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Medicina legale. “In un’autopsia si trova solo ciò che si sa cercare e riconoscere”

Il noto medico legale Roberto Vaglio svela in una lunga intervista i segreti di questa professione, spesso fondamentale nella risoluzione di importanti casi giudiziari, come quello dell’omicidio della 17enne di Specchia Noemi Durini

LECCE - E’ l’anello di congiunzione tra la medicina e il diritto, e spesso la sua conoscenza è legata agli stereotipi diffusi dalle pellicole cinematografiche o dalle fiction in onda sul piccolo schermo. Ecco cos’è la medicina legale vista con gli occhi di chi la esercita ogni giorno sul campo, di chi le ha dedicato la vita e continua a farlo, considerandola un amore unico e totalizzante. Ce la racconta in questa lunga intervista, Roberto Vaglio, 56 anni, di Nardò, specializzato soprattutto nelle autopsie da quasi trent’anni, e firmatario di centinaia di consulenze redatte per conto del Tribunale di Lecce anche in importanti casi giudiziari.

Perché ha scelto la medicina legale?

“Il mio maestro ripeteva spesso che è la medicina legale che sceglie il medico e non viceversa.

In realtà io svolsi la mia tesi di laurea in cardiochirurgia, convinto del fatto che avrei trascorso la mia vita professionale in sala operatoria. E invece fu proprio quell’esperienza che mi avvicinò, in qualche modo, alla medicina legale, durante la preparazione di una tesi sperimentale condotta su cuori di maiali. E così ha avuto inizio la mia prima esperienza autoptica, che è poi diventata una forte passione. Per i primi anni di attività non ho fatto altro; in seguito mi sono dedicato anche alle altre branche della medicina legale, continuando a vivere con e di quel sentimento la mia professione ogni giorno.”

Di cosa si occupa un medico legale?

“Sintetizzando al massimo, potremmo dire che la medicina legale rappresenta l’anello di congiunzione tra la scienza medica e la materia giuridica, al fine di tradurre nel linguaggio giuridico le conoscenze mediche per renderle anche 'strumento di giustizia'. Però ripeto spesso che non si può essere buoni medici legali senza essere, innanzitutto, buoni medici.

Per 'fare la medicina legale' bisogna anzitutto essere profondi conoscitori delle scienze mediche e avere poi un certo feeling con il diritto e i codici. La medicina legale è quindi studio di elementi obiettivi e soggettivi, è analisi della fenomenologia, è valutazione del moto armonico di un soggetto, è capacità di interpretare scientemente dettati normativi e linee di indirizzo cliniche, è definizione di un nesso di causa che colleghi scientificamente due eventi, è applicazione metodica di criteriologie condivise e validate.”

In cosa consiste una perizia medico-legale?

“Nel 1597 fu pubblicato un testo, di cui si conoscono solo alcune parti isolate, intitolato Methodus testificandi, di Giovan Battista Codronchi. Nonostante il titolo dell’opera, metodo di testificare, possa essere frainteso con il significato di rendere testimonianza e con quello di attestare fatti conformi a verità e perciò simile a una certificazione, occorre precisare che in realtà l’autore intese invece scrivere un libro sul modo di fare perizie, nella consapevolezza di essere il primo a trattare questa materia medico legale. I pochi capitoli di quel libro sono sufficienti a spiegare perché nasce la medicina legale: cito, per esempio, il capitolo intitolato “se qualsiasi dose di veleno possa uccidere un uomo” o “con quale metodo il medico può scoprire i simulatori di malattie” o, ancora, quando ancora non si conosceva nulla della genetica, “se la dissomiglianza del figlio dai genitori costituisca o no indizio sufficiente di adulterio”.

Forse potrebbe essere utile, anche per dare una idea della concretezza che connota l’“arte medico legale”, rappresentare la finalità assoluta che accomuna tutte le perizie medico legali: fornire le basi per il raggiungimento di una verità scientifica e, conseguentemente, processuale. Questo vale in molteplici campi della vita quotidiana di ognuno di noi, che vanno dal risarcimento di un danno biologico, alla concessione di un beneficio pensionistico, alla compatibilità delle condizioni di salute con il regime carcerario, all’accertamento delle cause di morte.

Molti delitti non verrebbero nemmeno alla luce senza il supporto delle conoscenze, competenze, esperienze proprie della medicina legale che, occorre dire, sono proprie esclusivamente di questa materia e di nessun’altra branca della medicina.”

Perché è importante questa professione?

“Mi collego alla risposta precedente: l’importanza della professione è insita nella sua specificità. Intendo dire che se il medico si muove con estrema difficoltà nel campo giuridico e il giurista ha bisogno delle conoscenze mediche per risolvere la maggior parte delle questioni umane, il medico legale interviene a 'mediare', componendo nella sua persona - e con la sua attività professionale -questo 'conflitto'. Tale performance di successo non è garantita dalla dotazione di uno speciale bastone magico Asclepiano ma solo ed esclusivamente dalla formazione medico-giuridica del medico legale che ne fa un efficace comunicatore, permettendogli intesa con i colleghi medici e dialogo con i giuristi.

Per concludere, l’importanza sta nel fatto che la medicina legale tratta l’applicazione delle conoscenze mediche al diritto e trasferisce le nozioni giuridiche al medico, dalle quali non si può indubbiamente prescindere nell’esercizio delle professioni sanitarie.”

Lei è specializzato nel campo autoptico. Cosa ha provato la prima volta che ha esaminato un defunto?

“Il primo approccio non fu fortunato. Quando ero ancora a Bologna, dove mi sono laureato e specializzato e dove ho svolto i primi due anni della mia professione, mi fu affidato l’incarico di esaminare il corpo di una donna rinvenuto in una scarpata ferroviaria. Era lì da sei mesi, e tanto basta a comprendere lo stato del corpo e le difficoltà a compiere gli accertamenti necroscopici. Con un esordio così, il seguito fu molto più agevole.”

E oggi?

“Oggi ho la fortuna di avere accumulato un’esperienza oggettivamente rilevante, sia per il numero di casi affrontati e gestiti, sia per il carico e l’impegno professionale che molti di questi hanno richiesto (ore di lavoro, innumerevoli ricerche scientifiche, consultazione di testi e linee guida, confronto con specialisti, etc.).

Credo fermamente nell’apprendimento esperienziale: “fare” – ovviamente quando ci si è preparati con un percorso teorico strutturato - aiuta a prevenire gli errori o a commetterne di meno. Se però dovessi affermare di aver visto tutto, la risposta è negativa. Pur avendo imparato che si può perdere la vita nelle modalità più disparate e talvolta persino banali, devo dire che l’impatto è ogni volta diverso, a suo modo nuovo.

E poi, sono curioso. La curiosità con cui affronto un sopralluogo o un esame autoptico è sempre quella del primo giorno, nella consapevolezza di potermi effettivamente imbattere sempre in qualcosa che non conosco. Questo è il fondamento ed insieme lo stimolo autorigenerante della mia vita professionale.”

A causa del Covid, la sua professione ha subito dei cambiamenti?

La fase iniziale della pandemia ha indubbiamente obbligato a degli adattamenti. Nei primi mesi eravamo tutti all’oscuro dei pericoli che il virus e la malattia erano in grado di procurare e non conoscevamo i rischi conseguenti all’esecuzione di un’autopsia o anche solo di una ricognizione cadaverica.Verso la fine di marzo del 2020, l’Istituto superiore della sanità pubblicò un rapporto relativo alla Procedura per l’esecuzione di riscontri diagnostici in paziente deceduti con infezione da Sars-CoV-2, in cui si fornivano le prime raccomandazioni sugli standard di sicurezza necessari per l’esecuzione delle autopsie. In molti casi, prima dell’autopsia ho proceduto ad eseguire il tampone molecolare sui cadaveri e ricordo la grande preoccupazione che emerse quando fu rilevata la presenza di virus in un cadavere deceduto da undici giorni e per giunta mantenuto costantemente in cella frigorifera. Attualmente la situazione non è cambiata, bisogna continuare a mantenere elevato il livello di attenzione, nonostante la vaccinazione, soprattutto durante un sopralluogo giudiziario o una comune visita medica.”

Le è mai capitato di ispezionare il cadavere di un conoscente?

“Purtroppo si. È un caso che ebbe notevole diffusione mediatica e che ricordo ancora oggi con estremo dispiacere. Una sera di inizio estate fui contattato dal pubblico ministero di turno per un sopralluogo nel porto di Otranto, dove un pescatore subacqueo in apnea era stato travolto da un gommone in navigazione. Non mi fu comunicato il nome e quando giunsi sul posto il corpo della vittima era difficilmente riconoscibile. Solo dopo alcuni minuti di ispezione, riconobbi il volto di un collega che svolgeva l’attività di medico di medicina generale, che avevo conosciuto alcuni anni prima e con il quale vi era profonda stima reciproca.” 

IMG-20211229-WA0058-2 Quanto dura mediamente un’autopsia?

“La durata è molto variabile. Dovrei utilizzare una risposta che spesso si impiega in ambito medico che è: “dipende”. Il risultato atteso dell’attività autoptica deve connotarsi per l’estremo rigore scientifico-giuridico, ne consegue che qualsiasi investimento di risorse temporali è giustificato. L’autopsia richiede molta accuratezza e attenzione, perché ogni “errore” potrebbe compromettere l’esito e la finalità dell’accertamento. Ed a questo punto le rivelo un'altra regola aurea che ripeto spesso ai colleghi più giovani: durante l’autopsia si riesce a trovare solo ciò che si sa cercare e si sa riconoscere. Ecco spiegata, anche in questo contesto, la necessità di disporre di un valido bagaglio di competenze di medicina pura.

Tanto diventa ancora più evidente se si considera che l’autopsia in quanto “accertamento irripetibile” è una attività “one shot”, pur potendosi poi sviluppare innumerevoli e svariate valutazioni interpretative.

Volendo comunque fornire un valore numerico, le potrei dire che è difficile dedicare meno di due, tre ore a un’autopsia, ma in alcuni casi particolarmente complessi possono essere necessarie anche otto, dieci ore.”

In quanti processi è stato coinvolto?

“Difficile fornire un numero, anche solo approssimativo, dopo tanti anni di professione. Io svolgo quasi esclusivamente la mia attività per incarichi d’ufficio (ovvero nominato dal Tribunale), per cui succede con una certa frequenza di essere esaminato nel processo. Sarà accaduto almeno centinaia di volte. Vi è da precisare che non tutti i casi in cui è stata effettuata una consulenza o una perizia medico legale hanno poi un seguito processuale.”

Qual è stato il primo?

“Il primo lo ricordo bene, perché ero molto intimidito e insicuro. E la partecipazione al processo non si impara nelle scuole di specializzazione né, pur volendo, si studia sui testi. Avevo solo 27 anni e il processo si svolgeva presso il tribunale di Bologna. Si trattava di un incidente stradale con tre vittime che avvenne in autostrada e, purtroppo, una di queste era una bambina. In quegli anni, lo ricordo con tristezza, le cosiddette “stragi del sabato sera” erano frequentissime: quando il lunedì mattina entravamo nell’Istituto di medicina legale di via Irnerio, passavamo la giornata a esaminare i corpi di almeno 4-5 ragazzi per lo più giovanissimi che avevano perduto la vita per strada. Francesco Guccini e la famosa “Canzone per un’amica” era la colonna sonora di quelle tragedie.”

Qual è stato il caso più interessante?

“In funzione di quanto le ho raccontato sull’apprendimento esperienziale, devo confermare che è stato interessante, perché mi ha sempre e comunque insegnato qualcosa, ogni singolo caso di cui mi sono occupato.

In generale, devo dire che ci sono casi che, pur coinvolgendo poco l’opinione pubblica o avendo scarsa diffusione mediatica, hanno invece un enorme interesse medico legale, per la singolarità del caso o perché stimolano particolari ricerche. Per altri può valere il contrario. Sicuramente, un caso interessante, sul piano medico legale, è quello più insolito o eccezionale per le modalità con cui si è verificato.

Interessanti definirei sicuramente due casi che qualche anno fa (nel 2019 per la precisione) sono stati presentati a Baltimore (Maryland) in occasione del 71esimo Annual Scientific Meeting dell’American Academy of Forensic Science, evento a cui partecipano studiosi delle scienze forensi provenienti da tutto il mondo.

Uno riguardava il “curioso caso dell’uomo di latta” (come lo definirono gli americani), caso di omicidio degno di nota sia per il metodo criminale impiegato sia per la collocazione del corpo dell’uomo in un bidone metallico. In una pineta del Salento era stato rinvenuto un bidone coperto da vegetazione, sassi e cemento al cui interno furono rinvenuti i resti di un uomo con una corda intorno al collo e i resti di alcuni contenitori vuoti di acido cloridrico. Facile intuire cosa fosse successo.

L’altro era relativo a un peculiare caso di omicidio in cui l’ospedale, luogo per definizione dedicato alla cura ed intimamente votato alla sicurezza, diviene il setting di una azione aggressiva che si rivela letale.

Una donna di una settantina di anni allettata, affetta da Alzheimer in fase avanzata ed esiti di ictus, viene condotta al pronto soccorso ed è qui che è vittima di aggressione da parte di un altro paziente (pluripregiudicato con disturbi psichici). Il contributo dell’attività autoptica fu in questo caso fondamentale. L’analisi di dettaglio delle lesioni rilevate in corso di attività settoria sul tavolato osseo del cranio della vittima consentì di concludere che la donna era stata attinta da un cacciavite utilizzato a mo’ di pugnale. Questo dato condusse le indagini fino all’omicida.”

C’è stato un caso che l’ha “sconvolta” più di altri?

“Ne cito due: l’omicidio di Noemi Durini e il duplice omicidio di Eleonora Manta e Daniele De Santis. Il primo, oltre che per l’età della vittima, appena diciasettenne, perché solo all’esito dell’autopsia e delle indagini di laboratorio emerse che era stata dapprima ferita con un coltello e a colpi di grosse pietre e poi semisepolta sotto un cumulo di rocce di un muretto a secco, allorquando era ancora viva. Un epilogo tragico difficile da immaginare nella realtà e che di solito trova riscontro solo nell’immaginazione cinematografica.

Il secondo, recentissimo, per l’inaudita violenza con cui le due povere vittime sono state assassinate con un coltello dall’omicida nella loro stessa abitazione, luogo che dovrebbe per definizione essere quello più sicuro per tutti noi e che in quel caso divenne in pochi minuti set di un film horror.

Ma al di là dei singoli casi, mi sconvolge sempre, a prescindere dall’esperienza avuta in situazioni analoghe e in qualunque modo avvenga, la morte di un bambino.”

Quale contributo può dare all’accertamento della verità, per esempio, in un caso di omicidio, la sua professione? Ci fa qualche esempio?

“Un contributo, in molti casi, decisivo. A partire da quanto si può ottenere svolgendo attività di sopralluogo ovvero dall’osservazione attenta della scena del crimine, dalla raccolta degli elementi significativi, dalla descrizione accurata di tutti i dettagli ambientali, fino all’esame autoptico, che rappresenta solo uno degli accertamenti da compiere. Nel caso di un duplice omicidio avvenuto in un’abitazione di Porto Cesareo qualche anno addietro, nel quale i due coniugi furono sorpresi all’alba dal loro assassino e massacrati con violenza inimmaginabile, fu determinante il riscontro, sulla scatola cranica delle povere vittime, di lesioni scheletriche e di tracce di vernice verde. Quella vernice e quei segni riconducevano a uno strumento da lavoro, un piede di porco, che era l’arma del delitto e che consentì, attraverso le informazioni fornite dal negoziante che lo aveva venduto, di risalire rapidamente all’autore del delitto.”  

Ci vuole coraggio per fare la sua professione?

“Non direi che richieda coraggio, se lo intendiamo in relazione all’attività necroscopica. Molti colleghi medici legali non esercitano questo settore della disciplina, che è quello a cui tutti sono abituati a pensare quando si parla di medicina legale. Ci vuole certamente il coraggio di prendere decisioni talvolta molto difficili, perché in molti casi riguardano, per fare un esempio, la privazione della libertà di una persona.

Sicuramente la freddezza aiuta, ma è importante mantenere il giusto distacco tra l’emotività che una disgrazia altrui necessariamente provoca e la necessità di svolgere il proprio compito con professionalità.”

Qual è la principale qualità che deve avere un medico legale?

“Una sola “principale qualità” non basta. Sicuramente però l’equità deve essere sempre la principale dote di chi esprime giudizi. La ricerca della verità non ammette concetti precostituiti: un giudizio medico legale, per citare alcuni casi, orienta il giudice nell’applicazione di una misura cautelare, nello stabilire l’ammontare di un risarcimento, nell’accertare la responsabilità di un medico nell’esercizio della professione. Umiltà e buon senso, conoscenza e aggiornamento, accuratezza e coscienziosità. E un pizzico di talento naturale.”

Che consiglio darebbe a un giovane che intende intraprendere questa scelta?

“Non le nascondo che, probabilmente anche per il riconoscimento professionale ottenuto, molti giovani colleghi mi sottopongono quesiti di questo tipo, specie quando devono definire il loro percorso di formazione specialistica.

Come ho detto prima, ritengo che la direzione della scelta sia al contrario (la disciplina ti sceglie e non la scegli tu). Il consiglio sincero è per tutti lo stesso: la medicina legale non è solo studio e non si fa per avere un lavoro, che spesso è difficile da ottenere e arriva dopo molti anni.

Posso solo esprimere un giudizio personalissimo: per me la medicina legale merita tutto il tempo, lo studio, l’impegno che è possibile in una giornata. Io la vivo così, con una dedizione che definirei “monogamica”.

Proprio per la peculiarità dell’attività che si svolge, non è difficile ottenere il primo incarico giudiziario, ma il secondo. È essenziale, per il rinnovo dell’“investimento”, aver dato prova di professionalità, terzietà, sicurezza.”

Cosa rappresenta per lei la medicina legale? Come la definirebbe?

“Rappresenta il settore che più di altri, come la musica, lo sport, i viaggi, ha valorizzato quel pizzico di talento naturale che, come ho ricordato prima, è necessario per dare qualcosa di più.

La definizione: una compagna con la quale ho costruito il passato, vivo il presente e progetto il futuro, con la quale litigo spesso, qualche volta mi delude, altre volte non vorrei averla mai incontrata, ma dalla quale non riesco mai a separarmi.”

Quanto tempo ha sottratto la dedizione al suo lavoro alla famiglia?

“Molto, purtroppo. Per molti anni la maggior parte della giornata l'ho trascorsa fuori da casa. Poi, con l'arrivo dei miei due splendidi figli, ho iniziato a dedicare più tempo alla famiglia, viaggiare con loro e, finalmente, riprendere la mia grande passione per il mare, con mia figlia Francesca, che fin da piccola fa con me immersioni subacquee e con mio figlio Alberto, ottimo e paziente compagno di pesca.”

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