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"Restare vivo": Borrasso e il romanzo sul coraggio della speranza

È il racconto autobiografico della perdita inattesa, quella del padre, reso con una scrittura essenziale e accurata, asciutta nella rievocazione dei ricordi d’infanzia, amara nel racconto della malattia, dei medicinali e della terapia, ma fidente nella conclusione

Ho conosciuto Francesco Borrasso recensendo il suo bellissimo libro di esordio La Bambina celeste (Ad est dell’Equatore, 2016), e lo ritrovo oggi con Restare vivo (InSchibboleth, Collana Margini diretta da Filippo La Porta, 2021). Nei cinque anni che intercorrono tra il primo e il secondo romanzo, Borrasso ha pubblicato con Orchidea Caffè la raccolta di racconti Storia dei miei fantasmi (2017) e curato Polittico (2019), una raccolta di racconti di autori vari.

Seguire il percorso letterario di un autore è una sorta di privilegio che permette di cogliere gli elementi di crescita e maturazione della scrittura e dello scrittore; in Borrasso ho trovato e compreso molti perché della sua tendenza letteraria tanatopratica.

Se il primo romanzo infatti scompone il dolore in fattori primi, e abbraccia forzatamente la paura dell’innaturale, di ciò che non dovrebbe mai accadere pur nell’imminenza della malattia: sopravvivere ad un figlio; il secondo è il racconto autobiografico della perdita inattesa. L’autore ha ventisei anni, e precipita in un vortice di batofobia affettiva con la morte improvvisa del padre; il vuoto assoluto della mancanza fisica, di tutto quello che c’era ancora da fare e vivere insieme, l’amara consapevolezza di quanto sia precaria la credenza dell’immunità dalle cose che possono succedere agli altri e mai a noi.

E al processo di rimozione e incoscienza, si sostituisce il racconto in prima persona sulla prematura morte del genitore per un aneurisma al cervello (E forse tutto è caduto nell’ultima volta che hai preso fiato, nell’attimo prima che ti scoppiasse una vena nel cervello, in quell’istante in cui eri vivo e poi sei entrato in coma e nelle ultime parole che mi hai detto e negli occhi della mamma che trattengono il riflesso del tuo sorriso e lo tratterranno per sempre.), il suo personale scivolamento nella depressione (è portare una croce senza un gesto che possa farti capire che prima o poi ci sarà la quiete), tra attacchi di panico e un infinito tempo sospeso. Una sorta di ibernazione forzata, un sonno vigile criogenico di cui ha bisogno l’anima, trasparente e gassosa come l’azoto liquido utilizzato per generare quello stato. Mentre il corpo ondeggia, cede, si frammenta e ricompone infinite volte lasciando la carne viva a ingoiare l’ossatura, quasi a frollarla durante il cammino accidentato della perdita, del dolore, dell’astrazione.

Restare vivo è un diario intimo coraggioso, il giro della prigione corporea e mentale del post trauma, e nella mutilazione emotiva che conserva la sensazione anomala della persistenza di un affetto dopo la separazione fisica, il mezzo con cui attraversare l’aria solida che genera attrito, con cui abbattere il muro dello scoramento e della disperazione a mani nude.

E di tutte le terapie possibili, la più efficace si rivela essere la scrittura, una sospensione omeopatica, che applicando il principio di similitudine del dolore, lo combatte parola dopo parola fino a raggiungere la guarigione.

Restare vivo è un romanzo sul coraggio della speranza, sulla capacità di elaborare il mistero più incomprensibile di tutti: la morte; sempre più lontana dall’immaginario collettivo, che alla giovinezza perenne e all’immortalità ha fatto voto. È la quadratura del cerchio della vita.

La lingua di Borrasso è essenziale, accurata, terrena; liricamente asciutta nella rievocazione dei ricordi d’infanzia, e amara nel racconto della malattia, dei medicinali e della terapia. E fidente nella conclusione.

Quanto è stato difficile e necessario scrivere Restare Vivo?

“La difficoltà non è stata scrivere queste pagine, quanto rileggerle. Nel momento in cui ho deciso di mettere su pagina quegli anni della mia vita è stato naturale, come se tutte quelle parole non stessero aspettando altro. Rileggere, invece, a tratti è stato duro. Ho dovuto prendere lunghe pause durante le fasi di editing. È stato tornare nella tempesta, con nuovi strumenti, sì, ma in fondo il dolore era sempre lo stesso”.

So che ha firmato con una nuova agente, senza dire troppo si può accennare al prossimo progetto?

“Si tratta di un romanzo che affronta il tema del lutto. Mio tema caro. Ma mentre in La bambina celeste il protagonista è un genitore che perde il proprio figlio, qui ho capovolto i ruoli. Un bambino e la perdita della madre e tutto ciò che ne consegue”.

Per concludere, nella lista dei suoi classici preferiti quale occupa il primo posto? Ce lo racconta in un tweet?

Scegliere un solo classico è davvero difficile, ci provo: L’uomo che ride di Victor Hugo. Siamo in Inghilterra nel 1690, Gwynplaine è un ragazzino con un taglio sul viso che simula un eterno sorriso. Trova una neonata nella neve, viva e cieca e la prende con sé. Hursus, un uomo con un lupo di nome Homo, si prenderà cura di loro.

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