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Nabil Bey Salameh, fondatore dei Radiodervish (Foto da Facebook)

Nabil Bey Salameh, fondatore dei Radiodervish (Foto da Facebook)

Nabil Bey docente al Conservatorio di Lecce. L’intervista al leader dei Radiodervish

Il musicista e giornalista di origini libano-palestinesi diviene titolare della cattedra di Etnomusicologia e Culture musicali e civiltà europee ed extraeuropee, materia fondamentale nell’omonimo corso di Laurea appena istituito al “Tito Schipa”

LECCE – C’è un equivoco da cui, nonostante la pandemia, fatichiamo a liberarci: la cultura e il settore dello spettacolo sono a tutti gli effetti “beni” di prima necessità. Timidi segnali all’orizzonte: in piena emergenza sanitaria, il Conservatorio “Tito Schipa” di Lecce istituisce un nuovo corso di Laurea triennale in Etnomusicologia.  Novità tra le novità: docente di una delle discipline fondamentali in questo percorso formativo di primo livello sarà Nabil Bey Salameh, il "padre" dei Radiodervish (e prima ancora degli Al Daravish),  uno tra i più noti gruppi di world music fondato a Bari nel 1997. Nabil, nato a Tripoli da genitori palestinesi, è legato in maniera viscerale al territorio salentino ed è stato ospite in diverse edizioni de La Notte della Taranta. Nel suo passato, oltre agli studi musicali, anche il ruolo di corrispondente estero per il network Al Jazeera. Su LeccePrima una chiacchierata (imprevista) col maestro Bey.

Una cattedra prestigiosa presso il Conservatorio “Tito Schipa” la avvicinerà ancora più al Salento, una terra che le è visceralmente familiare…

“Assumere l’impegno dell’insegnamento di questa disciplina mi investe di grande responsabilità, ma inseguivo questo progetto da diverso tempo. Insegnavo la stessa materia nel conservatorio di Monopoli, dove era però inserita nell’ambito del corso di triennio jazz. Ora, a Lecce, si tratta di un vero e proprio corso di laurea in musica tradizionale con indirizzo etnomusicologico.  Un percorso formativo che ha delle caratteristiche davvero uniche sia per il contenuto degli insegnamenti, sia per la qualità del personale docente altamente qualificato e per la stessa volontà della direzione del conservatorio che ha voluto puntare su questo corso con una scelta coraggiosa. Ci credevo e non mi sono mai rassegnato, innanzitutto per la natura di questo territorio che ho sempre accolto: una vocazione mediterranea del Salento fatta di accoglienza non soltanto nella sua declinazione umana, ma anche in termini di idee e innovazione. Un esempio ne è la Notte della Taranta: un laboratorio di intrecci musicali e culturali. Il Salento, dunque, è il luogo perfetto per questa nuova esperienza. Un percorso senza precedenti che volge l’attenzione alla ricchezza della tradizione popolare. Sono onorato e felicissimo di poter frequentare questo territorio, al quali mi lega un sentimento particolare".

Del resto, oltre al contenuto culturale, porterà a testimonianza anche un “contenitore” privilegiato agli studenti, proprio in virtù della sua storia personale. La sua esperienza tra ricerca e studio nel Bacino del Mediterraneo sarà una grande occasione per i futuri allievi del nuovo corso di Laurea.

“Al di là dell’esperienza decennale di ricerche sul campo e nella formazione, la ricchezza risiede sicuramente nel fatto che io sia una sorta di trait d’union fra queste due sponde del Mediterraneo. Quell’esperienza non si veicola attraverso vie terze, ma tramite la natura e il percorso artistico e umano del docente. Importanti sono dunque i collegamenti, un fattore fondamentale nella formazione dove occorre una visione ampia, che consenta di fare delle connessioni. Il limite è spesso rappresentato dalla specializzazione esasperata di alcuni percorsi accademici degli ultimi tempi: offre una visione parziale. Bisogna puntare a una prospettiva più larga: siamo uno in un contesto. Più connessioni abbiamo a disposizione, più riusciamo a vivere e trovare armonia tra noi, il prossimo e il territorio”.

A proposito di territorio, il Salento a volte appare come avvitato rigidamente sulla tradizione della Taranta. Non c’è il rischio che questo telaio “genetico”, ampiamente studiato da De Martino, possa precludere altri tipi di ricerca e sperimentazione musicali?

“Quando parlo della Taranta mi riferisco al suo spirito, poi la pratica è criticabile e nulla è perfetto. Ma lo spirito che è alla base. A proposito delle connessioni di cui parlavamo prima, il discorso corre proprio verso gli studi di De Martino, di antropologi ed etnomusicologi: le ricerche sul territorio circa la musica popolare salentina hanno una propria forza. Sono una risorsa per coloro che intendono approcciarsi a una ricerca autentica e al vero contesto della musica tradizionale popolare. Questa componente sarà presente nel corso di laurea che sta per partire presso il conservatorio, anche sa sarà affidata non al sottoscritto ma ad altri docenti, colleghi davvero qualificati”.

È dei giorni scorsi, in streaming,  il  reading denominto “Di là dal mare e tra gli ulivi”. Una suite teatrale online come accade ormai da un anno. Eppure, sin dai primi giorni di questa sfibrante epoca pandemica, ci siamo resi conto di come la cultura e lo spettacolo non siano servizi di portata residuale. Li avvertiamo anzi come beni di prima necessità, tutt’altro che marginali.

“Vista le circostanze, quello trasmesso da Taviano (e curato dall’attore e regista Luigi D’Elia) è stato l’ennesimo evento non in presenza. Un’altra iniziativa che il Teatro pubblico pugliese ha intrapreso per supportare questa devastante vita artistica. Noi musicisti, però, viviamo di contatto, di musica suonata (non solo prodotta in studio o in sale prova), di scambio emotivo, intellettuale. Mi auguro che questa emergenza sanitaria possa far cambiare la politica culturale per ritrovare la dignità e la giusta collocazione in una dimensione europea. In questa eccezionale circostanza sono emerse tante falle di cui il sistema soffriva ormai da diverso tempo. Quando sarà passata la pandemia, perché passerà, occorrerà una profonda restaurazione di questo settore e della dinamica del lavoro degli artisti”.

Lei è nato in Libano, da genitori palestinesi. Canta e compone in diverse lingue del mondo: quello dell’immigrazione è una sorta di Dna delle sue canzoni.

“Ho vissuto questa condizione precaria e da profugo fino a quando non ho ottenuto la mia prima cittadinanza, qualche anno fa. L’immigrazione è un fenomeno col quale siamo destinati ad avere sempre a che fare. La politica non dovrebbe restare in superficie, piuttosto capire andando in profondità, tra le origini di un fenomeno che non nascono dal nulla, ma provengono da politiche neocoloniali e neoliberiste che non consentono condizioni di vita dignitose a persone che poi decidono di rischiare di tentare - poiché di tentativo si tratta - un futuro migliore. Bisognerebbe rivoluzionare le politiche andando alla radice del problema, alla ricerca delle colpe e delle responsabilità che hanno determinato una certa condizione. Politiche di sfruttamento come quelle attuate in Africa, per esempio, hanno visto per anni le multinazionali occidentali mettere e togliere a proprio piacimento dittatori in regimi che hanno agevolato la mole di business di quelle stesse multinazionali. Bisogna cambiare approccio e soprattutto ambire a una informazione giusta: tutto ciò che ruota attorno al fenomeno viene mercificato dai bottegai della politica per generare consenso e usare la paura, strumentalizzarla per fini elettorali”.

Da sempre terra d’accoglienza, il Salento ha dato prova di grande umanità in passato verso lo straniero. Negli ultimi tempi, tuttavia, questa attitudine sembra vacillare: le pagine dei social network si riempiono di violenza e brutale, gratuita ostilità.

“È l’effetto dei fabbricanti di odio, megafoni dell’odio che si sono moltiplicati. Quando si normalizza l’offesa aumenta la diffidenza latente nelle persone. Una parte della leadership politica italiana che si espone con una certa categoria di linguaggio fa in modo che la gente si senta poi legittimata a seguire le orme di chi dovrebbe invece rappresentare le istituzioni. Quando fanno di questa politica quotidiana un loro parola d’ordine, i cittadini si sentono autorizzati a esonerarsi da riflessioni profonde. Colgono l’impeto e la superficialità di quelle esternazioni e lo reiterano. È dunque colpa di chi ha fatto in questi anni una campagna di odio: se ti svegli ogni giorno dichiarando che quella data cosa è vera, finisci per convincere chi non è informato su certi aspetti. La responsabilità è anche della superficialità informativa e giornalistica di alcuni che fa orrore. Invece di raccontare con responsabilità, si coglie solo il sensazionalismo. Come accade per alcuni giornalisti che, in altri Paesi, sarebbero già stati radiati. L’informazione è dunque una grande colpa e al contempo una grande responsabilità per modificare il livello culturale e di coscienza di una collettività. Commenti di hater su bacheche e social fanno orrore. Ma capiamo che è una dinamica innescata da tempo in questo territorio: perdiamo di generosità. Tocca a noi formatori occuparci di queste coscienze in conservatorio, così come in consessi più essenziali come le scuole: è un lavoro, un impegno morale. Se invece vince la paura, è lì che la collettività si imbatte nei capitoli più bui della storia”.

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