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Venerdì, 3 Febbraio 2023
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Migrante morto raccogliendo pomodori. Intervista al pubblico ministero Guglielmi

In quel tragico pomeriggio del 20 luglio del 2015, Paola Guglielmi era il magistrato di turno presso la Procura di Lecce. Sin dagli istanti successivi al decesso del 47enne sudanese, morto di lavoro nei campi neretini, ha coordinato le indagini eseguite da carabinieri del Ros e ispettori dello Spesal

LECCE – Casualità ha voluto che, in quell’asfissiante pomeriggio di luglio del 2015, il magistrato di turno fosse proprio lei. La stessa che, da circa venti anni, si occupava di sicurezza sui luoghi di lavoro. Paola Guglielmi sostituta procuratrice della Procura della Repubblica di Lecce (ora presso quella dei Minori) ha coordinato le indagini mirate a fare luce sulla morte di un migrante. Una delle pagine più tristi delle cronache salentine.

Abdullah Mohammed, bracciante 47enne originario del Sudan, morì stroncato da un infarto nel caldo insostenibile delle ore 16, mentre raccoglieva pomodori in località Pittuini, nelle campagne di Nardò. Sin dai primi istanti, dunque, Guglielmi ha diretto la macchina investigativa con la collaborazione degli ispettori dello Spesal (il Servizio per la prevenzione e la sicurezza sui luoghi di lavoro della Asl) e dei carabinieri del Raggruppamento operativo speciale.

Un percorso tra le varie tappe inquirenti che, dopo sette anni, ha portato allo storico verdetto di giovedì scorso. Quando, a fronte degli 11 anni e sei mesi  invocati in un primo momento dalla pubblica accusa, la Corte d’Assise di Lecce ha inflitto invece una condanna di 14 anni e mezzo per ciascuno dei due imputati nel processo: l’83enne Giuseppe Mariano, detto “Pippi”, di Porto Cesareo e Mohammed Elsalih, 42enne sudanese. Il primo titolare dell’azienda agricola per la quale lavorava la vittima, il secondo ritenuto l’addetto al reclutamento dei braccianti fra i migranti africani.


Una sentenza storica, quella emessa dalla Corte d’Assise di Lecce, che giunge dopo sette anni da quella tragica giornata in cui perse la vita Abdullah Mohammed, raccogliendo pomodori sotto il caldo torrido di luglio. Ma il processo si è articolato in fasi complesse. Quali i momenti salienti e quali gli ostacoli principali?


“Sentenza storica certamente perché coincidono, in una condotta, un reato doloso e un reato colposo. Vi è cioè un legame veramente significativo, eziologico, fra la condotta di riduzione in schiavitù e la morte. Una volta realizzato trattarsi di una vicenda legata al “caporalato”, sono stati subito allertati i carabinieri del Ros che si erano già occupati già della Sabr (l’operazione del 2012 condotta fra la Puglia, la Sicilia, e la Calabria, contro un’associazione per delinquere dedita alla tratta e alla riduzione in schiavitù di migranti, nota del redattore). Si è attivata immediatamente un’indagine molto accurata, anche assieme ai funzionari dello Spesal, sull'infortunio sul lavoro. Sento infatti di dover ringraziare lo Spesal per il contributo molto approfondito e per aver reso anche una bellissima testimonianza davanti alla Corte. Una enorme difficoltà è stata legata al fatto che si trattasse di cittadini tutti stranieri, perlopiù africani: per cui ogni singolo atto ha richiesto il coinvolgimento dell'interprete. E ciò ha creato alcuni problemi poichè, per esempio, Elsalih (considerato “il caporale”) aveva dichiarato di capire la lingua italiana salvo poi, dopo il conferimento dell’incarico per l’autopsia, scoprire che in realtà la lingua italiana non la comprendeva. Per cui abbiamo dovuto procedere con una seconda autopsia, per fortuna col prezioso supporto del dottor Alberto Tortorella e grazie ai reperti che aveva scrupolosamente conservato in frigo”.

Il Collegio ha innalzato la pena rispetto a quanto aveva richiesto la Procura. Come ci si è mossi nelle aule di giustizia trattandosi di un caso “scuola”(il secondo per riduzione in schiavitù, ma il primo sul territorio con un decesso di mezzo)?

“La trasformazione dell’imputazione da caporalato in riduzione in schiavitù è avvenuta sui input del giudice monocratico in conseguenza del quale io ho modificato all’udienza del 2019 l’imputazione, radicando così la competenza da quella del giudice monocratico a quella della Corte d’Assise”.


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Due note aziende (Mutti e Conserve Italia) operanti nell’industria conserviera si sono costituite come parte civile (assieme alla moglie e ai figli della vittima, alla Flai Cgil e al Centro internazionale diritti umani). Aspetto che ha fatto storcere il naso a più di qualcuno. La piena applicazione della rete del lavoro agricolo di qualità, previsto dall’articolo 8 della Legge del 2016, avrebbe potuto aiutare a individuare la falla all’interno di un’altra filiera: quella delle responsabilità?

“Quanto alla presenza nel processo come parti civili di due note aziende per la conservazione e della distribuzione della salsa di pomodoro, vi è agli atti del processo la mia opposizione all’udienza preliminare all’ammissibilità della costituzione di parti civili, poiché le ritenevo portatrici di interessi non coincidenti, ma confliggenti, con quelli della vera parte offesa, cioè Abdullah Mohamed. Ciò nonostante il giudice ha ritenuto di ammetterle e le stesse due parti hanno partecipato all’intero dibattimento. Devo dire che hanno sempre dichiarato di non conoscere le condizioni reali di sfruttamento alle quali erano sottoposti i lavoratori che procedevano alla raccolta. E di avere fatto sottoscrivere, a loro dire, degli accordi etici con la cooperativa del Brindisino da cui hanno comprato il prodotto. Accordi nei quali era prevista l’assenza di forme sfruttamento dei lavoratori. L’unico dato concreto e interessante che ho visto con i miei occhi è che almeno una delle due aziende, ora, si è impegnata a trattare pomodori raccolti solo con mezzi meccanici e non più manuali. Anche questo è significativo circa una presa di coscienza di come la realtà dell’azienda di conservazione del pomodoro finora sia passata attraverso la vita di queste persone, distruggendola e calpestandola”.


Riduzione in schiavitù e omicidio colposo i reati commessi secondo la giustizia dai due imputati. Uno scenario di indiscutibile gravità. Eppure alcune dichiarazioni rese da lavoratori, ascoltati come testimoni nell’ambito del processo, sono state ritenute non attendibili. È dunque il gioco al massacro del ricatto che resta ancora in piedi, nonostante l’inasprimento delle pene stabilito dalla legge anti caporalato del 2016?

“L’altro elemento molto significativo da segnalare. in un processo già complesso dinanzi alla Corte d’Assise, è proprio quello che lei ha sottolineato. Circa 40/50 braccianti agricoli avevano reso (tramite l’interprete) deposizioni univoche sulla totale assenza di sicurezza sui luoghi di lavoro e di qualunque presidio, nonché ovviamente sull’assenza di un medico competente per l’azienda che valutasse le loro condizioni.
Tali deposizioni in dibattimento sono state poi perlopiù modificate. Due o tre presenti in aula - sia pure con difficoltà e sotto una forte spinta emotiva - ci hanno dichiarato quella che io credo sia la verità, ossia quali fossero le condizioni effettive di lavoro. Abbiamo però poi avuto un gruppetto di altre persone (ritengo quattro, vado a memoria) che hanno invece dichiarato ciò che io ritengo essere il falso (tant’è che ho chiesto e ottenuto la trasmissione degli atti in procura). Sono addirittura arrivati a dichiarare di essere stati visitati da un medico. Circostanza che non poteva coincidere con nessun atto esistente nel processo. Con un’indagine suppletiva ho dimostrato che si trattava di braccianti che erano tornati a lavorare, in zone fra Brindisi e Lecce. Sorge forte il sospetto di come siano state rese queste deposizioni”.



La vittima non era in possesso di alcuna forma contrattuale e mai stato sottoposto a visite mediche. Da sostituta procuratrice che ha coordinato le indagini (peraltro da sempre professionalmente sensibile al fenomeno degli incidenti sui luoghi di lavoro), ritiene che dall’inizio del processo siano stati registrati miglioramenti nella legalità delle condotte di coloro che reclutano e si avvalgono dei lavoratori nei campi?

“Quanto al miglioramento delle condotte in ordine alla tutela dei lavoratori io nutro forti perplessità dal momento che nell’indagine Sabr - conclusasi con condanne in primo grado, poi annullate in Appello e oggi ancora per fortuna riformate dalla Cassazione - il fenomeno del caporalato in quella stessa e identica zona, Nardò, esisteva già. Il dato concreto è l’aver smantellato completamente l’orrore del campo dove i braccianti africani vivevano in condizioni assolutamente prive di qualunque umanità”.

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