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Pantaleo Corvino (Foto Chilla).

Pantaleo Corvino (Foto Chilla).

Corvino a tutto campo: da Rodriguez a Falco, dalle strutture al mercato

Intervista al responsabile dell'area tecnica dell'Us Lecce: dal lavoro fatto nei primi mesi alle prospettive di crescita del club, senza mai dimenticare la necessità di tenere i conti in ordine

LECCE - Nei dintorni di via Costadura inizia a spargersi una voce: quando si sente qualcuno urlare passando davanti alla sede dell'Us Lecce, significa che Pantaleo Corvino ha avuto un motivo per arrabbiarsi. Del resto, il suo ritorno nel club, a 71 anni e con alle spalle una carriera di direttore sportivo con pochi precedenti, ha significato una riorganizzazione di tutti gli aspetti della vita societaria: in pratica non c'è cosa che lui non sappia.

Il presidente Saverio Sticchi Damiani ha deciso di puntare sulla sua competenza ed esperienza per far compiere al club un salto di qualità, oltre il risultato sportivo. In questa lunga intervista il responsabile dell'area tecnica - questa la definizione corretta del suo ruolo, a sancire l'ampiezza delle sue deleghe - fa il punto della situazione, descrivendo anche ciò che spesso agli occhi dei tifosi, ma anche degli addetti ai lavori sfugge.

Partiamo dall’ultima gara: con il Vicenza in vantaggio entra Rodriguez, il Lecce prima pareggia con Mancosu e poi vince grazie a un suo gol. In quei minuti così intensi, terminati con l’infortunio muscolare, a cosa ha pensato?

“Devo essere sincero? Il ragazzo mi ha sempre detto: quando giocherò il primo gol sarà per lei, direttore, il secondo per me. Quando è entrato mi sono ricordato di queste parole e quindi speravo tenesse fede a quell’impegno. Era quella la speranza, che il gol che mi aveva promesso potesse essere da tre punti. E così è stato”.

“Più a freddo, dopo la gara, ho avuto un secondo pensiero: lui, Listkowski, i giovani che si stanno mettendo in mostra, sono il viatico del marchio che ci deve contraddistinguere, quello di avere oltre a giocatori di conclamata qualità anche altri dalle potenzialità importanti per poter essere un club capace di raggiungere i risultati che questo territorio merita, ma anche di autofinanziarsi. Le difficoltà nel fare calcio, soprattutto in questa fase, sono tante, per cui Rodriguez può rappresentare il nostro modo di fare le cose: se il buongiorno si vede dal mattino, allora pensiamo di aver iniziato bene”.

“Dobbiamo ricordarci che oltre al lavoro che è sotto gli occhi di tutti, c’è quello invisibile, che mi piacerebbe sottolineare: stiamo facendo molti sforzi per cercare di alzare il livello di questo club. Del resto fino all’ultima partita era invisibile anche il ragazzino spagnolo. Molti aspetti sono importanti tanto quanto i calciatori: ci sono le strutture che devono essere efficienti, ci sono le attrezzature come quelle della nuova palestra e dell’area sanitaria, con strumenti che ci consentono di curare a casa gli infortuni. Ci mancavano gli strumenti, per cui eravamo costretti per accelerare i tempi di recupero a mandare altrove i calciatori per le terapie, non per mancanza di risorse umane: oggi posso dire che il Lecce si è attrezzato in maniera importante e abbiamo anche allargato l’organigramma delle figure professionali. In termini di organizzazione ci stiamo sforzando di migliorare”.

“Devo aggiungere che il settore giovanile per noi sarà strategico per creare le risorse tecniche e quindi economiche per poter essere competitivi. Abbiamo sistemato i ragazzi in convitto – e sono molto grato a chi ce li ospita – per non tenerli in altre situazioni più difficili da controllare. Si tratta di un lavoro silenzioso: oggi si è visto solo Rodriguez ma c’è stato un reclutamento ampio. Il Covid ha fermato i campionati minori ma sono sicuro – e non voglio fare ora i nomi – che questi ragazzi saranno degni di attenzione”.

Torniamo alla parte visibile, alla prima squadra sulla quale sono puntati i fari dei tifosi.

“Sono passati solo quattro mesi per questo nuovo ciclo, è come se stessimo ponendo le fondamenta di una nuova casa. Lo sforzo è questo: non sappiamo ancora quali saranno le rifiniture, ma dobbiamo cercare di creare un patrimonio per questa società. É passato poco tempo, dunque, eppure abbiamo perso solo tre volte, abbiamo il miglior attacco ma anche un reparto difensivo che prende qualche gol di troppo. Io credo che non sia una questione di uomini, ma di tempo che serve per lavorare e migliorare. Consideriamo anche il fatto che mister Corini manca da quattro giornate e che in queste settimane non ha potuto dirigere gli allenamenti. C’è sicuramente qualcosa che ci manca, ed è soprattutto il tempo per assemblare i pezzi”.

Il cambio di modulo adottato rispetto alle previsioni iniziali ha influito sul processo di consolidamento della squadra?

“Siamo partiti col 4-3-3 e per il ruolo di vertice d’attacco avevamo Coda e Stepinski, con Falco da una parte e Listkowski dall’altra, questa era l’idea. Con questo modulo nelle prime due partite non abbiamo subito nemmeno un gol. Poi con il mercato si sono verificate una serie di situazioni che hanno portato il tecnico a sfruttare le potenzialità che si è ritrovato a gestire: con quattro attaccanti importanti per una sola maglia, l’allenatore si è sforzato in maniera intelligente di esaltare il materiale umano che aveva. Da lì, dopo una difficoltà iniziale, la squadra ha avuto una serie di risultati importanti. Certo, tutto è migliorabile, ma è il lavoro nel tempo che fa crescere: ripeto, non avere Corini in panchina durante la partita significa anche non averlo sul campo di allenamento”.

Il reparto difensivo, per certi versi, ripropone la vulnerabilità degli anni precedenti. Gli sbandamenti talvolta sono stati evidenti. Si pensa di intervenire sugli esterni?

“Posso rispondere in linea generale, perché a questa domanda dovrebbe rispondere il tecnico. I calciatori che affiancano i centrali sulla linea difensiva io li classifico in due modi, secondo l’abc del calcio: se si usa un modulo, come facciamo noi, senza attaccanti e centrocampisti che stiano larghi sulle fasce, io li chiamo esterni. Se invece davanti hanno un centrocampista o un’ala, li chiamo terzini. La differenza è tanta. Io non posso prendere sul mercato dei terzini per il nostro modulo, perché sarebbero bloccati: ho bisogno invece di elementi che attaccano tutta la profondità della corsia. Il terzino sa difendere, l’esterno è più votato alla fase di attacco: macinando tanto lavoro i nostri esterni possono essere appannati nella fase difensiva o commettere qualche errore perché si trovano in una situazione in cui non riescono a dare il meglio. Fai fatica a trovare esterni che sappiano anche difendere, pure nelle migliori nazionali del mondo”.

Ma in difesa non c’è un problema numerico anche nella parte centrale? Dermaku ha saltato diverse partite, Meccariello ha fatto i conti con alcuni acciacchi.

“Quando una società di serie B annovera due centrali come Lucioni e Dermaku è un lusso per la categoria. Poi tutto è in funzione del rendimento complessivo della squadra che, come abbiamo detto, ha il miglior attacco ma anche una fase difensiva che deve migliorare nei meccanismi di reparto e in quelli tra i vari reparti. Non c’è stato ancora tempo sufficiente per sviluppare questo tipo di lavoro: sono passate 15 giornate e da due settimane devo rinunciare all’allenatore che, poveraccio, di tempo ne ha avuto poco. Io faccio fatica a trovare titolari migliori di Lucioni e Dermaku che accettino di venire in serie B. Poi è un campionato particolare: si gioca ogni tre giorni, con cicli di tamponi in continuazione e conseguenze varie legate al Covd. Prendiamo Dermaku, per esempio: la sua storia di infortuni è praticamente immacolata prima del Covid che incide molto a livello muscolare se non stati attento con i tempi. Metti insieme tutte queste cose e capisci che ti è mancato il tempo. Vengo agli esterni: uno è nazionale Under 21 e quindi vuol dire che, se cercavi un giovane, hai preso il meglio; Calderoni è al suo terzo campionato, lo conosciamo; Zuta viene da sei campionati nelle serie maggiori. In una sola sessione di mercato, in così poco tempo e con tutto quello che c’era da fare, credo che ci siamo sforzati di dare il massimo”.

Veniamo alla stretta attualità: nella lista dei convocati non ci sono Pettinari, Vigorito, Falco. Per ognuno un problema diverso. Sono certo che lei non possa rispondermi con la massima sincerità, per cui le pongo la domanda in maniera meno diretta: stanno maturando le condizioni per una separazione consensuale?

“Io sono certo che la lombalgia di Pettinari lo abbia reso davvero indisponibile per la trasferta a Cittadella; altrettanto vale per i problemi di Falco. Vigorito ieri ha preso una pallonata sull’orecchio e, all’esito della visita specialistica, l’otorino ha vietato il viaggio in areo. Se pensassi che si tratti di ragioni non oggettive, adotterei comportamenti diversi”.

Il minutaggio di Falco e Pettinari sembra però un altro indizio nella direzione di una cessione.

“Teniamo conto che in attacco abbiamo Coda che è capocannoniere e Stepinski che ha fatto quattro gol. Non è che stiamo parlando di calciatori che non stanno rendendo. Poi se ci sono manifestati problemi fisici io ho il dovere di pensare che rispondono alla verità, altrimenti risponderei in altra maniera”.

All’inizio dell’anno il mantra è stato “ciclo triennale”: non è che i tifosi, dopo il filotto di quattro vittorie di fila, hanno pensato fosse una dichiarazione puramente tattica?

“Noi siamo stati leali e sinceri e lo siamo ancora: un club ambizioso deve essere all’altezza della situazione e per questo non basta solo l’organico, ma ci vogliono strutture, professionalità e una cultura di appartenenza ai colori sociali, al territorio. Certo, non mi nascondo: il mio arrivo ha alzato l’asticella perché nessuno poteva pensare che alla prima sessione di mercato potessero arrivare Coda, Stepinski, che ha all’attivo 90 partite in serie A con una media di un gol ogni cinque gare. Ma parlo anche di Henderson, che ho pagato poco più di mezzo milione di euro ed è stata l’operazione più costosa del nostro mercato, lontanissima dalle cifre che qualcuno ha sparato. È chiaro che l’arrivo di calciatori di questo tipo abbia alimentato l’entusiasmo. Io non ho lesinato sforzi, ma non avevamo molto tempo. Dobbiamo tenere conto sempre di quelle che sono le nostre possibilità, perseguire un equilibrio finanziario ed economico. Non è bello fare il tifoso in questa fase così straordinaria, me ne rendo conto, ma credetemi, fare il nostro lavoro in queste condizioni comporta uno sforzo immane. Non ti puoi muovere per fare scouting, non ti puoi muovere per le trattative, ogni due giorni devi preoccuparti dei tamponi”.

Il 4 gennaio la sfida al Monza: Corvino e Galliani si ritrovano in serie B.

“Quando si arriva a un certo punto della carriera, si fanno scelte più di cuore che legate alle ambizioni. Io dopo quattro anni di Champions League, 600 partite di serie A, dopo aver fatto la B solo tre volte e aver sempre ottenuto la promozione, dopo essere partito dalla terza categoria, non me la sono sentita di accettare proposte per obiettivi che avevo già raggiunto. Mi sono sentito più motivato – magari nell’attesa di sperare di raggiungere l’unico traguardo che mi manca, lo scudetto – dall’offerta che mi è stata fatta di poter contribuire alle sorti del mio territorio. Allo stesso modo credo che Galliani abbia sentito lo stesso richiamo, di ritornare lì dove aveva iniziato la sua carriera di dirigente”.

Che giudizio dà del campionato in corso?

“È un torneo come nessun altro in tempi recenti, molto competitivo. Siamo stati così lungimiranti da percepire la situazione che avremmo incontrato. Il Lecce ha bisogno di tempo, devo essere sincero, per poter essere al livello delle altre che vengono da trascorsi diversi: il Brescia è retrocesso, come noi, però ha venduto solo Tonali e ha incassato 30 milioni di euro; idem la Spal: vendendo Petagna e Fares hanno potuto contare su tante risorse”.

Direttore, quali sono i più grandi calciatori che ha portato nelle sue squadre?

“Mi definiscono un talent scout, ma io credo che questa propensione verso i più giovani sia una vocazione in più. Io in realtà ho unito sempre la potenzialità alla qualità conclamata: a Casarano avevo Miccoli, ma anche Francioso. A Lecce avevo Vucinic, Bojnov, Ledesma ma avevo anche Lima, Chimenti, Lucarelli. Prendevo Chevanton ma avevo in rosa giocatori esperti. A Firenze avevo Jovetic, Ljajic, Nastasic, Osvaldo però ho portato anche la Scarpa d’oro Toni, ho portato Frey, Mutu. Poi nel secondo ciclo dei viola Vlaovic, Milenkovic, Castrovilli, Dragowski”.

E il suo più grande rimpianto?

“Preferisco dirti solo qualcosa che risale all’epoca in cui lavoravo con i dilettanti: avevo due ragazzi, Mario Barbarisi e Fulvio Rizzo*, due leccesi che avevano grandi potenzialità. Ecco, loro per me sono un grande rimpianto”.

*Fulvio Rizzo, oggi 50enne, è stato sottoposto al regime del carcere duro (41 bis) per circa venti anni dopo i quali è tornato ad essere un uomo libero.

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