Martedì, 18 Maggio 2021
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Da tempo ricoverato al Dea, la testimonianza di un 38enne: "Altro che malasanità"

Due settimane di malattia a casa, poi le condizioni peggiorano. Ora, in attesa del tampone negativo e di una probabile dimissione, racconta la sua esperienza: "Non mi sono mai sentito abbandonato. Qui ci sono persone dal cuore grande"

L'ingresso del Dea.

LECCE – Giorgio Piccolo inizia ad accarezzare il sogno di poter tornare a gustarsi una squisita pizza. Niente di più banale, di solito. Niente di più speciale in questo particolare momento.

Da circa un mese, infatti, la sua quotidianità è stata stravolta da quell’invisibile pericolo, potenzialmente mortale, che è il Sars-Cov 2 e oggi, ancora chiuso in una stanza di ospedale, passa una parte di questo tempo che pare sospeso nell’immaginare la gioia del ritorno alla normalità.

Giorgio è di Corigliano d’Otranto, ha 38 anni e fa il piastrellista. Ha sempre prestato la massima attenzione, garantisce, anche per tutelare la madre con la quale vive: mascherine, distanze, igiene delle mani. Eppure il 18 marzo ha avuto la conferma di essere positivo, dopo un test fatto in seguito al manifestarsi delle prime linee di febbre. Difficile, quindi, capire dove sia stato contagiato. D’altra parte la consapevolezza di aver contratto il virus ti isola due volte: dalle altre persone per evitare contatti, ma anche da tutti gli altri pensieri che non siano quello di dover fare i conti con il Covid e con i suoi temuti sviluppi.

Da quel giorno la sua vita è entrata in una sorta di dimensione parallela: per due settimane è rimasto a casa, con la temperatura corporea che arrivava anche fino a 39. La Tachipirina ha potuto ben poco, ma nemmeno il cortisone, assunto dal sesto giorno, e l'antibiotico hanno invertito la rotta.

Rispetto a un anno addietro, quando la prima linea degli ospedali si lanciava nella resistenza mentre le retrovie dell'organizzazione territoriale annaspavano in una sorta di diserzione di massa, lasciando spesso i pazienti domiciliari da soli, Giorgio è stato supportato e monitorato perché intanto, tra tante difficoltà e polemiche, la grande macchina sanitaria si è mossa: “Quando ero a casa – racconta in una conversazione/intervista tramite chat - non mi sono mai sentito abbandonato. Sono stato seguito dal medico di base e dal personale delle Usca che mi ha visitato tre o quattro volte, contattandomi comunque ogni giorno per avere informazioni sullo stato di salute e sui parametri”.

Dopo una dozzina di giorni dal primo tampone, sono insorti i primi segnali di insufficienza respiratoria: Giorgio respira con affanno e la saturazione scende sotto i limiti di guardia. Ecco allora che matura la decisione di portarlo in ospedale: “Sono arrivato in pronto soccorso, al Dea, in codice rosso e subito sono stato visitato. Mi hanno sottoposto a Tac, elettrocardiogramma, ecografia a cuore e polmoni. E dopo un giorno in Accettazione sono stato portato qui in Pneumologia con una diagnosi di polmonite da Covid”.

L’impatto col reparto è stato tosto, confessa il 38enne, perché non di rado si sentono urla e lamenti. La paura attraversa i corridoi e per alcuni pazienti la lontananza dagli affetti è un pesante fardello che complica la degenza. Eppure Giorgio ha solo sentimenti di gratitudine per medici, infermieri, operatori socio sanitari: “Sono persone bravissime, dal cuore grande, sono sempre pronte a darti parole di conforto. Se dovessi un domani incontrarli per strada nemmeno li riconoscerei, perché riesco a vedere solo i loro occhi, ma li vorrei ringraziare uno per uno”.

WhatsApp Image 2021-04-14 at 11.18.05-2Gli chiedo se il suo giudizio non sia - e se così fosse sarebbe comprensibile -, condizionato dall’essere parte in causa di questa enorme vicenda. Perentoria la sua risposta: “Guarda, te lo dico solo perché è la verità: qui dentro funziona tutto, poi parlano di malasanità”.

Ma la sensazione peggiore, l’ostacolo psicologico più difficile da superare è stato quello rappresentato dal casco per la ventilazione forzata, indossato ininterrottamente per tre giorni fino a quando le sue condizioni non sono migliorate al punto da consentirgli di indossare la più comoda mascherina per l’ossigenazione. Sono quelli i momenti in cui ci si sente davvero in bilico, perché ogni peggioramento può rivelarsi irreversibile. Mentre parliamo Fabio è ricoverato in una stanza doppia, insieme a un altro paziente che ha quasi il doppio dei suoi anni.

Si sente fortunato a poterlo raccontare, perché non tutti rispondono alle terapie: “La malattia mi ha cambiato molto – confessa - : è come se ti sentissi vicino alla fine e invece si trova sempre una strada per scappare da questo mostro”. Per Giorgio, poi, è stata sempre una consolazione sapere sua madre negativa, come provato da più tamponi cui si è sottoposta successivamente alla scoperta della sua positività.

Dalla “sua” stanza al Dea, grazie anche allo smartphone, non ha mai smesso di interessarsi a cosa accade fuori e il suo punto di vista sorprende, considerando che il Covid ha sequestrato la sua vita. Gli chiedo cosa pensa delle pressioni, diffuse e trasversali, perché si torni quanto prima a un regime di aperture delle attività economiche: “Parliamoci chiaro: molte persone non hanno più quasi da mangiare. Con le giuste precauzioni io penso che si possa riprendere a lavorare”. Il suo settore, quello edile, non si è mai davvero fermato e dunque non parla per un interesse diretto.

E sull’opportunità di vaccinarsi, Giorgio non ha il minimo dubbio: “Seguirò le indicazioni che mi saranno date e appena sarà il mio turno lo farò. L’unica vera via d’uscita oggi sta nel vaccino. Se non lo facciamo per molti anni ancora resteremo prigionieri di questo incubo”.

Nella stanza al quarto piano del Dea, con il peggio decisamente alle spalle, conta le ore che lo separano da una possibile dimissione: è il tempo che ci vuole per avere il responso dell’ultimo tampone. Se non è domani, sarà presto. E allora forza Giorgio, quella pizza ti aspetta.

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