“Antonio De Marco finirà all’ergastolo”: l’intervista alla criminologa Roberta Bruzzone

La psicologa forense e investigativa ha risposto ad alcune domande della redazione di LeccePrima. Analisi della personalità dell’assassino del duplice omicidio di Lecce e ruolo della famiglia

LECCE- “Era perfettamente lucido e imputabile e voleva esattamente fare quello che ha fatto. Ma non ucciderà più perché finirà all’ergastolo”: sono ben scandite e crude le parole della criminologa Roberta Bruzzone, intervistata dalla redazione di LeccePrima, quale consulente tecnico di parte nominato dall'avvocato del padre di Eleonora Manta, la 30enne di Seclì brutalmente assassinata insieme al fidanzato Daniele De Santis in via Montello al civico 2, a Lecce. La criminologa, psicologa forense e investigativa che non ha paura di nulla, nemmeno da piccola dell’uomo nero delle favole, ha dipinto come “personalità complessa disturbata ma certamente lucida” quel Giovanni Antonio De Marco per cui è stata disposta la sorveglianza a vista nel carcere di Lecce in cui è ristretto.

“Ci sono aspetti del ragazzo che non funzionano in maniera corretta ed è evidente, vista la gravità di quello che ha commesso”. Antonio De Marco ha massacrato con una ferocia inaudita, con più di sessanta coltellate, la coppia di giovani e, stando al contenuto dei bigliettini insanguinati rinvenuti del cortile della palazzina, voleva anche legarli con le fascette per seviziarli. Voleva scrivere un messaggio sul muro col suo sangue e quello della fidanzata, Eleonora Manta, perché tutti sapessero cosa gli avessero fatto. Un duplice omicidio aggravato dalla “spietata efferatezza, malvagia e inumana crudeltà” per il gip del Tribunale di Lecce, Michele Toriello, che ha confermato il carcere.

L’analisi del carattere di Antonio De Marco

“Ci sono aspetti del suo carattere che non hanno peso nello stabilire la capacità di intendere e di volere” prosegue Roberta Bruzzone “ma si tratta di una persona che ha conservato la piena lucidità e gli elementi focali non lasciano spazi a dubbi sulla sua responsabilità. L’aspetto che andrà approfondito è legato al movente”. Nelle tre ore di cronaca agghiacciante raccontata da Antonio De Marco davanti al gip, in cui perfino lui stesso ha dovuto fermarsi a tratti per gli impulsi di vomito alla vista dei fotogrammi che ritraevano l’atrocità che aveva compiuto, ha ammesso di aver ucciso per rabbia e invidia della felicità di Daniele De Santis ed Eleonora Manta.

Il movente dell’assassino e il ruolo della famiglia

“È tragicamente banale il movente. Nel suo modo di elaborare la frustrazione è un ragazzo che ha difficoltà a relazionarsi con gli altri, difficoltà che verosimilmente lo accompagnano già dall’infanzia e che con la crescita sono peggiorate”. Già, perché Antonio De Marco è stato descritto da tutti come un ragazzo taciturno e introverso, senza amici. “Non credo che la famiglia si sia resa conto che covasse un risentimento, non credo si sia accorta che cosa stesse accadendo dentro di lui” dice la criminologa Bruzzone quando le chiediamo un’analisi degli affetti. “Credo che sia stato un soggetto troppo protetto dalla famiglia, troppo inglobato nella famiglia e che alla fine non è cresciuto” prosegue approfondendo l’aspetto relazionale con la coppia brutalmente massacrata. “Nella relazione che aveva, che pensava di avere, è un po’ come una sorta di parassita nei confronti di Daniele. Si sentiva parte della sua vita e anche per certi versi di quella di Eleonora” e specifica “non perché era innamorato di una o dell’altro, semplicemente perché era un modo per pensare di avere una relazione. Prevalentemente nella sua testa”.

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Quella mente in cui, quando è intervenuta la decisione di Daniele di ristrutturare casa per convivere con Eleonora, “Antonio De Marco si è sentito probabilmente messo da parte, umiliato, rifiutato, abbandonato e ha iniziato a covare un risentimento via via sempre più profondo. Quando gli viene chiesto di restituire le chiavi di casa, lui inizia a progettare la sua vendetta, infatti se ne fa copia”.

Quando Antonio De Marco ha elaborato la vendetta

Dunque, la decisione di fare del male a Daniele De Santis, nasce ad agosto, quando gli viene comunicato che il 10 ottobre avrebbe dovuto lasciare la casa. “Lui non fa nessun tipo di problema, De Santis non registra problemi. Apparentemente la cosa era tranquilla e non si sono accorti che lui covava un nucleo di odio e rancore così profondo da mettere in piedi questo terribile piano criminale”. Antonio De Marco, secondo la criminologa Bruzzone, aveva l’obiettivo di umiliarli e di far loro il più male possibile perché avevano osato (nella sua mente) abbandonarlo. “Purtroppo, date le scarse risorse che aveva di tipo relazionale, la rabbia ha iniziato a evolversi verso un piano criminale vero e proprio”.

La criminologa: "Non è infermità mentale"

“È possibile, anzi è assai probabile, che nel processo in Corte d’assise sia richiesta l’indagine psichiatrica. Ma che possa concludersi con un pronunciamento di incapacità, lo escludo perché non ci sono gli estremi, neanche parziali” prosegue l’analisi della criminologa. “Non c’è alcun elemento che possa interferire con la capacità di autodeterminazione. Chi è preoccupato per un pronunciamento di infermità di mente, può rasserenarsi perché non ci sarà”.

Sulla lettera di scuse della famiglia di De Marco

“Io ritengo che sia un gesto apprezzabile, chiaro che una dimostrazione del genere avrebbero dovuto evitarla. Ma il testo è sincero, vero, non hanno giustificato il comportamento del figlio. Ma anche loro sono travolti dalla vicenda, avere un figlio che ha fatto una cosa del genere non è bello per un genitore normale. È una tragedia”.

“Ognuno di noi nel proprio percorso sviluppa profili differenti della personalità: dipende da stimoli che riceve, dal gruppo dei pari, dall’ambiente in cui vive. Sono tanti i passaggi che possono influire nello sviluppo psico fisico di una persona. Sicuramente nella personalità di De Marco c’è un nucleo che non riesce a elaborare la frustrazione, da trasformarlo in una macchina assassina”.

E non è stata l’unica vicenda di un tale spessore criminale in Italia negli ultimi dieci anni: ci sono stati casi come quello di Trifone Ragone e Teresa Costanza, freddati in un agguato mortale nel parcheggio della palestra che frequentavano, a Pordenone. Il colpevole? Un commilitone di Trifone, Giosuè Ruotolo, amico della coppia. Il duplice omicidio dei fratelli Gianluca e Ilaria Palummieri, lui ammazzato a coltellate, lei violentata per ore e poi soffocata con sacchetto di plastica. Da chi? Dall’amico di lui, Riccardo Bianchi di 21 anni, ex fidanzato della sorella. Casi diversi, moventi simili: “Soggetto che si illude di far parte della famiglia e poi viene allontanato e abbandonato”.

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