Tanisi, l’uomo prima del giudice: “Avere il coraggio delle proprie scelte”

Intervista al presidente del tribunale di Lecce e della prima sezione penale. Da ragazzo sognava di fare il giornalista. Ma la vita l'ha condotto a usare la penna per scrivere sentenze. Anche epocali

LECCE - Si nasce con l’amore di verità. Lui c’è nato. Da ragazzo sognava di raccontarla su fogli di giornale. Il suo idolo era Indro Montanelli. E invece la penna l’avrebbe utilizzata per scrivere sentenze, alcune delle quali hanno fatto giurisprudenza conquistando riconoscimenti sulla stampa e tv nazionali come quella da pretore, nel 1986, sul divieto di fumare sul posto di lavoro, quando ancora non c’era neppure una legge sulla materia. Ci sono poi quelle, tante, in materia di ambiente, di infortuni sul lavoro, per gravi delitti, compresi gli omicidi di mafia e quella che ha riconosciuto il reato di riduzione in schiavitù nei campi di Nardò. Ricordiamo, ancora, la difficile e complicata celebrazione del processo per quell’atroce delitto che con la mafia pure aveva a che fare, l’omicidio di Angelica Pirtoli, la bambina assassinata all’età di due anni, la sera del 20 marzo 1991.

La toga sembra gli sia stata cucita addosso con meticolosa cura. E noi oggi con la stessa cura, proviamo a scucirla per mostrarvi l’uomo che la indossa, con la paura e il coraggio di compiere determinate scelte.

Quest’uomo è Roberto Tanisi, ha 67 anni ed è di Taviano. E’ presidente (facente funzioni) del tribunale di Lecce e della prima sezione penale, dopo due anni trascorsi al vertice della Corte d’Appello. Quando lo si incrocia per i corridoi del Palazzo di viale Michele De Pietro che è la sua seconda casa, non c’è da sorprendersi se sotto al braccio abbia un libro e sarà quasi sicuramente un saggio. Del Codice sembra non abbia bisogno, perché la sua prima legge è quella dell’umiltà e del dubbio. E c’è chi aveva saputo individuarla, quando era giovanissimo, in un luna park, tra le linee della sua mano…

La sua, per la giustizia, può esser definita una vocazione?

“Non so se si tratti di vocazione. Certo fare il giudice era una della mie aspirazioni, già dai tempi del liceo e si è accentuata negli anni dell’Università. Questo non significa, ovviamente, che pensavo sarei davvero diventato magistrato, attese le note difficoltà che si frappongono al raggiungimento di tale obiettivo. Tuttavia, per sorte o per bravura, ci sono riuscito e dal 1981 svolgo questo lavoro con passione immutata”.

Quanto è stata dura?

WhatsApp Image 2019-12-11 at 15.49.25-2“E’ stato difficile. Quando ho sostenuto gli scritti del concorso in magistratura, poi non c’ho pensato più. L’avevo quasi rimosso. Avendo superato anche quello per diventare avvocato, avevo già avviato lo studio a Taviano. L’esito delle prove scritte l’ho appreso al telefono da un amico, appena rientrato in casa dopo una giornata al mare. Da quel momento il mare non l’avrei più rivisto. Seguirono mesi di “studio matto e disperatissimo” (cit. Leopardi). Qualche volta ho avuto l’incubo di trovarmi di nuovo a sostenere l’esame e … non ricordare nulla;  come al medico del “Posto delle fragole” che è uno dei miei film preferiti”.

Quali sono le qualità necessarie per essere un bravo magistrato e quali difetti un magistrato non dovrebbe mai avere?

“Difficile esprimere valutazioni e dare consigli, anche per evitare il monito di Fabrizio De Andrè: “Si sa che la gente dà buoni consigli …. Se non può più dare cattivo esempio”. Ad ogni buon conto, un magistrato, secondo me, oltre ad essere ovviamente professionalmente attrezzato, deve avere buon senso e soprattutto molta umiltà, ricordando che il suo, se anche costituisce uno dei poteri dello Stato, è essenzialmente un servizio. E poi deve coltivare sempre la religione del dubbio”.

Cosa consiglierebbe a un bambino che sogna di diventare giudice?

“Di studiare e di pensare al ruolo di magistrato non come ruolo di potere, ma appunto di servizio”.

Qual era invece il suo sogno da bambino? Cosa avrebbe voluto fare il piccolo Roberto Tanisi da grande?

Una professione che mi piaceva molto era quella del giornalista. Ero innamorato di Montanelli. Di lui, ho letto davvero tutto. Le racconto un aneddoto, facendo una premessa: non credo a maghi e a fattucchiere. Non ci ho mai creduto. Un giorno, ai tempi dell’Università, ero al luna park, nella zona Eur di Roma, e un mio compagno di studi mi convinse a fermarci da una chiromante. “Ti piacciono gli studi classici e il diritto. Da grande farai il giudice o il giornalista”, furono le sue parole, dopo aver visionato la mia mano. Non so come fece, ma ci azzeccò, perché quelle erano davvero le mie aspirazioni (sorride, ndr). Poi le cose sono andate come dovevano andare. Certo, mio padre ci aveva visto lungo. Dopo la laurea in giurisprudenza, mi disse: “Roberto non ti vedo come avvocato, ti vedo più come magistrato”. E aveva ragione perché questa professione l’ho svolta sempre con grande trasporto”.

Ma tra le sue grandi passioni, c’è anche il teatro…

“Mi piace vedere il teatro, ma anche farlo. Sono stato “assemblatore” di alcuni spettacoli teatrali (autore ritengo sia una parola “grossa”). Il primo fu “Novecento viva l’Italia” sulla la storia del Novecento italiano e poi “Il dito e la Luna” sul ’68, raccontati con canzoni, immagini e alcune testimonianze importanti. Più recente è “Fratelli d’Italia” sulla costituzione italiana, le cui immagini proiettate nell’aula magna della Corte d’Appello in occasione della visita del presidente Giorgio Lattanzi, ora fanno parte dell’archivio della Corte Costituzionale”.

Quali sono le emozioni che si provano nel dover decidere della sorte di un imputato?

“C’è che, talvolta, non si dorme la notte. Ma per molte notti, se sai che l’esito può essere l’ergastolo”.

Qual è stato uno dei processi che gliene ha tolte di più, di notti?

“Di certo quello a Giovanni Camassa (condannato al carcere a vita per l’omicidio di Angela Petrachi, dopo aver ottenuto un’assoluzione in primo grado, ndr) mi ha provocato un fortissimo tormento interiore. Ma nella mia vita, ci sono stati tanti altri processi impegnativi come quello sullo sfruttamento dei lavoratori nei campi di Nardò,  l’omicidio di Salvatore Padovano, l’operazione Atlatide, l’omicidio Pirtoli, giusto per citarne alcuni”.

Teme il giudizio della gente?

“Penso solo che bisogna avere il coraggio delle proprie scelte”.

Uno degli incarichi più prestigiosi che ha ricoperto è stato quello, per due anni, come presidente della Corte d’Appello. Quale, il resoconto?

“Sono stati due anni in cui ho dato davvero tutto. Molte le cose fatte per l’edilizia, la logistica e il decoro degli Uffici: la sistemazione dell’aula magna, i lavori sulla facciata del palazzo di giustizia di viale De Pietro (effettuati per 400.000 euro, da appaltare per tre milioni e 600mila euro); il monitoraggio della esposizione al radon; la verifica della presenza della legionella (il cui esito è stato negativo); la sostituzione di 800 estintori; una nuova centrale termica e una nuova centrale idrica; insieme agli avvocati la sistemazione di una stanza per le giovani madri; poi tutta l’attività amministrativa di Direzione della Corte e il lavoro giurisdizionale; insieme alla Procura generale, il protocollo col ministro Orlando per la cittadella della Giustizia; altri protocolli col Foro ed altre Istituzioni in materia LPU e MAP, sulla liquidazione spese di giustizia, su Pari opportunità. Credo vada ricordato anche il convegno su “Attualità e Attuazione della Costituzione”, insieme al Centro studi giuridici Michele De Pietro e all’Università del Salento, che ha visto la presenza a Lecce di grandi giuristi e del presidente della Corte Costituzionale Giorgio Lattanzi e, da ultimo, il Convegno nazionale organizzato con Unimeier in materia di responsabilità medica”.

- Poi, però, il Csm ha accolto il ricorso del candidato escluso Vetrone, oggi attuale presidente. Come ha vissuto questa decisione?

“Rispetto il Consiglio, ma non ho condiviso la decisione”.

Ha dei rimpianti?

“No. O forse uno, aver dovuto interrompere bruscamente una serie di iniziative volte a migliorare non solo l’attività giurisdizionale della Corte, ma anche le condizioni di lavoro di magistrati ed operatori”.

Quanto tempo ha dovuto sottrarre ai suoi affetti per dedicarsi alla giustizia?

“Molto, forse troppo. Ho, però, la fortuna di avere una moglie molto comprensiva e che si è fatta, in parte, carico anche del mio ruolo nell’accudire la famiglia. E poi ho due figli in gamba e che mi fanno vivere serenamente”.

In quale giustizia crede di più, divina o terrena?

“Sono credente e, dunque, ritengo improponibile questo paragone. Quanto alla Giustizia degli uomini occorre considerare – e farsene una ragione – che si tratta, appunto, di una giustizia umana e, come tutte le cose umane, anche fallace. L’importante, per chi è chiamato ad amministrare giustizia, è mettervi il massimo impegno, la massima professionalità possibile, considerare che sottoposto al giudizio del giudice è un uomo come il giudice.

Sulla facciata del palazzo ducale di Venezia, nell’aule delle udienze, è riportata in latino questa frase: “Prima di tutto indagate con la massima diligenza, per distinguere con giustizia e carità; nessuno condannerete prima di un giudizio giusto, né giudicherete dando sospetto d’arbitrio: ma prima provate e dopo emanate una sentenza caritativa. E non fate agli altri ciò che non vorreste fosse fatto a voi”. È un monito che, su pergamena, campeggia nel mio ufficio, al quale, nella mia vita professionale, ho provato ad attenermi. Sbaglierò, ma credo che ogni giudice dovrebbe tenerlo nella debita considerazione”.

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