L’appello di un salentino rimasto in Brasile: “Aiutatemi. Non so come rientrare in Italia”

Quattro mesi fa Diego Preite, 39enne residente ad Alezio, era giunto a Recife per trovare il figlio, ma adesso non sa più come tornare: “Mi sento abbandonato dal mio paese”

LECCE - Ventilatori polmonari e mascherine sono partite dal Brasile in aiuto agli ospedali  italiani, soprattutto quelli del nord d’Italia messi in ginocchio dall’emergenza Covid-19. Lo aveva annunciato, qualche giorno fa, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio su facebook. Ed è proprio dal Brasile che un salentino lancia il suo grido d’allarme: “Qui mascherine non se ne trovano e io non riesco a tornare in Italia”. Si tratta di Diego Preite, assistente bagnanti di 39 anni, residente ad Alezio: quattro mesi fa, era tornato a Recife, nella capitale dello Stato del Pernambuco, dove aveva già vissuto a lungo, per trovare il figlio di 11 anni rimasto lì con la madre, ora non riesce più a ritornare in Italia e lancia il suo appello su Lecceprima.

“Sarei dovuto rientrare un mese fa, ma il mio volo è stato cancellato e da quel momento è iniziata la mia odissea: ho contattato il Consolato Italiano e la risposta è stata quella di prendere un volo con vari scali, mentre l’unità di crisi, contattata da mia madre in Italia, ci ha spiegato che Alitalia sta organizzando dei voli. Peccato però che la compagnia non ne organizzi a Recife. Insomma, per me l’unico modo per rientrare sarebbe quello di viaggiare per 105 ore, facendo più scali: fare praticamente il giro dell’Europa, con tutti i rischi del caso, e a un prezzo che non potrei sostenere. Mi sento abbandonato dal mio paese”.

Un paese che è tra i più colpiti dal virus: è al secondo posto, dopo la Cina. Non pensi sia più prudente restare dove sei?

“Forse in questi giorni, ma mi spaventa il domani. Le mie risorse finanziarie iniziano a scarseggiare. Qui, dove si commettono tantissimi omicidi al giorno, il coronavirus è percepito come uno tra i tanti mali. Le autorità minimizzano il problema.

La sanità pubblica non funziona: le attrezzature mediche sono inadeguate e il personale insufficiente. Qui solo le fasce più povere possono usufruire dei servizi pubblici, ma un’assicurazione privata ha costi altissimi.

Negli ospedali, dove si stanno curando solo i malati gravi di Covid-19, gli altri vengono mandati a casa, e i medici lamentano di non essere attrezzati per affrontare l’emergenza.

Le attese sono infinite: l’altro giorno, per esempio, sono stato pizzicato da uno scorpione, ma dopo ore di attesa al pronto soccorso, ho deciso di andarmene.

La mia unica speranza è che, essendo la popolazione composta principalmente da giovani, riusciremo a fronteggiare meglio la malattia.”

Quali misure sono state adottate finora per contrastare il contagio?

“Le attività e le scuole sono chiuse da una decina di giorni. Ma, in realtà, nelle favelas è tutto aperto, perché la gente altrimenti non saprebbe come tirare avanti. E non si rispetta neppure la distanza di sicurezza di un metro. Per non parlare del fatto che qui non si trovano né mascherine né l’amuchina.

 I dati ufficiali parlano di 1.200 contagi e di 18 morti in Brasile. Qui, a Recife, sono 44 i casi accertati, 500 quelli in corso di analisi e zero morti, ma ci sono molti che non sanno neppure di essere ammalati o che non lo verificano.”

E i controlli da parte delle forze dell’ordine?

"Non vedo controlli per le strade della città. Mi risulta, però, che sabato scorso, primo giorno del divieto, la polizia abbia eseguito un controllo in una spiaggia affollatissima."

A Recife è estate ed inizialmente si era ipotizzato che il caldo ostacolasse il virus…

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“Sì, questa era l’ipotesi iniziale. Di certo, i dati sulla diffusione del virus qui non sono ancora preoccupanti, ma dubito della loro veridicità, considerato anche il fatto che i tamponi vengono eseguiti solo in casi estremi”.

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