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Intervista al segretario nazionale Fillea Cgil: “Troppi furbetti del cantierino. Introdurre omicidio sul lavoro”

Introdurre la circostanza aggravante nel codice penale è la proposta di Alessandro Genovesi, da otto anni alla guida nazionale della categoria che tutela i lavoratori e le lavoratrici dell’edilizia. “Abbiamo assistito alla nascita di circa 30mila aziende senza dipendenti, aperte e chiuse in funzione dei bonus”

Segretario Genovesi, nel “viaggio” che abbiamo realizzato tra una decina di cantieri edili del Salento la sensazione è quella di una dimensione ancora molto artigianale nell’organizzazione del lavoro. Improvvisazione, lavoro grigio, trascuratezza delle norme di sicurezza. Come mai la pioggia di bonus non è intervenuta a bonificare le numerose, antiche irregolarità?

“In realtà abbiamo assistito ad una doppia dinamica sia di qualificazione che di dequalificazione delle imprese edili, durante la stagione dei vari bonus. Da un lato con l’introduzione del Durc di congruità (una certificazione obbligatoria che evidenzia la correttezza tra tipo di lavoro, importo e numero minimo – “congruo” appunto – di lavoratori dichiarati) e con la legge 25/2022 (per cui da maggio di quell’anno per beneficiare dei bonus l’azienda deve applicare i CCNL edili sottoscritti dalle organizzazioni più rappresentative) abbiamo assistito ad un processo di emersione dal lavoro nero importante (si stimano in quasi 100 mila i lavoratori regolarizzati), con le imprese più strutturate che sono dimensionalmente cresciute (la dimensione media di impresa è passata da 2,6 del 2018 a 3,5 nel 2023).  Dall’altra però, mancando una qualificazione all’ingresso per le imprese (si può andare in Camera di commercio e aprire un’azienda edile anche senza avere formazione, esperienza, mezzi e financo dipendenti) abbiamo assistito alla nascita di circa 30mila aziende senza dipendenti, aperte e chiuse proprio in funzione dei bonus. SI aggiunga poi una domanda di lavoro (circa di 400 mila unità era il fabbisogno di nuovi operai, tecnici impiegati solo per l’edilizia privata) superiore all’offerta (tra emersione e nuovi ingressi gli occupati sono aumentati “solo” di 250 mila).

Il combinato disposto ha prodotto anche aziende, vuote come scatole, che si sono affidate a squadre di cottimisti, partite iva individuali, subappaltatori improvvisati da un lato e fenomeni di super sfruttamento, orari di fatto di 50/60 ore settimanali, 7 giorni su 7, dall’altro. I dati, insomma, ci dicono per assurdo che dalla stagione dei bonus – e temo possa avvenire in parte anche con il PNRR – il settore è uscito più polarizzato: con imprese che si sono ulteriormente qualificate e con parti del mercato che è diventato ancora più “giungla”.

In uno dei cantieri un operaio mi ha riferito: “Oggi meno differenze tra un cantiere del Nord e uno del Sud, perché è il primo ad essersi adeguato al secondo”. Come dire: una standardizzazione delle condizioni lavorative al ribasso. Le cose stanno davvero così?

“No, le cose non stanno così dappertutto, anche se molto dipende anche dal tipo di lavorazioni e quindi dai cantieri che si frequentano. Un conto è il cantiere delle villette al mare, un conto il grande albergo, un conto ancora la manutenzione stradale, altro una grande opera ferroviaria. Sicuramente nell’edilizia privata, l’assenza di regole e tutele ben definite come negli appalti pubblici sta da tempo (direi dall’inizio degli anni 2000) portando il livello delle tutele, della sicurezza, del giusto carico di lavoro, del rispetto dell’orario, verso il basso. È la logica del profitto a prescindere e del fare sempre il prezzo più basso. In un cantiere, alla fine, si può fare il prezzo più basso solo in due modi: o perché ho economia di scala alte e livelli professionali adeguati, o perché risparmio. E si può risparmiare alla fine solo su tre voci: costo del lavoro (non applico il CCNL edile, non dichiaro tutte le ore fatte), costi della sicurezza (ponteggi mezzi malandati, macchinari obsoleti, DPI scadenti, formazione fatta sulla carta), costi dei materiali (allungo le vernici con solventi, metto la sabbia nel calcestruzzo, ecc.). Una parte dell’imprenditoria lo sta talmente capendo che oramai la lotta ai “furbetti del cantierino”, degli imprenditori improvvisati, di chi alimenta dumping e concorrenza scorretta sta diventando battaglia comune.

Nel settore sembra esserci una discreta consapevolezza dei propri diritti sindacali, anche grazie alla conoscenza diffusa del sistema delle Casse edili. Di contro, sembra non trovare spazio una reale conflittualità con i datori di lavoro. Ritiene che il modello di gestione dei rapporti tra capitale e lavoro nel settore dell'edilizia diffusa possa essere un esempio anche per estendere diritti e tutele in settori meno sindacalizzati?

“Il settore ha sviluppato un sistema di relazioni industriali tra i più avanzati ed innovativi del Paese. Lo affermo con la consapevolezza di chi ha vissuto anche altre esperienze di direzione a livello confederale e in altri settori e certo la bilateralità è uno dei fiori all’occhiello. Perché è una bilateralità di derivazione contrattuale, esecutrice di prestazioni a mutualismo puro. È lo strumento che costruisce una dimensione collettiva alle tutele e alla stessa identità professionale rispetto ad un mondo frammentato, perché discontinuo è il lavoro edile, minima la dimensione di impresa. Questo spiega anche l’alto tasso di sindacalizzazione degli edili: è il contratto nazionale, è il contratto territoriale, sono le prestazioni della Casse edile e della Scuola edile le leve vere di tutela dei lavoratori, operai in primis, ma anche e sempre di più anche impiegati e impiegate.  Dove il conflitto di interessi, tra organizzazioni sindacali e datoriali, si esprime di fatto tutti i giorni in una specie di contrattazione collettiva continua, ma ha sedi e pratiche volte, nella stragrande maggioranza dei casi, a trovare sintesi e compromessi.

Sintesi e compromesso non sono brutte parole per un sindacalista se salvaguardano i lavoratori da un lato, le imprese serie dall’altro. Poi è chiaro che c’è ancora tanto da fare e che ci sono stati e ci saranno sempre momenti dove la mediazione non sarà possibile fino a che i “rapporti di forza” non vengano agiti. Tradotto: scioperi e manifestazioni si fanno per conquistare tavoli che non ti darebbero e/o per spostare in avanti i “contenuti” di quei tavoli.  Ricordo il grande sciopero con manifestazione a Piazza del Popolo a Roma del 2019 per le code contrattuali. Mobilitazione che portò all’accordo con le imprese sul Durc di congruità. Accordo che, come ricordavo prima, fu poi tradotto in legge dello Stato.

O ancora le mobilitazioni contro le prime modifiche sul subappalto (Governo Conte I) o gli scioperi che ci portarono al positivo accordo con il Governo Draghi nel 2021, dove ottenemmo – purtroppo solo per gli appalti pubblici – la riconquista della parità di trattamento economico e normativo tra lavoratori in appalto e lavoratori in subappalto.

Una cosa è però vera: organizzare scioperi e proteste in settori così dispersi e frammentati è molto più complicato rispetto a settori dove hai la grande fabbrica o il grande luogo di lavoro pubblico. E aggiungo anche che, mediamente, il lavoratore edile è un lavoratore molto “pratico e concreto”, vuole capire bene se il sacrificio e l’impegno che gli chiedi potrà incidere veramente o no sulle condizioni materiali. Detto questo, dopo 9 anni di Fillea, ti dico anche che, però, quando si arrabbiano persone tranquille e laboriose come sono gli edili vuol dire che l’azienda o il Governo di turno l’hanno fatta proprio grossa…. E mi riferisco al fatto che il prossimo 11 Aprile, insieme alla Feneal, la Fillea Cgil ha proclamato 8 ore di sciopero a livello nazionale, con manifestazioni territoriali. E proprio perché, sulla lotta agli infortuni mortali, il Governo sta avanzando proposte o inefficaci o, in alcuni casi, addirittura peggiorativa rispetto al quadro attuale…”.

Buona parte delle aziende è stata regolarizzata nel tempo, adeguandosi alle norme. Perché si continua a morire di lavoro? La trave crollata a Firenze con cinque persone morte e tre ferite, poi il decesso di un operaio di 79 anni a Terlizzi, nel Barese, altri giovani lavoratori feriti nelle scorse ore...

“Si continua a morire per la logica del profitto ad ogni costo, del minor prezzo. Questo avviene soprattutto negli appalti privati dove fretta, lavorazioni fatte in contemporanea (quando magari andrebbero fatte in sequenza), orari e carichi eccessivi, scarsa formazione, frantumazione dei cicli produttivi (ogni livello di subappalto è un livello dove chi da il lavoro deve guadagnarci qualcosa…). Per questo dobbiamo affrontare la questione di fondo: occorre riportare le norme e le tutele degli appalti pubblici anche nei settori privati. Anche perché un cantiere per costruire una scuola pubblica non è diverso da un cantiere per costruire un supermercato. Anche il lavoro è lo stesso: non lo sono però i controlli, chi autorizza, le tutele, i costi del lavoro e della sicurezza”.

Molti degli infortuni, in realtà, restano nel silenzio. Nessuna richiesta di risarcimento Inail e la dichiarazione di ferimento “accidentale” nei pronto soccorso degli ospedali. Come uscire dalla letargia della politica e degli enti preposti alle ispezioni?

“Serve agire più leve. La prima, se parliamo di infortunio già avvenuto, sta nell’introduzione dell’aggravante di omicidio sul lavoro. Oggi se mando a lavorare un ragazzo senza formazione e muore sono accusato di omicidio colposo, e non doloso. L’aggravante permetterebbe maggiore certezza nell’azione della magistratura, maggiore certezza della pena e la possibilità di chiedere il sequestro preventivo dei beni dell’impresa. Oggi, anche alla fine di un processo e se non scadono i termini, l’imprenditore non fa un giorno di galera, nel frattempo ha intestato la casa alla moglie, l’azienda al figlio, la Ferrari alla suocera… Nessuno ti ridarà indietro un caro, ma almeno sarebbe giusto che i figli del lavoratore deceduto non debbano rinunciare alla scuola o all’università perché non se lo possono più permettere…”.

L’esercito di carpentieri, intonacatori, muratori e imbianchini assunti da ditte, spesso continua a lavorare anche durante il pomeriggio, privatamente, per sbarcare il lunario. Per un lavoro tanto usurante, non sono previsti adeguamenti della retribuzione?

“Le retribuzioni formali e anche quelle di fatto nel settore non sono basse, certo è che dobbiamo sicuramente aumentare ulteriormente i salari perché veniamo da 3 anni, gli ultimi, dove l’inflazione ha mangiato potere d’acquisto. Per questo ritengo che insieme alla Feneal Uil e alla Filca Cisl, in vista del prossimo rinnovo dei CCNL edili dovremmo puntare molto sul salario, anche per incentivare i lavoratori a lavorare il giusto. Inoltre, vista proprio la gravosità del lavoro, occorre rendere l’uscita in pensione più flessibile e a parità dei coefficienti (cioè devono uscire prima a pensione piena), consapevoli che, oltre alla gravosità, si deve tenere conto che molti edili hanno avuto buchi previdenziali legati, nel passato, a periodi di lavoro nero. Per questo – ed è importante che tutti i tuoi lettori lo sappiano e lo facciano sapere – a fine 2023 abbiamo rafforzato, per via contrattuale, per gli operai edili “il fondo nazionale prepensionamenti” che dal 1° gennaio 2024 garantisce fino a 6 anni di reddito e contributi per anticipare l’uscita in pensione. Agli operai edili che oggi hanno 60 e più anni consiglio di rivolgersi al loro referente Filea Cgil per chiedere informazioni. Magari ne hanno diritto, possono fare richiesta e non lo sanno. Anche questo sarebbe una risposta ai loro bisogni, magari parziale, ma una risposta concreta. Ovviamente non dobbiamo mai dimenticarci però il tema di fondo che è connesso con la questione salariale: qualificare il settore, combattere la pratica del minor prezzo e della concorrenza al ribasso, aiuta ad alzare i salari. Servono allora politiche di sistema, industriali e normative - pensiamo alle sfide che ci attendono con la nuova Direttiva europea “Case Green” – in grado di far crescere il valore aggiunto. Mai come oggi qualificare l’impresa, qualificare il lavoro, qualificare il settore, e quindi combattere sfruttamento e infortuni sono facce della stessa medaglia”.

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