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Punto di fuga (21|Lettere): Shishkin e la corrispondenza al di là dello spazio 

Lo scrittore russo Mikhail Shishkin è un fermo oppositore di quello che definisce il regime criminale di Vladimir Putin. Il suo libro, candidato al Premio Strega Europeo 2022

Punto di fuga (21|Lettere) di Mikhail Shishkin, il cui titolo originale è Pismovnik (raccolta di lettere), è un romanzo epistolare senza una vera trama; un meta-romanzo che racconta la storia d’amore tra Voloden’ka, un soldato arruolatosi volontariamente nella guerra dei Boxer (1899-1901), e Sašen’ka, una ragazza che vive nella provincia sovietica.

Più che una raccolta di lettere, la corrispondenza tra i due è un inesorabile fluire di pensieri e ricordi che si solidificano sulle pagine fissando le loro crescite, i rispettivi vissuti familiari, le prime esperienze comuni e quelle più tragiche che Voloden’ka racconta dal fronte. Un album di potenti immagini dell’orrore della guerra che si susseguono e che non possono non rispecchiare il pensiero dell’autore. Mikhail Shishkin è un fermo oppositore del regime criminale, così lo definisce, di Vladimir Putin. In patria è considerato un traditore dagli ambienti vicini al governo e in queste settimane di guerra in Ucraina ha rilasciato molte interviste e dichiarazioni per dare voce ai russi che si oppongono alla guerra in corso. 

Punto di fuga è un romanzo che tratta temi universali usando dicotomie: maschile e femminile, corpo e anima, presente e passato, amore e morte, sofferenza e felicità, guerra e pace, in un susseguirsi di luci e ombre tra “un me e un te”, e  quel “me e te” sono Voloden’ka e Sašen’ka, il loro mondo immateriale fatto di un amore tenero, struggente che valica la carne viva e si fa filosofico. È Amore puro, infrangibile, disperato e ultraterreno. Voloden’ka e Sašen’ka sono l’uno l’inizio della fine dell’altra; due vite che muoiono diversamente: una fisica, dolorosa che sopravvive all’altro, e una metafisica, eterea eppure resa tangibile dal ricordo dell’altra.

La loro è una corrispondenza al di là dello spazio  - la Cina del 1900 e la Russia di circa un secolo dopo, e tra un paese e l’altro si colloca la magia indefinita di paesaggi interiori dopo la panthalassa esistenziale che li ha separati fisicamente - e del tempo:

Ebbene sì, ci sono ore e minuti, e il tempo siamo noi. Forse che il tempo esiste senza di noi? Ossia, noi non siamo che una forma d’esistenza del tempo. I suoi portatori e agenti patogeni. Ne consegue che il tempo è una malattia del cosmo. Poi il cosmo si sbarazzerà di noi, noi scompariremo e arriverà la guarigione. Il tempo passerà come un mal di gola.

La morte è la lotta del cosmo col tempo, con noi. Dopo tutto, cos’è il cosmo? È ciò che intendevano i greci: ordine, bellezza, armonia. La morte è la difesa della bellezza e dell’armonia universali da noi, dal nostro caos.

Ma noi restiamo.

Per il cosmo il tempo è una malattia, per noi è l’albero della vita. (p.289)

Nel racconto entrambi tendono a un perpetuo punto di fuga in cui convergono continuamente perché la prospettiva dell’amore di ciascuno è identica a prescindere dalla balistica e dagli esiti delle loro esistenze. Sašen’ka torna infatti alla cruda realtà di una finta vita normale, alla sua quotidiana guerra personale, Voloden’ka vive la guerra vera, il suo orrore universale, la forza dell’odio su cui poggia, la contagiosità del dolore:

Non ho ancora partecipato a una vera battaglia e non ho visto il nemico da vicino, o meglio, ho visto solo cadaveri. […] Per tutto il giorno c’è stato un viavai di feriti su barelle, sembrava non finire mai. […] mi è venuta paura di essere portato via così da un momento all’altro.(p.125)

[…]

Nel lazzaretto ogni notte muore qualcuno. I cadaveri vengono portati in una tenda separata, ma non reggono a lungo con questo caldo. Oggi ne hanno sepolti otto. Due di loro li avevo appena visti ieri mattina vivi e vegeti, poi in serata sono arrivati sulla barella, uno ferito a morte da una pallottola che gli aveva trapassato la gola da parte a parte, l’altro colpito all’addome. (pp.130/131)

[…]

Ho tanta voglia di scappare da tutto questo, di nascondermi, di dimenticare – di ricordare qualcosa della mia infanzia, la mia camera, i libri, noi. Pensare a qualcosa di buono e caro al cuore!  (p.133)

Shishkin si ispira alla tradizione letteraria russa rimaneggiandone il canone e, con una rara potenza narrativa, ci regala un racconto sul potere dell’Amore capace di riconciliare l’universo con se stesso. La sua lingua è lirica, lucida e innovativa resa magistralmente impeccabile dalla traduzione di Emanuela Bonacorsi.

Mikhail Shishkin è nato a Mosca nel 1961. Considerato uno dei maggiori autori russi contemporanei è l'unico ad aver ricevuto tutti e tre i premi letterari più prestigiosi di Russia: il Russian Booker Prize, il National Bestseller Prize  e il Big Book Prize. I suoi libri sono tradotti in oltre 30 lingue. In italiano sono disponibili Capelvenere (Voland, 2006), La presa di Izmail (Voland, 2007) e Punto di fuga (Lettera|21, 2022), il suo ultimo romanzo. 

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