La necessità di sapere e quel silenzio obsoleto all’epoca dei social

Sul duplice omicidio per la prima volta una voce ufficiale. E per smentire una notizia circolata su testate nazionali. Doveroso, ma poco. Nel rispetto dell'indagine, occorre comunque un cambio di mentalità sulla comunicazione

+++ “Non c’è nessun fermo e né in Procura né in caserma c’è attività di interrogatorio” nell’ambito delle indagini sul duplice omicidio dei due fidanzati di Lecce, l’arbitro Daniele De Santis e la sua fidanzata Eleonora Manta. Lo precisano all’Ansa fonti degli inquirenti dopo la diffusione di notizie relative a un sospettato che verrebbe sentito in queste ore. +++

Recita così un’agenzia, rilanciata nel pomeriggio. Ed è la prima volta, in questa vicenda, che spunta una voce ufficiale, anche se per comunicare con un’unica fonte giornalistica e per smentire, sostanzialmente, ciò che alcune testate nazionali hanno riportato in questa convulsa giornata di attività d’indagine nella quale, per ora, non c’è alcuna conferma su nulla. E dopo che, davanti al tribunale di viale De Pietro, si era formato un piccolo assembramento di reporter, fotografi e cameraman in attesa di qualche ragguaglio.    

Ora. Non provo particolare piacere nel comporre queste righe. Non ho piacere per il rispetto che nutro verso istituzioni, investigatori, autorità giudiziaria. Eppure avverto l’urgenza di farlo, non certo per la difesa della categoria a cui appartengo, non esente a volte da colpe o avventatezza. Ma per i cittadini, la parte sana e pulita della comunità, che è una famiglia allargata e, oggi, spaventata, disorientata, davanti a un delitto di tale portata che offende tutti. E di cui non sa assolutamente nulla, se non per resoconti giornalistici che non possono essere accurati al minuto.

Occorre, allora, lanciare un messaggio chiaro, perché esiste un diritto, di tutti noi, in una democrazia. Banalmente: è il diritto di essere informati. E informati bene. Certo, entro quei sacrosanti limiti rispetto a ciò che può emergere nel corso di una fase investigativa ancora aperta e su un caso così doloroso. Certo, nel rispetto delle famiglie delle vittime e dei loro amici più cari. Certo, nel rispetto stesso della nostra posizione di cronisti, che è quella di non tracimare nella narrazione e scansare le bufale come fossero peste, essere il filtro e la sintesi fra le autorità e i lettori, verificare e fare ulteriori controverifiche.

Ma perché scrivo questo? Perché mi sono confrontato in questi giorni non solo con i ragazzi della nostra piccola, ma laboriosa redazione, ma anche con colleghi che vantano un’esperienza di molto maggiore alla nostra, che lavorano o hanno lavorato per decenni in grandi giornali nazionali nell’ambito della cronaca giudiziaria, e che provano – esattamente come noi – profonda perplessità davanti alla chiusura ermetica delle autorità circa i progressi che si stanno facendo in queste ore per catturare un vile assassino che ha agito con una scomposta crudeltà ferina, da assatanato puro. Nessuno chiede la luna, ma, a volte, basterebbero anche solo quei dettagli che, pur non pregiudicando o ostacolando di certo le indagini, aiutano tutti a inquadrare meglio una vicenda.

Lo dico spesso, l’ho scritto altre volte. Nella scarsa trasparenza nascono le teorie complottistiche, le opinioni rischiano di trasformarsi in false verità, pullulano le teorie più bizzarre, si creano equivoci, come quello che vorrebbe urlato il nome dell’assassino, quando, in realtà, molto probabilmente, era quello di uno dei testimoni delle ultime fasi del feroce duplice delitto a cui si chiedeva aiuto.    

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Al di là degli articoli che, come tutti, stiamo producendo in questi giorni, il mio telefono squilla di continuo. Messaggi e chiamate di amici e conoscenti: “Ma qual è la tua idea? Sai qualcosa in più che non avete ancora scritto?”. E non so mai, realmente, come rispondere. Se non che ci stiamo trovando davanti a una roccaforte blindata, dove nulla filtra in via ufficiale. Per quanto riguarda questa piccola testata locale, stiamo evitando di trasformare voci incontrollate e senza solide conferme in articoli, come accaduto oggi, ma, se fosse possibile, chiederemmo uno slancio anche dall’altra parte della barricata. Cioè, alla Procura.

Nei tanto vituperati Stati Uniti (e non solo), regno sovrano delle contraddizioni, l’informazione è ritenuta sacra. Davanti a fatti gravi, le autorità comunicano in tempo reale usando i social. E al cospetto di delitti che colpiscono profondamente l’opinione pubblica, si organizzano conferenze stampa (a volte improvvisate, direttamente sul posto) per fare il punto della situazione, appagando così l’esigenza di tutti di sapere, quantomeno conoscere i dettagli di base di una vicenda. Un’opportunità, attraverso le domande dirette e uno scambio di idee, che può aprire la mente di tutti, a volte anche quella degli stessi investigatori, che consente di suggerire piste nuove o scartare a priori altre ipotesi.

Un confronto aperto e schietto è principio basilare della libertà, ricordando che, un caso grave in seno a una comunità, per definizione esce dalla sfera privata e diventa di portata pubblica. Questo, ovviamente, al netto della capacità di ogni singolo giornalista di trovare e gestire le proprie fonti riservate, che è l’altra faccia del mestiere, assumendosi in pieno le responsabilità di eventuali false notizie.

Sia chiaro. È scontato che inquirenti e investigatori rispettino la comunità, in maniera profonda, con totale dedizione. In fin dei conti, ne sono il baluardo difensivo. E la loro è una missione vera e propria. Il problema, però, è di mentalità, se mi è consentito. Ovvero, la persistenza di una chiusura ermetica per cui nulla debba trapelare, nemmeno il dettaglio più insignificante. Le conferenze si fanno a caso risolto. Punto.

Ma tutto questo non ha più senso nel mondo che viaggia veloce su Internet, in cui è cambiata del tutto la modalità di comunicazione e in cui il rischio sempre presente è quello di distorcere i fatti, in assenza di una voce autorevole che li sappia veicolare. Chiudersi in un castello non è mai la scelta migliore. Eppure, ancora oggi, su un caso che sta tenendo inchiodata l’Italia intera alla poltrona, e che, per l’efferatezza con cui si è consumato, preoccupa il territorio, non c’è una ricostruzione ufficiale nemmeno della dinamica. Tutto demandato alla capacità del singolo cronista di studiare una scena senza nemmeno averla vista, potendo fidarsi solo delle sue fonti storiche, collaudate e spesso segrete.

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È chiaro e persino scontato che non tutto si possa dire. È anche chiaro, però, che davanti a una simile, mostruosa vicenda, non si possa rimanere nemmeno in silenzio totale, alimentando involontariamente l'angoscia. 

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