Il dilemma pubblico: fondere o non fondere. L’intervista al sociologo dei processi economici

Angelo Salento, professore associato presso il Dipartimento di Storia, società e studi dell’uomo dell’ateneo leccese: “La fusione è un soluzione, ma non necessariamente la migliore”

Una scritta realizzata a Presicce.

LECCE - Abbiamo chiesto un parere ad Angelo Salento, professore associato di Sociologia dei processi economici e del lavoro del Dipartimento di Storia, società e studi dell’uomo dell’ateneo salentino. Alla luce dei futuri cambiamenti amministrativi, che vedono soltanto nel Salento quattro “esperimenti di fusione”, lo abbiamo coinvolto in un’intervista, per approfondire la questione, seppure in maniera generica, dal punto di vista socio-economico. Ricordiamo che, prossimamente, si tornerà a parlare di fusioni non soltanto per gli esiti del referendum di Presicce e Acquarica, ma anche per quella che riguarderebbe Melissano-Taviano-Alliste-Racale e per le altre, più recenti, Gagliano del Capo-Patù-Castrignano del Capo e Seclì-Neviano-Aradeo.

Sulla decisione di fondere o meno alcuni comuni sembra essersi costruito un vero e proprio dilemma pubblico. Come si supera?

"I dubbi sono pienamente giustificati. Di per sé, integrare le sfere di decisione, le funzioni, i servizi, non è un’operazione sbagliata, anzi. In Italia, come altrove, si sono sviluppati dei sistemi urbani “de facto”, che però non hanno un riconoscimento istituzionale. Perlopiù, i cittadini vivono in uno spazio sovracomunale, in sistemi locali di lavoro. Sono contesti integrati sotto il profilo economico, sociale, culturale, ma restano frammentati sotto il profilo istituzionale. Questo crea ridondanze (che non sono necessariamente sprechi). Ma quel che è peggio sono i danni prodotti dal protagonismo — chiamiamolo così — di ciascuna amministrazione in un contesto istituzionale frammentato. Per fare un esempio salentino, prendiamo la sequenza infinita di cosiddette zone industriali sulla strada statale 16 e sulla 275. Hanno fatto strame del paesaggio. Questo è dovuto al fatto che ogni amministrazione comunale ha voluto la sua ”zona Pip”, e l’ha voluta a ridosso della statale, per motivi che eufemisticamente si possono definire “campanilistici”. Fra tutte, non ce n’è una che sia una vera zona industriale, anche perché i lotti sono troppo piccoli. Ma tutte insieme fanno una mostruosità. Ma questo, ripeto, è solo un esempio degli effetti della frammentazione istituzionale. In linea di principio la scala appropriata per molte decisioni e per molti servizi non è quella comunale".

Angelo Salento-2Quindi la fusione di comuni è, o non è, un passo avanti verso l’integrazione?

"La fusione è una possibilità, ma non necessariamente la migliore. Anzi, dovrebbe essere in realtà una scelta residuale e comunque non forzosa. Strumenti e architetture per il coordinamento delle decisioni e per la gestione di funzioni e servizi ce ne sono molti, forse persino troppi: gli Ambiti territoriali ottimali, i Piani integrati di salute, i Gruppi di azione locale e via dicendo. Soprattutto, esiste la possibilità di trasferire la gestione di funzioni e servizi alle Unioni di comuni. Insomma, integrare sfere di decisione, ma anche servizi, funzioni, mezzi, strutture, non richiede necessariamente una fusione".

Quali possono essere eventuali controindicazioni?

"Ci sono situazioni in cui la fusione di comuni è un esito quasi naturale di un’integrazione di lungo corso. D’altro canto, molti dei nostri comuni — per non dire dei comuni montani — sono composti di frazioni, che qualche volta hanno conservato una qualche identità, ma di cui nessuno più reclamerebbe l’autonomia amministrativa. Ma non è difficile immaginare situazioni nelle quali i cittadini possono non sentirsi rappresentati entro una nuova istituzione che non corrisponde ai tradizionali confini del comune. In questi casi, per integrare si rischia di danneggiare quella dimensione comunale che è la base essenziale della democrazia, della cittadinanza. C’è poi un insieme di questioni che riguardano l’efficacia delle fusioni sul piano dell’organizzazione amministrativa, un ventaglio di possibili crisi di rigetto”.

E allora come stabilire quando è il caso di procedere a una fusione o, al contrario, quello di arrestarne il processo?

"Diciamo innanzitutto che ci sono alcune cose che bisognerebbe evitare. La prima cosa da evitare è assumere una decisione di questo tipo facendo leva su incentivi economici. In una fase di profondo sottofinanziamento dei comuni, gli incentivi alle fusioni vengono presentati come opportunità, ma diventano strumenti di pressione un po’ subdoli di un riformismo che ha sempre la soluzione in tasca, e quindi possono generare scelte azzardate e innescare processi perversi. Credo che la fusione vada interpretata come una scelta estrema, da ponderare e da discutere collettivamente, laddove gli altri strumenti di integrazione non siano risolutivi rispetto alle esigenze di coordinamento delle scelte e delle risorse".

"Insomma, bisogna perseguire ogni possibile forma di coordinamento per migliorare i processi amministrativi. Quando tutti gli strumenti a disposizione sono stati esperiti e ancora resta qualcosa che si può integrare, è ragionevole pensare alla fusione, naturalmente da sottoporre a consultazione popolare. Se si riesce a elaborare una visione condivisa, che è una cosa molto diversa da una lista della spesa che si può fare con gli incentivi, non è escluso che ne possa nascere anche uno spirito di cittadinanza rinnovato. Tutto questo — non dimentichiamolo — vale a condizione che si stia parlando di comuni ben amministrati. L’ingegneria istituzionale non risolve quasi mai le patologie della politica, locale o nazionale. Non basta fondere due o tre comuni male amministrati per averne uno ben amministrato".

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