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"La Carne", il romanzo di Cristò da rileggere oggi in piena pandemia

La Carne di Cristò (Neo. Edizioni) è la storia di un’epidemia immaginaria causata da un virus che rende gli infetti affamati di carne. Per Paolo Zardi che ne ha curato la postfazione, La Carne è un libro che emoziona, commuove e meraviglia. Uscito la prima volta nel 2016, è stato quasi predittivo

La Carne di Cristò dipinge un'epidemia immaginaria causata da un virus che rende gli infetti affamati di carne e impossibilitati a morire. Un’epidemia per la quale molti degli abitanti di una cittadina italiana (e chissà se in seguito di tutto il paese) si trasformano in zombie.

Non sono aggressivi, sono figli di un automatismo inerziale che li pone ordinati, in fila, davanti a depositi comunali per avere la loro razione di carne. Ogni famiglia ha almeno un parente che è passato dall’altra parte di questa linea immaginaria che li rende diversi dai sani. I sani non sanno con certezza se gli altri siano contagiosi o meno ma, nel dubbio evitano il contatto. Non sono rinoceronti ioneschiani, non subiscono una trasformazione fisica e il racconto non è la metafora acclarata dell’ascesa di totalitarismi, semmai di nullismi diffusi.

Gli zombie non parlano una lingua diversa, sono privi di linguaggio e di coscienza, i loro corpi non si deturpano, ma permane la stessa disumanizzazione, quella di un mondo che non è più come una volta. È la voce narrante a farci comprendere da subito che c’è stato un prima e un dopo, e quel momento di passaggio, quella liminalità avviene quando il protagonista è un bambino ed è vittima di un evento traumatico: Il mondo come era quando avevo otto anni non esiste più perché tutto si è fermato due anni dopo, e nel racconto da uomo vecchio riavvolge il nastro della vita e lascia che la storia ripieghi su se stessa.

Chi non incappa nell’ingranaggio dello zombismo non è animato dal buon senso, non è scevro dal conformismo degli incappati, ha solo paura, e la paura è un metodo per coltivare in un terreno arido e polveroso uno spirito di anestetizzante conservazione.

Dopo aver scoperto gli orrori di cui l'uomo è capace, il mondo deve ricostruirsi, e Cristò cerca di rendere il lettore consapevole del punto di non ritorno fino al quale si è spinta l’umana apparenza esistenziale, facendoci riflettere sul senso della non-vita, della solitudine di una società condannata(si) all’esercizio vegetativo. Se volessimo citare Lucio Anneo Seneca potremmo dire Gli uomini non vivono, ma sono sempre in attesa di vivere: rimandano tutto al futuro. Come se il futuro fosse la panacea a cui demandare l’incapacità di azione personale e la paralisi collettiva.

A un certo punto del racconto si incontra una massa di teste con gli occhi che danzano: un’immagine potente, resa ancora più potente dal silenzio che la sovrasta. Per capire cosa intendo è necessario leggere questo libro. Perché La Carne di Cristò è Letteratura. Una letteratura lontana dalla classificazione di un genere preciso: può cambiare con l’età del lettore, con il momento storico in cui si legge perché quando è stato pubblicato per la prima volta nel 2016, nessuno di noi, Cristò incluso, avrebbe mai immaginato che avremmo vissuto anni di pandemia. In tal senso oggi si potrebbe definire un fantasy profetico.

Poi nella sua seconda vita nel 2020 per la collana Iena di Neo. Edizioni (a dire il vero gli editori avevano proposto la ripubblicazione prima della pandemia), il potere predittivo diventa coincidenza tra il racconto e la stasi survivalista che stiamo vivendo, che ci pone spesso come il narratore del romanzo osservatori quasi scientifici di una sospensione esistenziale.

Letto adesso il romanzo ha infatti una connotazione ultra realista, dolorosamente vera, se pensiamo alla paura del contagio, alle spedizioni punitive nei confronti del diverso che il libro racconta, all’incapacità di molti di scegliere e lasciarsi trasportare dalle altrui decisioni per sentirsi parte di un branco, una massa che può ricordare gli eserciti di una guerra immaginaria e politicamente indotta verso ciò che non si comprende. Analfabeti strutturali e ultracrepidariani incapaci di leggere la complessità.

La Carne è un libro ispirato dall’immobilità a cui è stata condannata la generazione dell’autore, riempita di promesse mai mantenute e delusa dalle aspettative tradite. Quel tradimento, una sorta di ictus sociale che ha lasciato amara rassegnazione e incapacità di reazione, ha trovato voce nella scrittura di Cristò; una scrittura asciutta e concreta dentro la quale sono nati, li ha osservati muoversi e si sono evoluti i personaggi di questo racconto meta-onirico sull’intelletto comune, sulla contaminazione, sull’influenzabilità e per estensione sulla corruttibilità.

Cristò vive a Bari, è un libraio e ha pubblicato cinque romanzi: Come pescare, cucinare e suonare la trota (Florestano, 2007), L’orizzonte degli eventi (il Grillo, 2011), That’s (im)possible (Intermezzi, 2015), Restiamo così quando ve ne andate (2017) e La meravigliosa lampada di Paolo Lunare (2019) per Terra Rossa.

Accanto all’immagine di copertina del libro, per gentile concessione dell’artista la fotografia Meat me di Annamaria Amabile (2007 ).

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