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Dopo abusi e forzature

L’uomo e la costa, una storia da riscrivere: finita l’era dell’incoscienza, senza tutela non c’è fruizione

Alla vigilia della prima giornata regionale che celebra il ruolo identitario e di sviluppo del litorale, una intervista al geologo Stefano Margiotta per capire meglio le caratteristiche e le criticità di spiagge, rocce e falesie, ma anche le priorità per entrare definitivamente in una nuova fase. Partendo da una premessa: la pressione antropica va alleggerita

LECCE – Si celebrerà domani la prima Giornata regionale della Costa, istituita con la legge approvata all’unanimità il 24 marzo dall’assise pugliese.

Si tratta di un provvedimento che suggella per il litorale pugliese, il valore identitario ma anche l’importanza strategica dal punto di vista ambientale, paesaggistico ed economico. La costa come patrimonio comune, insomma, da tutela attraverso iniziative di informazione, di tutela e di fruizione sostenibile.

Il litorale pugliese, mettendo da parte le Isole Tremiti, è lungo circa 940 chilometri e, solo per citare le caratterizzazioni prevalenti, per il 33 percento è fatto da spiagge sabbiose, per un altro 33 da costa bassa rocciosa per il 21 percento da alte falesie come quella di Torre dell’Orso, le cui foto accompagnano questa intervista. Abbiamo infatti chiesto al geologo Stefano Margiotta di approfondire alcune questioni, con riferimento ovviamente alla costa salentina, partendo dalla parte descrittiva.

Dal punto di vista geologico, quali sono le caratteristiche principali della nostra costa?

“Il perimetro costiero della provincia di Lecce si estende per circa 215 chilometri e mostra paesaggi fisici alquanto diversi. Sintetizzando possiamo distinguere tre tipi morfologici principali: coste rocciose digradanti, falesie e spiagge. Le coste rocciose digradanti possono essere caratterizzate da un ripido versante costiero che si prolunga al di sotto del livello del mare così come è ben visibile nel tratto compreso tra Otranto e Capo Santa Maria di Leuca. A questa categoria appartiene anche, per esempio, il versante ionico di Porto Selvaggio. La costa rocciosa può anche essere digradante piana (aspetto più frequente lungo il lato ionico). Le falesie sono parti di costa caratterizzati da versanti subverticali: esempi sono quelli delle marine di Melendugno o Porto Miggiano. Le spiagge provengono dall’azione di trasporto e deposito da parte del moto ondoso. Esse caratterizzano, procedendo in senso orario da nord, il litorale tra Casalabate e Le Cesine, la baia di Torre dell’Orso e località Alimini sul lato adriatico, mentre sull’altro versante il litorale tra Torre Vado e Torre San Giovanni e le località di Gallipoli e Porto Cesareo”.

Negli ultimi anni si sono susseguiti cedimenti della falesia, con una frequenza preoccupante, sul versante orientale tra le marine di Melendugno e Otranto. Cosa sta accadendo in quel tratto?

“Per definizione il ripido versante che caratterizza le falesie corrisponde alla superficie di distacco di frane, principalmente da crollo, indotte, lungo superfici di discontinuità, da una azione di scalzamento al piede ad opera del moto ondoso intorno al livello medio del mare: esso è quindi il prodotto di continui processi di arretramento che l’uomo non ha saputo leggere realizzando opere antropiche a ridosso delle falesie stesse. Gli stessi faraglioni delle Due Sorelle, visibili dalla baia di Torre dell’Orso, così come gli isolotti che fronteggiano le falesie di San Foca, ad esempio, sono proprio testimonianza di questi processi di arretramento. Quello che sta accadendo quindi, lungo i versanti delle marine di Otranto e Melendugno, in realtà, è perfettamente in linea con quella che è l’evoluzione geologicamente recente di questi tratti di costa, che sono, evidentemente, in erosione”.

“L’arretramento delle falesie sostanzialmente sta balzando agli onori delle cronache quindi, solo perché oggi questo arretramento rischia di compromettere diverse attività antropiche. Si deve peraltro tenere in conto che proprio i blocchi che crollano costituiscono non solo riparo rispetto all’azione del moto ondoso per il tratto di nuova falesia che si è venuta a generare ma contribuiscono al bilancio sedimentario delle spiagge in quanto dalla loro disgregazione ne proviene una parte del sedimento che le costituisce. Gli interventi di consolidamento delle falesie, quindi, devono essere programmati nel contesto di accurati studi non solo geologico - strutturali ma anche di bilancio sedimentario (alla scala almeno di unità fisiografica) che ne dovranno valutare l’opportunità e l’efficacia”.

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Anche per quanto riguarda gli arenili bassi la situazione è difficile: ogni anno la linea del mare avanza e secondo i modelli previsionali già nel giro di una ventina di anni pezzi del litorale leccese, ad esempio, saranno ricoperti d’acqua. Come si gestisce questo processo?

“Sebbene l’evidenza dell’erosione sia sotto gli occhi di tutti, compresi quelli dei fruitori delle aree, la prima azione che si deve mettere in atto è la condivisione delle conoscenze scientifiche che provano tale erosione: nessun provvedimento, quando viene calato dall’alto, è poi realmente condiviso e, quindi, di facile attuazione. Nel contesto della condivisione delle pericolosità e potenzialità geologiche costiere negli ultimi anni sono stati fatti numerosi passi in avanti così come testimoniato anche dall’indizione della prima giornata della Regione Puglia della costa. Con questa premessa, alcuni interventi appaiono però inderogabili. Tra questi, quelli volti alla rinaturalizzazione e all’alleggerimento della pressione antropica sono i più urgenti. Tra gli interventi di rinaturalizzazione sono prioritari quelli per la salvaguardia e ricostruzione dei cordoni di dune danneggiati o eliminati, perché cordoni rappresentano il primo ostacolo all’ingressione del mare”.

“L’alleggerimento della pressione antropica si potrà effettuare mediante la riconversione delle strutture fisse in amovibili, il trasferimento degli immobili oggi a ridosso della linea di riva o in precarie condizioni di sicurezza in lotti posti maggiormente nell’entroterra, la dismissione delle strade fatte a ridosso dei cordoni. La rinaturalizzazione di questi tratti costieri dovrà riguardare anche le aree retrodunali, un tempo paludose. Gli specchi d’acqua retrodunali potranno essere collegati tra loro mediante canali o percorsi pedonali e ciclabili, realizzando quindi dei corridoi ecologici. In tali specchi d’acqua si potranno convogliare le acque piovane dando loro un recapito finale “naturale” e in questa maniera si potrà mitigare la pericolosità idraulica. Infine, diviene assolutamente fondamentale il monitoraggio degli eventi calamitosi con la realizzazione di sistemi di allarme”.

Un’economia turistica può cogliere delle opportunità anche in questo contesto che riduce gli spazi per la balneazione?

“Se pensiamo di utilizzare la costa così come si è fatto negli ultimi decenni, ovviamente ciò non è assolutamente sostenibile. Il modello che prevede il raggiungimento in massa del mare con i mezzi a motore sino alla stessa linea di costa, sia essa rocciosa o sabbiosa, deve ritenersi superato e figlio di visioni del passato prive di una vera e propria coscienza ambientale. Per quanto riguarda le spiagge, sarà opportuno determinare la loro reale capienza in funzione dell’estensione degli arenili e prevedere accessi in numero non superiore a quello massimo stabilito. Su questa capienza e non sulla domanda dei bagnanti, dovranno essere dimensionate le aree a parcheggio che potranno essere di interscambio anche con mezzi pubblici ed ecologici e posizionate preferibilmente maggiormente nell’entroterra”.

“In questo contesto di rigenerazione il pubblico dovrà fare la sua parte fornendo l’esempio e garantendo servizi adeguati sui tratti di costa libera dalle concessioni, oggi spesso abbandonati e scarsamente fruiti per assenza di servizi. Per quanto riguarda le coste rocciose, laddove le condizioni di sicurezza lo consentiranno, potranno costituire nuovi spazi per il turismo balneare oggi in larghissima parte concentrato in corrispondenza dei tratti sabbiosi. Anche in questo caso l’offerta turistica potrà guardare alle opportunità legate alla domanda sempre crescente di fruizione consapevole delle peculiarità biologiche e geologiche degli splendidi paesaggi costieri rocciosi salentini che non sono propriamente sul mare, ma ne consentono comunque l’osservazione. Allo stesso modo potranno incentivarsi le attività sportive acquatiche per la fruizione dal mare dei paesaggi costieri. In sintesi, l’economia turistica legata alla balneazione dovrà, per forza di cose, diversificare l’offerta e privilegiare la qualità del servizio rispetto alla quantità: in questo modo potrà giovarsi dell’aumentato valore del bene associato ai processi di rigenerazione della costa”.  

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Nella gestione della costa per decenni la classe dirigente è stata succube di una visione statica, concedendo le più ampie deroghe ai principi del buonsenso in tema di costruzioni e cementificazione. Adesso la natura presenta il conto. Quanto è importante pianificare e quali principi non possono più essere aggirati?

“Anzitutto mi preme sottolineare che condivido la premessa alla domanda. Gran parte delle problematiche che è possibile riscontrare nei territori costieri salentini, e non solo, è legata all’assenza di una pianificazione. Giova ricordare che l’occupazione antropica della grande maggioranza delle aree costiere è avvenuta nell’arco di un quindicennio tra la fine degli anni 1970 e i primi anni 1980: è impensabile che questa occupazione (a mezzo di migliaia di abitazioni) sia avvenuta senza che chi amministrava se ne accorgesse. In questi paesaggi, più che di abusivismo è corretto parlare di permissivismo, anche se di permessi ufficiali ce ne sono ben pochi. D’altro canto, gran parte di queste abitazioni sorgono in contesti oggi a elevata pericolosità e concedere un permesso, in questi casi, vorrebbe dire danneggiare una seconda volta i cittadini”.

“Con questo stato dei luoghi si deve essere realisti e credere che si possano risolvere i problemi con la bacchetta magica è, ovviamente, utopistico. Per questo motivo pianificare è l’unica soluzione in quanto consente di individuare le problematiche, le potenzialità e le azioni per fruire correttamente del territorio. Il principio base dal quale non si può derogare è quello di considerare l’ambiente nel suo dinamismo in contrapposizione alla visione statica che se ne è avuta negli anni passati, visione che ha portato alle cementificazioni oggi visibilmente insostenibili. In questa maniera, anche gli strumenti di pianificazione dovranno essere improntati al dinamismo ed essere capaci di prevedere adattamenti in funzione della variabilità dei mutamenti climatici in atto”.

Il Consiglio regionale, di recente, ha corretto un suo precedente provvedimento che allargava anche alle dune il regime delle concessioni. È stato un ravvedimento giusto?

“Ritengo che i privati possano e debbano partecipare ai processi di rigenerazione dei paesaggi costieri partendo proprio da quelli delle dune. Ovviamente questo non può avvenire al di fuori di ben definite linee guida che pure sono presenti. Penso anche che sarebbe giusto mettere in atto politiche meritocratiche di premialità verso coloro che si propongono di partecipare alla rinaturalizzazione dei paesaggi costieri in ciò segnando un importante inversione di rotta rispetto ai tanti esempi in cui lo sviluppo delle attività balneari ha comportato la cancellazione dei corpi dunari (basti pensare, giusto per fare un esempio non esaustivo ai tanti lidi in muratura che si trovano sul nostro territorio laddove un tempo vi erano estesi campi di dune). D’altro canto, è bene che la gestione delle dune e degli interventi che su di essa si pensa di attuare siano effettuati dal pubblico il quale potrà così programmare azioni nell’ambito più vasto degli studi di pianificazione che pure dovrà effettuare e che non possono essere limitati agli spazi delle singole concessioni”.

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