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"Il Cardellino" di Donna Tartt ora su Netflix con il titolo originale "The Goldfinch"

Il Cardellino vincitore del Premio Pulitzer per la narrativa nel 2014 è stato tradotto in ventiquattro lingue, e deve la sua versione italiana a Mirko Zilahi de Gyurgyokai, che ha magistralmente maneggiato il dispositivo linguistico tarttiano, ricco di metafore, simboli, allegorie e amara ironia

“L’assurdo non libera: vincola.” È la citazione di Albert Camus che apre la prima parte de Il Cardellino di Donna Tartt, e anticipa quanto le cose assurde che accadono nella vita uniscano le persone, e quanto il destino non sia necessariamente una punizione. Nella sua struttura circolare il libro si apre ad Amsterdam durante il periodo di Natale dove il protagonista, Theo Decker, è in una camera d’albergo solo e infelice, ma già nel secondo capitolo la narrazione fa un balzo indietro quando Theo ha tredici anni e sua madre Audrey muore.

È con lei durante l’attentato terroristico al Metropolitan Museum of Art, il padre alcolizzato li ha abbandonati senza una spiegazione e nessuno riesce a rintracciarlo, e il ragazzo chiede di essere accolto dalla famiglia Barbour nell'Upper East Side. Quando suo padre si rifà vivo con la nuova fidanzata, il ragazzo è costretto a trasferirsi a Las Vegas in una casa con poco mobilio, ai margini di una periferia desertica. Nel nulla che lo circonda Theo fa amicizia con un ragazzo russo di nome Boris, suo vicino di casa. Entrambi hanno famiglie disfunzionali, padri violenti, e insieme iniziano ad assumere sostanze. Ma Las Vegas e la vita con il padre sono solo un intermezzo perché il padre di Theo è un giocatore d'azzardo professionista, e dal ragazzo vuole solo ottenere i soldi che la madre gli ha lasciato per gli studi.

Theo scappa e torna a New York, da James “Hobie” Hobart, l’antiquario socio di Welty Blackwell, l’uomo che gli stava accanto nella sala 32 del MET poco prima dell’esplosione; Theo ha già conosciuto Hobie quando, dopo l’attentato, è andato a fargli visita per restituire l’anello con corniola che Welty gli aveva affidato in punto di morte tra la polvere e le macerie.

Nonostante la sua storia di dissolutezza, Theo conserva un animo ingenuo e confuso che gli fa credere alle persone che lo circondano, per lui sono sempre come sembrano, ma Theo non è innocente. Anche lui custodisce grandi e piccoli segreti; è scappato dal MET portando con sé un piccolo quadro che raffigura un cardellino, un’opera già scampata ad un’esplosione durante la quale il suo autore Carel Fabritius, uno dei maggiori allievi di Rembrandt, è morto. Pur avendo paura di essere scoperto Theo si aggrappa al dipinto, lo tiene incartato e nascosto; ha rubato il dipinto per congelare l’ultimo momento in compagnia della madre e non lo confessa a nessuno.

Le antichità, una costante della sua vita e del racconto sono una metafora; sono ricordi di un passato che Theo conserva e brama, e una falsa percezione di se stesso, una bugia che si racconta per giustificare le sue attività criminali, la vendita di pezzi falsi. Inoltre continua a fare uso di droga, e per comprarne un po’ una sera rivede Boris in un bar.   

Boris gestisce un grosso traffico di stupefacenti e il suo ritorno in scena è sismico da un punto di vista narrativo perché apre al vacillamento di tutto il mondo fallace che Theo ha costruito a fatica.

Tutti i personaggi de Il Cardellino hanno qualcosa di retrò, quasi una volontà testarda che li estranea dal contesto della contemporaneità. La loro New York è lontana dalle derive glam della Grande Mela; ne assaporano solo un morso piccolo, quello che confina con la parte ammaccata dal verme. E tutti nel romanzo cercano di fermare il tempo, che sia l’antiquario Hobie che custodisce e rianima vecchi mobili dalle depredazioni della vita quotidiana o la famiglia Barbour che “adotta” Theo ormai adulto o il pittore che ha immortalato il cardellino 400 anni prima, vera scaturigine della trama del racconto. Il lettore è stregato e segue l'esempio, sospende il tempo, mette da parte la propria vita e si immerge nelle avventure di Theo.

James Wood sul The New Yorker ha scritto: ‘Its tone, language, and story belong in children’s literature.’ (Il tono, il linguaggio e la storia appartengono alla letteratura per ragazzi.) e Il Cardellino ha contorni vagamente oscuri come i presagi di sventura delle fiabe, pur mantenendo una dimensione reale che mai fa dubitare che la storia non sia accaduta veramente.

Senza dubbio la radice di tutti i romanzi di Donna Tarrt è l’evocazione sensoriale di una caduta verticale dall’atterraggio morbido nell'esperienza avvolgente, ipnotica dei suoi personaggi. Vivono tutti in piccole bolle e sono tagliati fuori dal mondo attaccati solo al gruppo ristretto di persone con cui condividono la loro esistenza semi-onirica. Accade in Dio di illusioni (1992) in cui i protagonisti sono amici e vivono rinchiusi in una meta bolla, un seminario di studi classici all’interno di un college privato e appartato, e nel romanzo Il piccolo amico (2002), in cui la protagonista Harriet vive nel silenzio che aleggia attorno all'omicidio del fratello Robin trovato impiccato a un albero del giardino quando lei era appena nata. Per Harriet, Robin è il "piccolo amico", il legame con un passato felice fatto di fotografie, ricordi, racconti dei familiari, è la sua bolla.

Da una settimana è disponibile su Netflix l’adattamento cinematografico di John Crowley del 2019 con il titolo originale The Goldfinch; un film che ha suscitato pareri molto discordanti tra sostenitori e detrattori, e i secondi prevalgono sui primi.

In effetti il potenziale del libro sullo schermo si stempera, i dialoghi sono più poveri, e l’evoluzione di Theo non è profonda come quella narrata da Tartt nel libro, il disvelamento del suo senso di colpa è manifesto già in apertura di film, un’esplicitazione che toglie il mistero, ma condensare quasi novecento pagine e trasporle non dev’essere stata un’operazione semplice.

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