Un mondo fermo agli stereotipi. Il vero dramma? Il virus non ha insegnato nulla

La gaffe della grafica di Immuni davanti alle sfide vinte dalle donne, la morte di Floyd, manco fosse un trofeo di caccia. La triste impressione che questo periodo non sia servito all'umanità per crescere

Nel giorno in cui si apre un dibattito sulla grafica ovvia, convenzionale, perfino stancante, dell’applicazione Immuni - invero, scivolone curioso, vista l’alta partecipazione della sinistra al governo, il che non fa che alimentare la supposizione che destra o sinistra, maschilismo ci cova, sempre, a livello inconscio -, il Salento celebra due menti brillanti. Guarda caso, nessuna porta i pantaloni. Oddio magari li porta, e scusate lo schema standardizzato che alimenta anche il mio maschile cervello. A volte dimentico che certi bestioni scozzesi indossano la gonna per tradizione, se ne vantano, ed è meglio non farglielo notare con inutile humor inglese, a meno di non voler finire la serata in rissa.  

Penso ad Arianna, da Galatina, brillante ricercatrice (precaria, e sottolineo, precaria), che il Covid-19 l’ha combattuto da vicino, molto vicino, maneggiando provette (così la immagino), arrivando con i suoi colleghi a isolare il ceppo italiano. Non è certo rimasta chiusa in casa a porsi troppe domande, ha lanciato un guanto di sfida al terrore. Ma quanta passione per lo studio, quanta preparazione, quanto coraggio ci devono essere dietro?

Penso poi a Irene, da Gallipoli, alla sua creatività e all’impegno sociale. Quanto sembra ovvia, ora che esiste, la mascherina trasparente per seguire il labiale, per permettere ai sordi di farsi comprendere? Sarà ovvia, ma io non ci ho mai pensato e, suvvia, nemmeno la maggior parte di voi. Ci voleva una certa sensibilità per arrivarci, unita a una buona capacità manuale che, lo dice la storia, è pura arte. O quando guardate i monumenti nel mondo, non vi viene mai di pensare a quanti miseri operai senza scuola, ma con una visione del bello e dell’utile, abbiano avuto la sagacia, magari, di correggere un esimio architetto su una proporzione, un calcolo, una rifinitura?  

La polemica sulla maldestra grafica di Immuni non è fine a se stessa. E’ giusta, sacrosanta. La civiltà, per avanzare, ha bisogno di simboli che ci ricordino, sempre, la parità nella società. Il mondo non è diviso in uomini o donne o in altri assurdi sottoinsiemi: gialli, neri, verdi (per chi crede che Hulk esista: non lo escludo, visto che sopravvivono i cultori del vaccino assassino). Il mondo, o, meglio, la società umana, è diviso fra chi professa il bene, chi segue il male e chi si trova nelle zone grigie, pericolosamente pendenti fra l’una e l’altra. A volte per necessità, spesso per voracità. La società umana è composta – appunto - da umani, non da categorie sessuali o razziali.

Non ho bisogno di richiamare storici o sociologi, per affermare il valore delle donne. Mi basta la quotidianità. Nella nostra squadra ce ne sono quattro, oggi, di donne. Sono tutte alla pari di noi signorini (mi sembra ridicolo persino affermare l'ovvio). Mettono in ogni pezzo intelligenza, sensibilità, passione, professionalità. Hanno iniziativa. Personalità, sagacia. Misura. Più di qualche volta, mi hanno corretto o instradato, rassicurato. “Direttore, sei troppo apprensivo. Ci penso io a questa storia, non ti preoccupare”.

Sono orgoglioso di loro, mi fido ciecamente, spesso ci confrontiamo, e se penso solo alla giornata di oggi (e parlo di oggi) per diversi casi di cronaca, ho avuto a che fare con quattro funzionari delle forze dell’ordine, tutte donne. Con compiti di forte responsabilità. Precise e puntuali nei resoconti, leali anche nel confronto, acceso. Come si conviene fra professionisti. Non fra uomini e donne. Fra professionisti.

Potrei fare altri esempi, a bizzeffe. Potrei aggiungere molto, sulla professionalità di mia moglie nel suo lavoro, o di mia sorella. Potrei scrivere fiumi di parole su colleghe di altre testate, concorrenti. La cosa che trovo incredibile è, semplicemente, dover ricordare a tutti che le donne hanno una forza tale da sostenere il Pianeta. Se la natura le vuole madri, non significa che il loro ruolo debba ridursi a quello. Che è fantastico, qualcosa in più, il miracolo della vita. Ma non un aspetto onnicomprensivo, né caratterizzante. E’ un tratto. E al concepimento, non ci arrivano da sole. Quindi, non abbattiamoci manco noi ometti. Siamo complementari. Sempre, in tutto. La natura ci dice, da sempre, che gli uomini hanno bisogno delle donne, e viceversa.

Per assurdo, l’immagine più rispondente alla realtà per definire i generi, resta quella delle toilette di tutto il mondo. Maschi con la testa tonda (magari perché con calvizie incipienti, come me), femmine con la gonna (e fa niente se i jeans li portano anche le signore). Ah, dimenticavo: disabili con la carrozzella.

Nulla di più equo, immediato, di facile comprensione e senza equivoci di sorta. Nessuno che compia un’azione ritenuta “tipica”, come tenere un bimbo fra le braccia o coltivare una pianta. A casa mia, per esempio, mia moglie compra le piante. Ma alla loro salute, ci pensiamo insieme. Spesso, proprio io. Per rispetto verso la sua passione. Per rispetto verso quella vita, in forma floreale, che scorre sotto le mie mani.

Scordavo, a proposito di gonne. Non credo che gli scozzesi si siano mai sbagliati, guardando le immagini stilizzate. Gonna o meno, la pipì la fanno dove c’è la sagoma senza gonna.

***

Io, vedete, ho questo timore. Che il coronavirus non ci abbia insegnato niente sul rispetto reciproco. Sognatore e, nel contempo realista, ci speravo e non ci credevo. Quanto sta accadendo negli Stati Uniti, oggi, è la riprova che forse avevo ragione a non crederci. Sul caso di George Floyd, come tutti, ho iniziato a seguire gli sviluppi. Ho letto dell’autopsia ufficiale, secondo cui potrebbe essere morto per una serie di fattori (lo stress per il fermo, problemi di salute pregressi, qualche sostanza che si presume possa aver assunto) e di quella di parte (morte per soffocamento).

Non ho alcun elemento in mano per dire quale sia attendibile. Ma non mi serve. Mi basta l’immagine di un uomo steso a terra, con un ginocchio premuto sul collo, per capire che c’è qualcosa di profondamente sbagliato. Quell’immagine mi richiama alla mente una scena di caccia, il trionfo del predatore e la sottomissione del predato. E mi fa orrore, mi provoca un conato, una repulsione. E’ l’immagine più stereotipata che esista. E mi fa paura, molta, perché non è un disegno.

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