Scongiurare la morte della Gazzetta: sarebbe il tradimento di un ideale

Una storia gloriosa, un declino inesorabile. Il giornale che ha dato prima di molti voce, forma e sostanze alle esigenze di un territorio merita un destino diverso. Ma per farlo, occorre qualcuno che lanci il guanto di sfida alla modernità

Riassumere la storia de La Gazzetta del Mezzogiorno, dalla fine dell’800 a oggi, sarebbe un tedioso esercizio scolastico infarcito magari di un eccesso di retorica. Inutile anche rinverdire la cronaca di un lento tramonto, che nasce anni addietro con la crisi generale dell’editoria e s’intreccia con vicende interne di altra natura, ben note, fino al fallimento di EdiSud e Mediterranea. Una bomba atomica già innescata da tempo e destinata solo a esplodere da un momento all’altro, Covid o meno. La pandemia forse ha solo accelerato di poco un processo ormai inarrestabile.  

E allora, in certi casi, le parole migliori le suggerisce il cuore. E una parte del mio rimarrà per sempre legato alla Gazzetta, per me molto di più di una testata giornalistica, quasi una sorta di appendice di casa. Se scomparisse per sempre dalla faccia della terra, potrei percepirlo come un tradimento. Un tradimento alla memoria di quanti, come mio padre, Domenico Faivre e tutti i suoi colleghi, hanno portato avanti con il vigore della penna il sogno di un’informazione libera e corretta.

Caporedattore centrale dal 1971 e per i ventitré anni successivi, Domenico fu tra coloro che parteciparono all’espansione e alla crescita del giornale e, in generale, del giornalismo locale, formando intere schiere di nuovi cronisti, diversi fra i quali, negli anni a venire, sarebbero diventati a loro volta colonne portanti anche di altre testate, salentine, regionali e nazionali.

Appendice di casa, dicevo. Lo è stata, sul serio, la sede sotto la Galleria Mazzini, nella quale non entro da anni, ma che potrei descrivere a memoria. A metà degli anni ’80 ero una presenza fissa. Osservavo, con gli occhi di un bambino introverso, quel formicaio brulicante di vita, affascinato dalle scrivanie dei colleghi di papà intasati di montagne di carte, dallo squillo continuo dei telefoni, dal gracchiare meccanico dei fax che sputavano fogli di continuo, dalle dita che battevano a velocità per me supersoniche sulle tastiere, dagli arrivi improvvisi in ufficio di personaggio di tutti i tipi. E dall’odore pungente della carta ingiallita negli archivi.

Qui, conobbi i primi computer, scatoloni grigi Ibm con un unico programma, quello editoriale. Esercitavo la fantasia scrivendo racconti – per lo più dell’orrore – e mi esaltavo quando le lettere sullo schermo si trasformavano in fogli stampati. E poi, a volte avevo accesso privilegiato alle riunioni di redazione. Fotogrammi di un tempo lontano che scorrono nella mente. Io, seduto in un angolo nell’ufficio di papà, tutti intorno alla sua scrivania, lui che disegnava i menabò e discuteva con i colleghi sull’apertura e sui titoli.

La Gazzetta, oggi, è costretta a vivere una storia paradossale. Un contenitore ancora ricco di qualità umana, ma povero di soldi. Nel solco di una consolidata tradizione, stessa sobrietà nella narrazione e serietà di sempre, alto livello di attendibilità, anteprime di rilievo, buona scrittura. Il tutto, pur nel collasso di tagli e ridimensionamento nelle pagine. Nonostante ciò, vi lavorano ancora fra i professionisti più capaci di Puglia e Basilicata. Con una dedizione alla causa che denota dignità personale e rispetto per un nome.

Le rotative vanno avanti ora grazie all’esercizio provvisorio disposto dal Tribunale di Bari. La Gazzetta continua a sopravvivere, nella speranza che ritorni a vivere. Ma è una lotta contro il tempo. La ministra Teresa Bellanova assicura che continuerà a seguire gli sviluppi e, da figlia di questa terra, la vocazione per il sindacalismo e le tante lotte per il lavoro già affrontate in prima linea, vogliamo credere che il suo sarà un interesse concreto. L’europarlamentare Raffaele Fitto, intanto, invita i lettori a far sentire vicinanza e sostengo, acquistando la Gazzetta tutti i giorni in edicola. Un piccolo contributo che ci sentiamo di appoggiare.

Il pluralismo dell’informazione è fra i capisaldi della democrazia e una pubblicazione che ha raccontato fino a oggi pezzi di storia del Mezzogiorno d’Italia, fino a diventare storia essa stessa, deve continuare a esistere, tracciando un nuovo sentiero, in linea con le tendenze moderne, ma rimanendo fedele alle sue radici. Le tradizioni rappresentano i fari del territorio e la Gazzetta è fra le realtà che da sempre, prima di tante altre, e con maggior potenza ed efficacia, hanno dato forma e sostanza alle esigenze della popolazione meridionale. E se scompaiono le voci più rappresentative, si svende la propria libertà a un’omologazione imperante.

Non si tradiscano, allora, la memoria di chi ha dato vita a una realtà come la Gazzetta, i giornalisti che ne hanno ereditato, di volta in volta, il testimone, chi oggi continua con professionalità a lavorare, in un clima che deve essere insopportabile.

Nessuno di noi sa quanto vivrà. Io, mi auguro di avere ancora molti anni davanti a me. E il giorno in cui arriverà il mio momento, la Gazzetta avrà il dovere di essere ancora viva e vegeta, con una nuova generazione di giornalisti entusiasti e professionali, proiettata verso nuovi traguardi. Perché non è un prodotto editoriale di passaggio, ma un’istituzione. E le istituzioni sopravvivono agli uomini.  

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Ovviamente, per tutto questo, non basta il romanticismo. Serve una rifondazione vera, qualcuno volenteroso e coraggioso, visti i chiari di luna, di lanciare un guanto di sfida alla modernità. Lo dico da figlio di uno di quei pionieri del giornalismo locale, da collega, persino nella curiosa posizione, oggi, di concorrente che ha dato vita, nel 2007, a un prodotto completamente nuovo come LeccePrima. Lo dico da amico di molti cronisti della Gazzetta. In tutti i casi, lo dico con affetto e speranza sinceri. E un po' anche con lo stesso sguardo di quel bambino che si aggirava fra le stanze dell'ufficio, carpendo i primi segreti del mestiere.

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