Giovedì, 24 Giugno 2021
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Due sorelle, piccole storie e grandi dolori nella penna di Lisa Ginzburg

Intervista all'autrice di "Cara pace", uno dei dodici libri finalisti candidati all’edizione 2021 del Premio Strega. È il racconto di formazione di due sorelle a cui è sottratta la serenità da una famiglia apparentemente solida, che si scopre presto camminare sui piedi di argilla del padre Seba e della madre Gloria

Cara pace è uno dei dodici libri finalisti candidati all’edizione 2021 del Premio Strega su proposta di Nadia Terranova con la seguente motivazione: “Se la famiglia è un’istituzione sociale, un romanzo famigliare è sempre un romanzo politico: racconta i tic e le nevrosi dei legami dentro cui ci ingabbiamo da soli o da cui ci dimeniamo per liberarci, legami fondativi delle relazioni che avremo con il mondo. Nel solco di questa tradizione entra, con raro rigore e suprema eleganza, Cara pace di Lisa Ginzburg, in cui il rapporto fra due sorelle molto diverse è l’occhio con cui guardiamo nella vita dell’una e dell’altra e nella singolare famiglia da cui vengono entrambe”.

“Ginzburg fa una letteratura di piccole storie e grandi dolori; crea un mondo intimo e totalizzante a partire da “un’infanzia esplosa”, un abbandono, una ferita originaria; racconta la timidezza e la sfacciataggine, la fatica e la crescita, il desiderio di proteggere e il bisogno di proteggersi, fino a raggiungere una nuova verità: togliersi di dosso il carapace con cui ogni giorno ci difendiamo è un gesto di libertà che può, all’improvviso, donarci la cara pace di una nuova coscienza e di una raggiunta pienezza. In questo romanzo che non teme crepe e fondali ma sa anche indicare la feritoia da cui può passare la luce, la prosa di Lisa Ginzburg raggiunge una consapevolezza superiore, rivelando una scrittrice intensa e originale, capace di trasfigurare in letteratura i suoi spettri e le sue ombre”.

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Cara pace (Ponte alle Grazie) di Lisa Ginzburg è una storia dolorosa come un dente che spunta, come un osso che si allunga. Le protagoniste sono Maddalena e sua sorella Nina, la cui mutilazione emotiva causata dalla separazione dei genitori, è l’espediente narrativo su cui Ginzburg costruisce il racconto. È il racconto di formazione di due sorelle a cui è sottratta la serenità da una famiglia apparentemente solida, che si scopre presto camminare sui piedi di argilla del padre Seba e della madre Gloria; un’argilla porosa e assottigliata dal tempo e dalle intemperie di un amore fragile e sbilanciato, per il quale come sempre accade sono i figli a pagarne le conseguenze.

Maddalena e Nina sono due bambine, diverse per carattere, e poi per scelta, che diventano donne reagendo ciascuna a proprio modo alla sofferenza di quella frammentazione affettiva. Tra sottrazioni e addizioni, in un gioco di forze Maddalena e Nina cercano un modo, una possibilità di badare a se stesse perché è semplice da imparare; due orfane (Adesso siamo orfane senza esserlo), nonostante i genitori siano vivi, che si ritrovano a vivere con una governante francese assunta per salvare le apparenze, ma di fatto abbandonate, che le avvicina allo sport come disciplina di vita e le cura omeopaticamente senza gesti di affetto, con la solidità della presenza, e della cura per la loro istruzione.    

È così che Maddalena apparentemente dura, nella perfezione del comme il faut ritrova i punti di riferimento della sua corazza, del suo caparace, e che Nina apparentemente fragile scardina la dimensione dell’adeguatezza con il sinceridio (La verità. La verità azzittisce), per trovare la distanza emotiva di sicurezza che la sigilla nella sua solitudine popolata di conoscenze. Una sorellanza che crea un equilibrio fragile come l’acciaio. E in quella forgiatura metallica legata, insieme cercano di sopportare gli elevati carichi emotivi, gli urti e la fatica di costruire relazioni.

Maddalena ci riesce allontanandosi dal modello/non-modello di crescita contumace dei genitori, Nina replicandolo e addirittura rilanciandolo con aggiunte peggiorative. E come spesso accade, per una legge non scritta del contrappasso esistenziale arrivano a creare una proiezione tale da invertire ruoli e regole della loro emotività a specchio, e finalmente, pur non dicendoselo, possono riconoscersi l’una nell’altra, perdonare, perdonarsi; perché senza rancore si è ancora padroni della propria vita, e per entrambe quella consapevolezza inizia alla fine del racconto.

Nella certezza che Cara Pace sia un gioco di parole per parlare della corazza, dello scudo che le protagoniste del suo romanzo usano per difendersi dagli urti della vita, in quel distanziamento grafico tra Cara e Pace mi è parso di poter trovare l’esordio di una lettera che Maddalena scrive a se stessa e alla pace che cerca di trovare, un vocativo che gliela possa rendere amica. È un’interpretazione azzardata?

L.G.: Al contrario, mi sembra giusta: per Maddalena, per la psicologia del suo personaggio, la serenità è oggetto di anelito costante. Il viaggio in Italia che lei incomincia a desiderare sin dall’incipit del romanzo è una traiettoria per ritrovare sé stessa, una sé stessa nascosta con cui infine dialogare. Ripercorrere le ferite, rammendarne i lembi, massaggiarne le cicatrici: così l’agognata pace si profila, così lo scudo del carapace si spezza e separando le parole profila per Maddalena un acquietamento, possibile solo dopo la scossa della rottura del guscio. Tornare al passato, in altre parole è lasciarlo andare: si riesce a farlo quando lo si è infine metabolizzato, cioè ridisposto nella prospettiva più giusta per sé, per la propria comprensione dei fatti. 

Il libro è diviso in quattro parti, e mentre iniziavo a leggere la seconda intitolata Le Addizioni sono andata a riguardare la prima che ero convinta si intitolasse Le Sottrazioni, invece lei l’ha chiamato Le Correnti. Posso chiederle perché?

L.G.: Non cercavo simmetrie tra i titoli delle diverse parti (l’ultima, “Occasioni” non ha articolo determinativo come le altre). Da “correnti” mi pare che tutto parta, sempre, e in particolare nel caso del racconto di un’infanzia. Correnti psichiche che sottotraccia abitano gli avvenimenti, preparando i successivi, definendo gli schemi piscologici a venire. Tutto il dissesto famigliare che arriva, Maddi e Nina lo avvertono sulla loro pelle, per sequenze successive di percezioni sottili e violente come sono le percezioni nell’infanzia. Le correnti preparano, preannunciano, è ascoltando le correnti che si incomincia a scrivere.

Per concludere, nella lista dei suoi classici preferiti quale occupa il primo posto? Ce lo racconta in un tweet?

L.G.:  Anna Karenina, si trattiene il fiato con lei, ci si innamora perdutamente con lei, ogni respiro della sua passione è anche nostro, dopo averla letta non possiamo più dimenticarla, è un romanzo di bellezza assoluta.

Lisa Ginzburg è scrittrice, saggista e traduttrice. Ha tradotto il Commento mistico al Cantico dei Cantici di Jeanne-Marie Guyon (Marietti, 1996), le Pene d’amor perdute di William Shakespeare (Einaudi, 2001), e Orixás. Leggende afro-brasiliane narrate da Pierre Fatumbi Verger (Donzelli, 2006). Tra le sue pubblicazioni: Desiderava la bufera (Feltrinelli, 2002), Colpi d’ala (Feltrinelli, 2006), Per amore (Marsilio, 2016), Buongiorno mezzanotte, torno a casa (Italosvevo Edizioni, 2018) e Pura invenzione. Dodici variazioni su Frankenstein di Mary Shelley (Marsilio, 2018).

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