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Domenica, 14 Agosto 2022
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Fra genio e “pucundria”, intervista a Lorenza Foschini sul matematico Caccioppoli

Intervista a Lorenza Foschini, a Lecce lunedì sera per presentare il suo ultimo libro L’Attrito della vita. Indagine su Renato Caccioppoli matematico napoletano (La Nave di Teseo) nell’ambito della rassegna Agostinani Libri per Lecce in scena

Ricorda la prima volta che ha sentito nominare Renato Caccioppoli in famiglia? Cosa si diceva di lui e che impressione ne ha ricavato nell’immediato?

L’ho sentito nominare da sempre, è difficile per me trovare una prima volta. Perché come racconto lo vedevo quando uscivo con la mia mamma, lo incrociavo. Era una presenza/assenza nel senso che non lo frequentavamo ma era un richiamo molto forte, ma del resto non è un richiamo per una famiglia, è un richiamo per un’intera città. Questa capacità è una forza misteriosa e attrattiva per un genio della matematica.

Caccioppoli amava la matematica, il cinema, la letteratura, la musica, e nel suo libro si legge che voleva fare il pianista; come mai secondo lei alla fine la scelta è ricaduta sulla matematica?

Fu Bendetto Croce, che era un amico di famiglia, a intervenire nell’indecisione di Renato tra il fare il pianista, il direttore d’orchestra e il matematico. Croce gli disse: “No Caccioppoli faccia matematica, ci vuole del metodo.” La grande saggezza di uno dei più importanti filosofi italiani aveva compreso quanto fosse un’anima ansiosa, un’anima instabile e quindi per certi versi gli ha dato un consiglio che certamente è stato importante. Lui era un genio e non a caso nel libro cito Sciascia che parla del genio di Ettore Majorana. Majorana per qualche mese ha avuto la stanza accanto a quella di Caccioppoli all’Università Federico II di Napoli e sarebbe bello capire o immaginare se questi due geni si siano almeno salutati! Sciascia dice una cosa molto importante, cioè quando il genio arriva alla sua profonda intuizione, quando arriva a cogliere la scoperta raggiunge un traguardo scientifico tocca delle vette di assoluto, sfiora la verità, la verità con la v maiuscola; quindi è molto difficile reggere questo impatto perché nel momento stesso, e capita soltanto a loro, noi non lo possiamo immaginare, nel momento stesso in cui i geni colgono questo attimo di verità e di assoluto subito dopo si apre un baratro, un vuoto e bisogna saper reggere l’impatto. Per questo il genio è tormentato, è tormentato perché deve reggere un traguardo che nessun’altro essere umano o pochissimi potrebbero raggiungere, e al tempo dopo l’eccitazione, la felicità di  avere perseguito qualcosa di così grande si trova davanti a sé degli abissi incolmabili. Per questo forse anche l’uso dell’alcol, di qualcosa che aiuti a sopravvivere. Sciascia dice una cosa molto bella, dice che quando il genio ha raggiunto la sua scoperta, l’unica cosa che gli rimane è una via di fuga, una via di fuga, lo ripete due volte. Cosa che capita soprattutto con il genio precoce, come quello di Majorana e quello di Renato.

Nel suo libro si dice che Caccioppoli fosse malato di pucundria, “una tristezza dolorosa che si avvicina alla malinconia ma che si trascina dietro anche la noia, l’insoddisfazione e la solitudine”. Secondo lei cosa potrebbe definire meglio i contorni della personale pucundria di Caccioppoli?

Ho cercato di penetrare questo mistero di Renato Caccioppoli. Della pucundria ne parla Fabrizia Ramondino, meravigliosa scrittrice napoletana che lo conosceva e lo aveva saputo cogliere in questo aspetto. C’è qualcosa in più nella pucundria di Renato Caccioppoli che mi è stata spiegata da un’altra persona, che lo ha conosciuto meglio di Fabrizia, che si chiama Wanda Monaco. Wanda Monaco è una signora che vive in Svezia ed è sposata con un matematico e mi ha detto una cosa interessante sui matematici puri; proprio per la labilità delle conquiste che raggiungono, consapevoli che possono essere sempre sopravanzate da altri matematici, perché la scienza è sempre in fieri, conservano un lato giocoso, un lato di divertimento, quasi infantile che li mette a riparo da questa pucundria di cui parliamo. E questo è qualcosa che io non avevo capito, devo ringraziare Wanda Monaco perché la giocosità, questi aspetti a volte fanciulleschi che Renato aveva, sin dai primi tempi quando stava a Padova e scriveva delle filastrocche assurde prendendo in giro i professori fino all’ultimo, nel ’58, quando passeggiava sul lungomare con lei, lui ha sempre scherzato. Lo scherzo, altro tema che Sciascia attribuisce a Majorana, è qualcosa che rafforza la nostra tesi per cercare di individuare i contorni della vita di un genio precoce. Lo scherzo è un altro modo di evadere da una realtà che si sa limitata; il genio sa che non è solo ciò che vediamo, ma qualcosa di più. Lo scherzo è un modo per aggirare la realtà.

Caccioppoli e Napoli si assomigliano?

Indubbiamente si assomigliano ed erano sicuramente in sintonia. Il popolo lo ha sempre amato. La Napoli di Caccioppoli non è quella stereotipata che in molti raccontano. Soprattutto in quegli anni Napoli era una città attraversata da fermenti di cultura, di tensione. Abbiamo scrittrici come Annamaria Ortese, Fabrizia Ramondino, Paola Masino, tre scrittrici che non a caso ho voluto ricordare, grandi e non abbastanza riconosciute. Napoli si identifica con Renato Caccioppoli. Come? Secondo me in questa non risoluzione della propria esistenza; Renato non la risolve, sa che insieme alla sua mente geniale se ne andrà anche lui, così la nostra città, la mia città, non è risolta, cerca sempre l’armonia e poi quest’armonia si rompe. Però in quel momento preciso della storia di Napoli, a cavallo tra la seconda guerra mondiale e il 1959, anno in cui Renato si uccide, Napoli ha un fermento vivissimo, c’è Eduardo della Napoli milionaria, si conoscono, si frequentano e insieme coltivano l’illusione che la città possa riscattarsi da tutti quegli stereotipi. Mi farebbe piacere che Renato fosse conosciuto di più e questa città fosse conosciuta meglio, spero di esserci riuscita. Per me Renato è l’espressione più alta di Napoli.

Il matematico leccese Ennio De Giorgi in un articolo sull’Unità dice di Caccioppoli: “Per quanto sia difficile e incauto entrare nel mistero di un uomo, se dovessi vedere un filo tra l’interesse artistico, l’interesse scientifico, l’interesse sociale e civile di Caccioppoli, lo vedrei in questa aspirazione di fondo all’armonia, e nel dolore che tutte le varie disarmonie ai vari livelli gli procuravano.” Dalle ricerche fatte per scrivere il libro ha trovato qualcosa che potremmo definire “armonico” in Renato Caccioppoli?

L’armonia Caccioppoli l’ha sempre cercata suonando, studiando e la cosa più bella detta su Renato è proprio questa frase di De Giorgi; Renato aspirava all’armonia in senso pitagorico. Entrambi erano matematici, erano molto buoni e amavano la cultura. Forse anche nell’alcol, come Baudelaire, Renato ha cercato l’armonia, quella che Ramondino chiama un’anima dilatatore. Renato era uno spirito troppo grande per cercarla nelle cose piccole che ci circondano. Mi ha detto un suo allievo e poi suo assistente che oggi ha più di novant’anni, si chiama Fiorenza, che si indulge sull’alcol, ma la verità è che è difficile spiegare le sue scoperte, i suoi postulati  e anche professori avrebbero difficoltà a spiegarli al pubblico e allora si coglie di Renato quell’aspetto, l’esteriorizzazione. Quella parte più esterna perché è difficile coglierne e spiegare il resto, l’essenza. Era un genio che ha dato molto all’umanità e come tale riusciva a comunicare con tutti, soprattutto con l’umanità più semplice. Durante la presentazione di domenica sera a Spongano, Chiara Valerio ha fatto un bellissimo intervento. Da matematica ha raccontato di quando ha avuto la possibilità – forse perché era una delle allieve più brillanti -  di poter studiare il testo di Analisi matematica di Renato ed è rimasta colpita dal fatto che il libro si concludesse con la parola “fine”, cosa insolita per un testo scientifico. Lui aveva capito che oltre non sarebbe potuto andare e in questo Chiara ha colto il preludio al suicidio, l’imminenza della fine.  

Caccioppoli era sicuramente attratto da donne originali, stravaganti, eccentriche. Che rapporto aveva Caccioppoli con l’universo femminile in genere?

Secondo me non era un rapporto facile, pur vivendo tra le donne, pur stimandole. Delle donne a lui vicine penso a Maria Del Re, una stupenda matematica del ‘900 di questa Napoli sconosciuta, alle sorelle Croce, ma anche alla mamma e alla famosa zia Marussa Bakunina. Lui è al centro di un universo femminile, mentre il fratello e il padre, il famoso zio Peppino della mia famiglia, sono figure sbiadite sullo sfondo. Renato esercitava una grande fascino sulle donne, mia sorella aveva otto anni più di me e me lo descriveva come un uomo bellissimo e invidiava alcune sue compagne di classe perché potevano farsi spiegare la matematica da lui.

Renato con il suo piglio internazionale e cosmopolita, aveva sangue russo, sangue francese, sapeva affascinare le donne e le donne rimanevano affascinate da lui. Però tranne Sara (Mancuso), che forse Renato sentiva potenzialmente una sua pari, per il resto ha sempre avuto uno sbarramento a che le altre donne non potessero veramente accedere alla più profonda intimità del suo universo affettivo.

Qual è il suo prossimo progetto?

Quando ho presentato il libro a Napoli all’Istituto di Studi Filosofici sono venuti tutti i miei amici, i miei compagni di classe. È stato commovente quando mi hanno ricordato che a scuola dicevo di voler scrivere questo libro su Caccioppoli. Sono passati cinquant’anni. Voglio dire è stato proprio l’esaudirsi di qualcosa a cui ho teso tutta la vita. Qualcosa di importante perché c’era stata una frattura con la mia famiglia, una frattura che andava sanata, c’era un rimpianto che andava colmato, perché mia sorella lo aveva amato e mia madre ne le aveva mai permesso di avvicinarlo.

Questo libro è stato un atto d’amore nei suoi confronti. In questo momento mi sembra di non avere più niente da raccontare, data la sua lunga gestazione. Ho fatto ricerche, una bibliografia vastissima notava Chiara Valerio a Spongano, andavo a Roma in archivio, anni e anni di interviste, da De Crescenzo a tutte le persone che mi potevano raccontare anche un solo frammento di lui. Ogni volta che mi cimentavo non avevo il coraggio, poggiavo la penna o chiudevo il computer. È stato il Covid che me lo ha fatto scrivere, forse diversamente non avrei mai avuto il coraggio. Era il primo lockdown, mi trovavo in Toscana con mio marito e i miei figli erano a Roma. E lì sola davanti a me stessa ho trovato il coraggio di prendere queste carte.

Ho avuto un altro grande amore nella mia vita che è Marcel Proust, che era anche amore di Caccioppoli – potremmo dire tout se tient! Tutto è collegato – però è stato più semplice avvicinarmi a Proust che a Caccioppoli, il che è tutto dire. Adesso che ho reso omaggio a queste due grandi passioni della mia vita, veramente non saprei guardare altrove, poi vedremo.

***

Lorenza Foschini lavora in Rai. Giornalista, autrice, e conduttrice di programmi televisivi di successo come "Misteri" e "Il filo d'Arianna", è stata anchorwoman delle principali edizioni del TG2. Vaticanista, sempre per il telegiornale, ha seguito i viaggi di Giovanni Paolo II in tutto il mondo. Attualmente è vicedirettore di Rai Notte. Per le edizioni Studio Tesi ha tradotto dal francese "Ritorno a Guermantes", raccolta di inediti proustiani, e per Rizzoli ha scritto "Inchiesta sui misteri di fine millennio" (Premio Scanno). Per Mondadori ha curato il saggio del grande politologo Giovanni Sartori, "La democrazia in trenta lezioni", tratto da una delle sue trasmissioni televisive.

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