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Mercoledì, 25 Maggio 2022
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“Ballo di Famiglia” di Leavitt ritorna nelle librerie. Con una novità

Pubblicato per la prima volta in Italia nel 1986, Ballo di famiglia di David Leavitt è da poco tornato in libreria arricchito da un testo inedito (Dieci Minuti), da un'introduzione dell’autore e dalla nuova traduzione di Fabio Cremonesi, che lo stesso Leavitt definisce meravigliosamente fresca e vitale

Pubblicato per la prima volta in Italia nel 1986 con la traduzione di Delfina Vezzoli, Ballo di famiglia di David Leavitt è da poco tornato in libreria (Casa editrice SEM). Si tratta di una raccolta di racconti (Territorio, Contando i mesi, Il cottage perduto, Alieni, Danny in transito, Ballo di famiglia, Irradiazione, Da queste parti, Devota) arricchita da un testo inedito (Dieci Minuti), da un'introduzione dell’autore e dalla nuova traduzione di Fabio Cremonesi, che lo stesso Leavitt definisce meravigliosamente fresca e vitale.

Quando la raccolta uscì negli Stati Uniti nel 1984, la stampa americana definì Leavitt "remarkably gifted" (The Washington Post), "a genius for empathy" (The New York Times Book Review) e con "a knowledge of others' lives... that a writer twice his age might envy" (USA Today), dunque uno scrittore incredibilmente dotato, un genio dell’empatia e con una conoscenza della vite altrui… che uno scrittore con il doppio dei suoi anni avrebbe potuto invidiargli.

Leavitt infatti ha solo ventitré anni all’epoca e una spiccata abilità nel parlare di malattie, dinamiche di coppia e omosessualità in modo convincente e credibile, e una scrittura meravigliosamente semplice che in poche pagine fa sentire il lettore parte della vita dei personaggi di ogni storia.

Nel mondo leavittiano, ci sono famiglie diverse, ma in fondo simili tra loro con madri vulnerabili e sensibili che lottano per raggiungere l’indipendenza; padri assenti, divorziati, separati, sempre impegnati con il lavoro; figlie tendenzialmente piagnucolose o distaccate o sovrappeso, e lontane dalle loro madri, e figli che, diventati adulti, sono spesso omosessuali.

Quello di Leavitt è un mondo familiare minacciato da un punto di vista medico (molti personaggi soffrono di cancro) ed emotivo (si respirano delusione, rabbia, gelosia, un mix di amore e odio); e applicando una distanza di sicurezza narrativa, Leavitt lascia trasparire la parte più intima e sofferta dei suoi personaggi: c’è una donna che sfrutta la malattia per tenere legato il marito a sé, una ragazza che sceglie una nuova forma di solitudine diventando la compagna di una coppia di amici gay, una madre dalla mente illuminata e aperta che scopre quanto sia difficile accettare davvero l'omosessualità del figlio quando le porta in casa il compagno, una famiglia "allargata", divisa e ricostruita da molteplici matrimoni, che durante una riunione si accorge di essere unita da quegli stessi sentimenti che l’hanno separata.

Leavitt è il testimone di una generazione "scettica e in lutto", devastata da divorzi e da separazioni, alla disperata di ricerca di stabilità e sicurezza; è il testimone della middle-class americana degli anni Ottanta che dietro l’apparente normalità nasconde segreti non sempre confessabili con cui prima o poi dover fare i conti, che oscilla tra delusione e senso di fuga.

Se pensiamo all’affermazione di Nancy Reagan secondo cui la felicità 'only comes back to us when we give it to others' (ci ritorna solo quando la doniamo agli altri), espressa durante il discorso indirizzato a nove 'Great American Families' (grandi famiglie americane) che, selezionate per il modo in cui si erano occupate della crescita individuale dei figli, per il modo in cui ogni componente del nucleo familiare aveva collaborato in casa facendo lavoro di squadra e per l’aiuto fornito ad altri membri della comunità in cui vivevano,  furono premiate sul prato della Casa Bianca alla fine di giugno del 1984, è naturale intuire che la ‘famiglia’ di Leavitt ne sia il lato b; sì, una ‘famiglia’ del periodo reaganiano che persegue ancora il famoso sogno americano, ma che ha perso la verniciatura fiammante color pastello degli anni ’60.

Ogni famiglia leavittiana conserva il suo personale rituale di ballo, le sue dinamiche aggregative, ma la felicità è ormai lontana, perduta. Tra l’apparenza e la realtà, non rappresenta in alcun modo l’approdo sicuro, il rifugio, è al contrario il luogo scomodo in cui il non detto, l’omesso o taciuto dà adito a fraintendimenti, e come insegna Jodorowsky nella sua Metagenealogia, in ogni clan che si rispetti, chi tenta la strada dell’autonomia o dell’allontanamento dalle dinamiche codificate, non è riconosciuto come simile e ne è progressivamente emarginato.

Accanto alla foto di copertina del libro, in alto David Leavitt e in basso Fabio Cremonesi.

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