato che questa disciplina ha insito nel suo nome, cioè ridare l’anima a chi non l’ha più e sicuramente durante la pandemia questa vocazione ha toccato il suo apice. Il Covid-19 ci ha costretto a un continuo confronto sul campo, a un vero e proprio addestramento fisico per l’adattamento ai dispositivi di protezione individuale, spesso indossati più volte al giorno e per più giorni consecutivi, a uno studio costante, secondo un percorso inverso dal solito però, dalla clinica alla teoria: l’osservazione della malattia ci ha permesso di dedurre conclusioni per migliorare le nostre prestazioni. L’impatto emotivo è stato notevole perché ci siamo trovati davanti una malattia sconosciuta e del tutto diversa da come ci era stata descritta. Siamo stati sbalzati all’improvviso dalla corsia alla trincea”.

Ricordi il primo caso che hai trattato?

“Sì perché il primo trasferimento in reparto di un caso critico l’ho disposto io. Ricordo la corsa dietro la barella di biocontenimento, con quella tuta che mi faceva sembrare un’astronauta. Si trattava di una donna, nemmeno tanto anziana, in condizioni di salute buone prima di contrarre il virus. Ricordo l’appannamento continuo degli occhiali, di aver indossatotre paia di guanti per effettuare le procedure invasive, ma ricordo anche la solidarietà dei colleghi che mi hanno supportata in maniera importante. C’erano tutti quel giorno, a partire dal coordinatore, Carmelo Catanese”.

Lavorare in un reparto di frontiera, tra la vita e la morte, credo presupponga una capacità non comune di gestire il carico emotivo davanti a ogni evenienza. L’impatto con il Covid si è fatto sentire anche da questo punto di vista?

“Non si è mai sufficientemente allenati per sostenere un’esperienza come questa. L’impatto emotivo è stato devastante: io mi sono terrorizzata quando ho visto delle immagini radiologiche mai viste prima, per esempio di polmoniti con infiltrati bilaterali che interessavano totalmente entrambi i polmoni per cui all’emogasanalisi si riscontrava una grave ipossiemia che non rispondeva alle strategie collaudate di ventilazione, sia invasiva sia non invasiva. Questi casi di gravità clinica estrema hanno spiazzato tutti: c’erano delle linee guida che più che altro erano norme condivise di comportamento con realtà ospedaliere che si sono scontrate col Covid prima di noi, ma queste stesse norme venivano riviste di giorno in giorno. Ci ha colpito molto la forza dell’impatto iniziale della malattia e la rapidità con cui spesso la situazione clinica evolveva e, purtroppo, evolve tuttora: ci sono pazienti che sembrano potersi stabilizzare e, invece, precipitano nel giro di pochi minuti o, al massimo, di poche ore”.

Dopo un anno si è consolidato un protocollo terapeutico?

“L’approccio a questa malattia è migliorato e questo è dimostrato dalla diminuzione del tasso di letalità. Sappiamo più cose, ma non ancora tutto. Detto altrimenti, sappiamo cosa Il Covid 19 non è, ma dobbiamo ancora capire cosa è veramente, conoscere il vero meccanismo patogenetico”.

È vero che è diminuito nel corso dei mesi il ricorso alla ventilazione invasiva?

“Sì, si è visto che i risultati migliori provengono dai pazienti non sottoposti a ventilazione invasiva cui facciamo ricorso quando non è possibile proseguire con quella non invasiva, vuoi per le condizioni del paziente, vuoi perché non è collaborante”.

L’osservazione sul campo ti consente di dire che esiste un profilo del paziente che viene ricoverato nel vostro reparto, quanto a età e condizioni di salute generali?

Sicuramente esiste una correlazione con età e comorbilità, e infatti la campagna vaccinale ne tiene conto, però è anche vera che in maniera imprevedibile sono stati colpiti da forme gravi della malattia anche soggetti giovani. Abbiamo avuto recentemente un 19enne, un 28 enne, un 39enne nella precedente ondata, un 47enne, quindi parliamo di fasce di età molto giovani. Alcuni tra i più giovani in anamnesi non avevano nulla di rilevante, altre comorbilità. In assenza di Covid anche i pazienti anziani senza patologie importanti avrebbero potuto vivere serenamente qualche altro anno”.

Un'altra vicenda che ha molto colpito è la gestione delle relazioni familiari del paziente: un punto che vi coinvolto direttamente e con un prezzo pesante.

“È stato molto difficile dover negare anche l’ultima carezza. Ogni carezza negata è una ferita nei nostri cuori. La tecnologia ci è venuta incontro: i pazienti svegli hanno potuto fare delle videochiamate o con tablet forniti da noi o con lo smartphone personale. Siamo stati motivati a stimolarli con energia per sopportare trattamenti comunque impegnativi che, per quanto non invasivi, li tengono in particolari posizioni per diverse ore al giorno. Per i pazienti sedati più profondamente e quindi non in grado di comunicare, abbiamo cercato di rassicurare le famiglie che avremmo fatto del nostro meglio, abbiamo cercato di colmare con le parole una distanza innegabile. Siamo coperti dalle mascherine e la nostra luce proviene dagli occhi, come dagli occhi proviene la richiesta esplicita dei pazienti di voler respirare meglio. Chi ce l’ha fatta ha apprezzato il nostro lavoro e questo ci permette di andare avanti”.

Il personale sanitario è ora vaccinato e può proseguire nel suo impegno con qualche pensiero in meno. Cosa pensi dei dubbi, delle diffidenze di coloro che non intendono vaccinarsi?

“È un obbligo morale verso la collettività, l’unica scelta possibile che però mi auguro venga da un convincimento interiore e non da una disposizione di legge. È assurdo dopo un anno di consapevolezza di cosa è il Covid sentire ancora le argomentazioni dei no mask e dei no vax che negano l’esistenza stessa della malattia”.

È presto per fare un bilancio, ma prevale la soddisfazione per chi hai salvato o il rammarico per chi hai perso?

“La tristezza per coloro che non ce l’hanno fatta è grande però lo è anche la soddisfazione di aver tirato fuori dai guai anche uno solo di coloro sui quali non avresti scommesso molto, è qualcosa che ti ripaga di tanti sacrifici. Non cancella il dolore per le vite spezzate ma ti arma di ottimismo e coraggio per andare avanti”.

A proposito di andare avanti, com’è la situazione in questa fase?

È ancora calda, in continua evoluzione. Siamo in piena ondata pandemica”.

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