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Il Divin Codino: biopic didascalico, ma dall'animo poetico

Il film Il Divin Codino, diretto da Letizia Lamartire e prodotto da Marco e Nicola De Angelis per Fabula Pictures, con il sostegno di Trentino Film Commission e Netflix, racconta i ventidue anni di carriera di Roberto Baggio

Roberto Baggio (foto Ansa).

Il film Il Divin Codino, diretto da Letizia Lamartire e prodotto da Marco e Nicola De Angelis per Fabula Pictures, con il sostegno di Trentino Film Commission e Netflix, racconta i ventidue anni di carriera di Roberto Baggio.

Baggio è un ragazzo di diciassette anni quando indossa la maglia del Lanerossi Vicenza e il 5 maggio 1985, a due giorni dalla firma del contratto con la Fiorentina (un ingaggio da due miliardi e settecento milioni), ha un brutto incidente in campo che gli causa la rottura del ginocchio destro, la compromissione del crociato anteriore e del menisco e duecentoventi punti di sutura. Un anno di inattività e finalmente il rientro in campo il 21 settembre 1986 contro la Sampdoria; è la prima di quattrocentocinquantadue gare disputate in Serie A, con sette maglie diverse segnando duecentocinque gol.

Ed è proprio a Firenze che conosce il buddismo, la filosofia che abbraccerà per tutta la vita (“dove finiscono le mie capacità inizia la mia fede. La forte fede vede l’invisibile“) aiutandolo ad affrontare le avversità; e su tutte il dramma dominante di tutta la sua longeva vita calcistica: il rigore sbagliato contro il Brasile nella finale dei Mondiali del 1994 in America.

L’espediente narrativo è innescato dal duro rapporto con il padre; un uomo concreto, che lo ama di un amore asciutto, mai incoraggiante, mai tenero, mai di sostegno. Un uomo convinto di rafforzare il carattere del figlio con la ruvidezza. Questa mancanza genera nell’uomo e nel calciatore una serie di conflitti e incomprensioni dapprima con Arrigo Sacchi e poi con molti altri allenatori. È solo nel Brescia di Carletto Mazzone che Baggio riesce a trovare la sua dimensione umana e calcistica perché Mazzone comprende la sua fragilità e costruisce le condizioni che lo guidano allo scopo reale del suo ritorno dopo anni di inattività: la convocazione in nazionale da parte di Giovanni Trapattoni per Giappone e Corea 2002; il suo modo per sedare il tormento e suturare la ferita lasciata aperta nel 1994. La Storia non è andata così perché non è mai stato convocato per quel campionato del mondo.

Il Divin Codino è un biopic forse un po’ didascalico eppure consigliato non solo per il bravissimo Andrea Arcangeli, un attore capace di restituirci lo spirito, la fisicità e la voce di Baggio, forse il campione più schivo, umano e normale della storia recente del nostro calcio; o per L’uomo dietro al campione, la main song del film, scritta e interpretata da Diodato (https://youtu.be/bH9jTb3MU8I):

Più di vent'anni in un pallone

più di vent'anni ad aspettare quel rigore

per poi scoprire che la vita

era tutta la partita

era nel raggio di sole

che incendiava i tuoi sogni di bambino

era nel vento che spostava il tuo codino

che a noi già quello sembrava un segno divino

Era cercarsi un posto

in mezzo a un campo infinito

e poi trovare la gioia

quando il tempo ormai sembrava scaduto

era cadere e rialzarsi ascoltando il dolore

sentire come un abbraccio arrivarti dal cuore

di chi ti ha visto incantare il mondo con un pallone

senza nascondere mai

l'uomo dietro il campione

E poi c'è tutta la passione

e quella cieca e folle determinazione

che la destinazione

a volte è un'ossessione

le cicatrici e i trofei

a ricordarti chi sei stato e cosa sei

e maglie stese ad asciugare

sul filo di un destino che oggi può cambiare

E lì a cercarsi un posto

in mezzo a un campo infinito

per poi trovare la gioia

quando il tempo ormai sembrava scaduto

e poi cadere e rialzarsi accettando il dolore

sentire come un abbraccio arrivarti dal cuore

di chi ti ha visto incantare il mondo con un pallone

senza nascondere mai

l'uomo dietro il campione

Che poi Roberto in fondo tutto questo amore è pure figlio del coraggio

(figlio del coraggio)

di quel campione che toccava ogni pallone come se fosse la vita

lo so potrà sembrarti un'esagerazione

ma pure quel rigore

a me ha insegnato un po' la vita

brano che aggiunge poesia ed emotività al finale del film, tra l’amarezza per la mancata convocazione nel 2002 e l’addio al calcio giocato nel 2004; ma soprattutto perché nel tormento del vincente Divin Codino (per la capigliatura) o Raffaello (per l'eleganza dello stile di gioco), che persegue con determinazione i suoi obiettivi, c’è un Uomo dietro al campione che impara ad accettare con intelligenza l’educazione, il valore, e la gestione della sconfitta, al netto delle partite perse, e dei risultati sfiorati; quell’imperfezione che è sempre in agguato nella vita di ognuno, la più grande risorsa di cui disponiamo per maturare una crescita interiore, e approntare un ulteriore passo verso la conoscenza personale, parafrasando il più famoso elogio della sconfitta di Pier Paolo Pasolini.

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