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Addio a Dino Alvino, penna graffiante e intellettuale libero innamorato di Lecce

S'è spento ieri lo storico direttore di Voce del Sud. Orientato a destra, ma mai legato a partiti e singoli politici, era una voce critica. Di professione geologo, era stato fra i precursori e ha lasciato studi importanti per il territorio

LECCE  Colto, graffiante e sottile nello stile giornalistico, ma anche poliedrico negli interessi, tanto da svettare fra i pionieri nella professione di geologo. E poi, soprattutto, infatuato in eterno della sua Lecce. Un amore viscerale, quello per la sua terra, che a un certo punto gli aveva fatto deviare persino percorso di studi.

Maturata la convinzione che l’ingegneria chimica l’avrebbe condotto per vie del pianeta troppo lontane da piazza Sant’Oronzo, prese una svolta inconsueta: studiare geologia per tornare a lavorare nel Salento. Una terra che non conosce terremoti, e ci scherzava anche sopra, con ironia trascinante. Un tratto distintivo, inconfondibile di un carattere però molto più complesso, profondo.

Tant’è, non si credeva potesse decollare sul serio, nel mestiere. Ma c’era il giornale, Voce del Sud, ancora diretto da suo padre, che l’aspettava. La passione per la scrittura e il gusto per la critica politica e l’analisi sociale, più forte di ogni cosa. E poi, c’era il richiamo delle vie barocche baciate dal sole. Chissà quale nostalgia, negli anni degli studi milanesi. Infine, non è vero che scommettere sulla geologia fosse un errore. Anzi.

Ieri mattina, a 88 anni, dopo una lunga malattia, s’è spento Leonardo Alvino. Era rimasto vedovo da diversi anni e accanto al capezzale c’erano i suoi figli, Stelio e Marina. Ed è un peccato che i più giovani probabilmente non abbiano un ricordo nitido di Leonardo Alvino, per gli amici Dino, e di suo padre, Ernesto, così come del settimanale Voce del Sud. Eppure, quello diretto prima dall’uno, poi dall’altro, è stato un giornale che ha segnato intere epoche di Lecce, per decenni un pungolo autorevole, oltre che una fondamentale palestra per diverse generazioni di giornalisti locali. Orientato a destra, ma mai incatenato a singoli politici e partiti, Ernesto e poi Dino sono stati intellettuali liberi, difficili da inquadrare, men che meno da addomesticare.

ll geologo e pioniere della professione

Ma, come detto, Dino Alvino è stato molto di più del giornalista, l’aspetto più noto al pubblico, e forse non avremmo goduto della sua penna raffinata e della sua filosofia se in gioventù non avesse fatto una scelta antieconomica. Salito a Milano negli anni Sessanta per studiare ingegneria chimica, si spalancavano prospettive dorate. Erano gli anni dell’Eni di Mattei, si stava avvicinando il boom economico e l’industria petrolifera era espansione. Ma quel percorso di laurea, l’avrebbe giocoforza legato a contratti con le multinazionali, con il rischio di non tornare più a Lecce, destinato a muoversi laddove scavi e primi studi necessitavano figure specializzate, soprattutto in Africa.

Passò così alla geologia e si laureò con uno dei professori con i quali era solito effettuare campagne geologiche, Ardito Desio, accademico di fama che avrebbe storicamente legato il suo nome – nel bene e nel male – all’esplorazione del K2. Non esistendo all’epoca ordini regionali dei geologici, ma solo uno nazionale, si può ben dire che Alvino fosse uno dei precursori: figurava come quindicesimo iscritto in Italia.

Una volta rientrato, negli anni Settanta per un periodo fu assistente universitario di geografia fisica presso la facoltà di lettere, poi si dedicò all’insegnamento nelle scuole medie di matematica e scienze (a Copertino e poi allo “Scarambone” di Lecce), fino alla pensione, a metà anni Ottanta. Nel frattempo, proseguì l’attività per la quale si era laureato, come perito. Ma, appunto, “mi sono trovato a fare il geologo in una terra asismica”, era solito dire, visto che i terremoti, da queste parti, sono solo code molto fievoli di eventi che hanno epicentro nell’area balcanica o nell’ultima porzione della dorsale appenninica.

259453c7-33f9-46c6-99c3-888eda66167b-2Tuttavia, il Salento presentava peculiarità interessanti da studiare, con il suo territorio carsico, simile per certi versi al Friuli Venezia Giulia, caratterizzato da fiumi sotterranei e, quindi, da problematiche nella costruzione di edifici. Ben presto, quindi, Alvino si avviò verso un’importante produzione letteraria scientifica, occupandosi soprattutto della pietra del territorio. Si deve proprio a lui il termine calcarenite, ormai d’uso comune nei testi di geologia e coniato per la pietra leccese. Una pietra calcarea di provenienza sabbiosa le cui caratteristiche sono talmente uniche da ritrovarsi nel mondo solo nel Salento e sull’isola di Malta. E nell’approfondimento di quest’unicità, si ritrova un altro sintomo del legame indissolubile di Alvino con la sua terra, segnata da una pietra gialla dalla consistenza burrosa, che permise agli abili scalpellini del passato di sviluppare quelle sovrabbondanti architetture barocche che lo lasciavano estasiato.

Non tutti sanno, poi, che c’è la mano di Dino Alvino anche sulla fontana di piazza Mazzini. Gli studi geologici sulla possibilità di utilizzare l’acqua del sottosuolo per alimentare la fontana nacquero da una sua perizia. Attraverso scavi in profondità, si scoprì l’esistenza di una falda con una notevole potenza di litri al secondo. L’acqua fu quindi recuperata e incanalata attraverso un sistema a circuito chiuso.

Il giornalista impegnato e innamorato di Lecce

Il professore, il geologo e, appunto, il giornalista. Voce del Sud era stata per Dino Alvino una missione da portare avanti nel rispetto di suo padre Ernesto - giornalista e scrittore la cui fama superava i confini locali - e della sua stessa vocazione per la letteratura, non mancando di osservare Lecce con il tono a volte polemico, tipico di chi nutre troppo amore. Iniziò collaborando con suo padre, poi prese le redini del settimanale dopo la morte di Ernesto, nel 1980, divenendo editore e direttore responsabile e andò avanti fino ai primi anni 2000.

Voce, come lo chiamavano affettuosamente i suoi lettori, con la sua tendenza alla riflessione, a volte alla filosofia, e la sua vocazione di destra, ma in piena autonomia dalla politica e quindi senza alcuna sovvenzione, era però diventata anni dopo un’eredità difficile da mantenere, in un mondo in rapido mutamento. I giornali a cadenza quotidiana iniziavano a monopolizzare il territorio e si stava avvicinando l’epoca delle televisioni locali.

Basato sul volontariato, con corrispondenze anche da fuori e abbonati affezionati, se Voce del Sud aveva avuto una sua influenza negli anni Settanta, nel tempo la sua gestione stava diventando complicata.  E fa tenerezza, nel mondo di oggi che viaggia veloce sulle ali del Web, pensare che c’era stata persino un’epoca in cui sarebbe stato possibile trovare questo settimanale leccese in due edicole fuori dal Salento, una a Roma e l’altra a Milano.

Dino Alvino portò avanti comunque il progetto e a onorare l’impegno, senza godere di grossi introiti pubblicitari e mantenendo l’indipendenza per non perdere la libertà di esprimere sempre la sua opinione senza pressioni, senza incanalamenti. Vi fu solo una parentesi della sua vita in cui indossò una casacca. Nel 1985, con Adriana Poli Bortone già da un paio di anni deputata per il Movimento sociale italiano, dopo un lungo corteggiamento, decise di candidarsi alle amministrative. I voti non mancarono nemmeno, anche se non bastarono per prendere una poltrona. E fu un bene, perché, difficile a digerire direttive, il suo spirito libero non sarebbe stato facilmente domabile. Una vita per la quale non era tagliato. Ne avrebbe sofferto. La parentesi, così, si chiuse subito, preferendo tornare alla sua voce critica.

Chiusa la lunga avventura di Voce del Sud, per il cui mantenimento aveva investito soldi provenienti dalla sua professione e dall’insegnamento, rimase intatta la passione per la scrittura, che lo portò prima a sviluppare libri basati su articoli di repertorio suoi e di suo padre, poi novelle e riflessioni che avevano tutte, sempre, Lecce come protagonista.

Ci sarebbe ancora molto da dire su Dino Alvino, fiumi di parole per riscoprire il personaggio e ci siamo già dilungati molto, per un comune articolo su una testata online. Ma, avendo avuto modo di conoscerlo da vicino, ed essendogli eternamente grato per essere stato uno dei miei maestri e avermi portato per mano all’iscrizione nell’albo dei giornalisti, mi piace soffermarmi su un aspetto del carattere. Dino Alvino aveva il dono dell’umorismo e sapeva essere tagliente e raffinato nello stesso momento. A volte era il mattatore di intere serate e, ispirato a dovere, avrebbe tenuto testa sul palco persino al più brillante Gigi Proietti. Con poche parole trascinava al riso e non si finiva più, fino al mal di pancia.

Poi, però, alternava questi momenti ad altri in cui si faceva più introspettivo, al limite del malinconico. Proprio come i più grandi commedianti, la sua lettura della vita nasceva da un universo di esperienze e sensazioni custodite in una mente riflessiva, profonda. Una personalità mai banale, la sua. Piuttosto, un fine e arguto osservatore delle grandezze e delle miserie umane e, di conseguena, una fonte quotidiana, inesauribile, di insegnamenti.

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