In ricordo dell'amico e collega: un anno addietro ci lasciava Luca Capoccia

Il re dei cornetti di notte si dilettava anche come fotografo per LeccePrima. Breve racconto per commemorare una persona speciale

La notte scorsa ho sognato Luca. E’ stata la prima volta da quando è successo il fatto. La prima di cui serbi ricordo, almeno, per i contorti meccanismi che regolano l’universo onirico e i processi della memoria. Molti penseranno al più banale degli espedienti narrativi per suggestionare il lettore sparando una cortina fumogena, tentare di strappare una lacrima ai più sensibili. Una scappatoia letteraria del tutto priva di originalità. Ma ci posso fare poco. E’ andata così.

Quando ho aperto gli occhi, al mattino, ero turbato. E non perché sapessi perfettamente che erano trascorsi trecentosessantacinque giorni esatti. Non ho nemmeno dato peso più di tanto alla coincidenza temporale, forse solo in apparenza stupefacente. Piuttosto, mi sono sentito appesantito da un’insolita miscela di malinconia e frustrazione. Perché, in quei pochi istanti in cui ci siamo di nuovo incontrati, seppure in un mondo immaginario esistente solo nella mia testa, ci siamo scambiati giusto due parole.

Un dialogo appena abbozzato. No, non va bene. Niente a che vedere con i discorsi reali, quelli che facevamo per ore intere, senza mai stancarci, fino ad accarezzare le soglie dell’alba, magari dopo aver inseguito  come due folli qualche volante a caccia di una notizia (e ne abbiamo trovate, di notizie, di notte). La magia irripetibile della complicità di due amici. Luca era così: travolgente, desideroso di conoscere mondi nuovi, apprendere da un lato, e regalare le sue competenze dall’altro. Il re dei cornetti  di notte, un giorno si era innamorato della fotografia e aveva messo a frutto la sua passione  presentandosi in redazione: “Voglio collaborare con voi”.

Resto sempre stupefatto davanti alle parole dirette. Così, gli avevo dato una chance, non promettendogli nulla. Soldi, contratti: non ne aveva bisogno. Doveva solo dare sfogo al suo estro. Una collaborazione talmente anomala, rispetto ai canoni, da averci trasformati in compagni di disavventure. E allora, ho capito solo molte ore dopo che c’erano diverse chiavi di lettura nel sogno della notte scorsa. Una fra tutte, la difficoltà nell’accettare la distanza fisica incolmabile, laddove Luca, per molti è ancora - ne sono più che sicuro - una presenza spirituale molto forte nella vita di tutti i giorni. In fin dei conti, si può mai spegnere un vulcano?

Un anno è trascorso, ma Luca Capoccia ci ha lasciato così tanto che ancora vive nelle sue creazioni e nelle idee che ha tramandato. Il suo locale, sempre lì, in via Alfieri, è un pezzo di storia di Lecce ed era il suo punto d’orgoglio. Ma Luca era anche molto altro e di materiale, per questa redazione, ha sviluppato centinaia di fotografie che ancora oggi usiamo per repertorio. Molte di queste, scattate con particolare estro, ricerca dell’angolazione e della luce giusta, sono piccoli quadri d’autore.

D’immateriale, per chi come me e tanti altri hanno avuto modo di conoscere l’uomo, resta la lezione di valori da non perdere mai di vista: la lealtà e il rispetto, l'amore e l'abnegazione per la famiglia, la generosità e l’amicizia sincera, il rigore morale. Meglio, poi, se tutto controbilanciato da tocchi di improvvisa e irresistibile leggerezza, come le battute mordaci alle quali era sempre pronto, capaci di strappare risate sincere.

Un saluto, amico e collega. La tua vita terrena è stata meno lunga di quanto meritasse, ma l’intensità con cui l’hai affrontata, tale da renderti una presenza indissolubile. E, mi raccomando: ti aspetto nel prossimo sogno. Questa volta, però, portati dietro anche la macchina fotografica e, ti prego, fra uno scatto e l'altro, senza dimenticare di rispiegarmi per l'ennesima volta la regola dei terzi, spara anche una delle tue freddure! Sei sempre con noi, lo sai.

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