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Mercoledì, 28 Febbraio 2024
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"Sylvia Plath. Le api sono tutte donne". Intervista ad Antonella Grandicelli

Sarà in tutte le librerie da domani 27 gennaio, il romanzo Sylvia Plath. Le api sono tutte donne a cura di Antonella Grandicelli, già disponibile sul sito di Morellini Editore (Collana Femminile Singolare diretta da Sara Rattaro). Si tratta della biografia romanzata della poetessa americana morta suicida a soli trent’anni nel 1963

Per chi ama Sylvia Plath come la sottoscritta che custodisce sul comodino il suo Meridiano di Mondadori, ogni nuova pubblicazione che la riguardi è un dono prezioso, una grande gioia. Dopo l’inedito racconto di Connie Palmen Tu l’hai detto (Iperborea) in cui è il poeta Ted Hughes, marito di Plath, a raccontare la sua versione dei fatti, il meraviglioso lavoro di Antonella Grandicelli riesce a stupire per la sua scrupolosa e appassionata ricerca e per la capacità di farsi Sylvia Plath, con una voce che aderisce a quella della poetessa, senza mai sovrapporsi. L’identificazione è tale che Sylvia Plath. Le api sono tutte donne  sembra un libro pensato e scritto in inglese dallo spirito di Plath per poi  essere restituito in lingua italiana in un impeto da traduzione automatica. L’autrice ci guida nella vita di Sylvia Plath a ritroso, partendo dall’11 febbraio 1963, il giorno in cui Plath, una donna sola, che ha lasciato il marito perché ha una relazione con un’altra donna, decide di uscire di scena per sempre:

L’istante prima del debutto è il migliore, il più bello, l’unico per cui valga la pena di avere i piedi nei sandali dal profilo appuntito, le narici invase dall’odore asciutto della polvere attaccata al velluto del sipario, la lingua vigile nell’incavo della bocca, tesa e pronta alla battuta.

Mi chiamo Sylvia e ho la testa nel forno.

In un estratto di The Savage God sul New York Times (11 aprile 1972), il poeta e critico letterario Al Alvarez, autore del libro e lettore privilegiato delle ultime poesie di Plath, parla del suicidio della poetessa e si domanda perché lo abbia fatto. Savage percepisce in quel gesto "un grido di aiuto" andato a vuoto, un ultimo disperato tentativo di esorcizzare la morte; morte di cui aveva iniziato a scrivere ossessivamente dopo la separazione dal marito che, seppure consensuale, la portò a riattraversare il dolore e il lutto  provato da bambina per la morte prematura del padre vissuta come un abbandono, Le due divinità della mia vita, mio padre e Ted, si incrociavano in quello scambio di dimensioni, si confondevano. Entrambi presenze ossessive, comunicavano con me attraverso la morte, come se solo in quell’interregno oscuro potessimo incontrarci.(p.112); e l’incidente d'auto avuto nell'estate del 1960 al quale era sopravvissuta per miracolo e che le lasciava finalmente la libertà di scriverne:

The more she wrote about death, the more fertile her imaginative world became. And this gave her everything to live.” (Più scriveva sulla morte, più il suo mondo immaginario diventava fertile. E questo le dava tutto per vivere).

E l'arte, si sa, non è necessariamente terapeutica, non sempre esprimere “quelle fantasie” è sinonimo di sollievo. Freud diceva che la vita perde interesse quando la posta in gioco più alta nel gioco della vita, cioè la vita stessa, non può essere rischiata e Plath invece quel rischio lo corre, gioca d'azzardo per l'ultima volta,  offuscata dalla depressione che le sottrae la  preoccupazione di vincere o perdere, fa male i calcoli e perde.

Grandicelli racconta molto bene la costruzione in fieri della mitologia della poetessa attraverso l’elemento extra-letterario, cioè l’attenzione mediatica suscitata dall’aspetto umano, il dolore ingoiato senza masticazione della maternità persa più volte, la fragile autostima, il senso di inadeguatezza estetica, il perenne fardello dell’imperfezione. In un dialogo con l’amica poetessa Ann Sexton, quest’ultima dice a Plath: «[…] quelle come noi non tentano di morire, tentano di vivere. La nostra è una lotta in questo mondo che ci vuole schiacciate, appiattite, con un sorriso radioso per aver ottenuto un bucato bianco o una perfetta conserva fatta in casa. Io non lo voglio questo, non lo voglio. […].» (p. 121)

Questo senso di imperfezione perenne e struggente sfocia poi in Edge, l’ultima poesia scritta da Plath, che esordisce con il famoso verso The woman is perfected./Her dead/ body wears the smile of accomplishment. (La donna ora è perfetta./Il suo corpo morto ha il sorriso della compiutezza). Solo nella morte, nel caso specifico nel suicidio che la poesia racconta, si può raggiungere la perfezione.

Grandicelli abbina questo scenario nero ad aspetti meno umbratili: la sua vivacità intellettuale, l’eccitazione procuratale dal vivere nella casa che era stata di W.B. Yeats, la conoscenza con T.S.Eliot, l’intelligenza acuta e per certi aspetti spigolosa, che ci restituisce una donna capace di trasformare il disastro in arte grazie al suo enorme coraggio. Un coraggio per certi aspetti anche fallimentare derivato dall’urgenza di un amore che valica la dimensione personalistica e si fa concetto universale, perché in Plath, l’io non esiste, si annulla nell’amore malato per Ted Hughes di cui lei aveva intuito la vera natura (Quando avevo conosciuto Ted, sapevo che questo era nel suo sangue. La seduzione era vino che gli scorreva nelle vene, ne esaltava gli zigomi, gli scuriva l’ambra degli occhi. Ne conoscevo l’effetto e l’esito.) e ne ottiene solo amaro disincanto.

Sylvia Plath. Le api sono tutte donne è un romanzo potente e originale. L’autrice segue lo stream of blackness di Plath che amava sporcare con l’inchiostro nero ogni possibile romanticismo, e lo fa con uno stile accurato, peculiare e un dispositivo linguistico articolato. Ne emerge un paesaggio linguistico gravido di suoni, se pensiamo alle api del titolo citate poi nel testo: Dalla finestra aperta seguivo il ronzio pulito delle api che disegnavano sentieri immaginari tra le pendule, gialle braccia degli alberi pioggia d’oro. (p.75) e poetico per raccontare l’innocenza, il senso di perdita, l’intemperanza e il dolore anestetizzato concentrati nel soffio dei trent’anni vissuti da Sylvia Plath.

Intervista di Emanuela Chiriacò all’autrice Antonella Grandicelli

Chi è per lei Sylvia Plath?

Al di là dell’intensità e del valore dirompente della sua poesia, per me Sylvia Plath è una donna assolutamente contemporanea. La sua storia, nonostante appartenga alla metà del secolo scorso, mostra aspetti e contraddizioni del vivere femminile che sono ancora irrisolti all’interno della cultura e della società in cui siamo calati e che rendono la sua drammatica esperienza di vita più prossima a noi di quanto si possa pensare. Sylvia Plath potrebbe essere una compagna di scuola, una vicina di casa, una collega di lavoro, una qualsiasi donna si incontri per la strada che sperimenti sofferenza e disagio nel muoversi e riconoscersi in ciò che da lei la società, la cultura, il tipo di educazione si aspettino.

La costruzione del progetto ha determinato un cambiamento nel suo modo di percepire Sylvia Plath?

Nonostante conoscessi Sylvia Plath attraverso la sua poesia, per affrontare questo lavoro – scriverne la biografia romanzata e dunque in prima persona – ho ritenuto imprescindibile cercare di avvicinarmi il più possibile al suo sentire, non solo in quanto importante figura del panorama letterario del suo tempo, ma soprattutto come essere umano, che viveva  in maniera quasi fisica le forti spinte e contraddizioni della sua personalità. Leggendo i suoi diari, le sue lettere e affiancandovi la lettura delle poesie che prendevano forma parallelamente al suo doloroso processo di crescita e di conoscenza di sé, ho scoperto a poco a poco la complessa geografia della sua anima, la potenza del suo genio creativo e la devastante, quotidiana corrosione delle sue fragilità. La sua incessante ricerca sulla parola, il suo tormento, la perfetta lucidità dei suoi deliri e l’incredibile intensità con cui ha vissuto, me l’hanno fatta amare come se le fossi stata accanto.

Per una donna il rapporto con la perfezione è una cosa dolorosa e complessa. In Plath diventa ossessivo e la sua conquista esiziale. Immagino sia stato complesso affrontare e raccontare questo aspetto. Cosa le avrebbe detto se avesse potuto parlarle come si fa con un’amica?

Non sarebbe stato possibile – e nemmeno giusto - lavorare su di una personalità così intensa e complessa evitando un completo coinvolgimento, anche emotivo, nella sua vicenda esistenziale. Ciò che di Sylvia Plath ho cercato di riportare al mio lettore, non è tanto la cronaca dei fatti della sua vita, pur determinanti per definirne il percorso, quanto la sua risposta alla sfida del vivere, in cui ogni aspetto, ogni gesto compiuto doveva raggiungere livelli di perfezione che lei sentiva imposti dalla società. Mi sono immersa nel suo pensiero, ho sentito il dolore violento del conflitto sempre più serrato ed esaltante tra il suo desiderio di affermazione sulla vita e la cruda attrazione verso la morte, ne ho seguito i passi sull’orlo di un abisso sempre più vicino e posso confessare che più volte sono caduta nella tentazione di pensare che, se avessi potuto parlarle, avrei tentato di proteggerla, di salvarla, senza riflettere che negli anni in cui ha vissuto non si era ancora sviluppata e diffusa la conoscenza medica di cui attualmente disponiamo sul disturbo della sindrome bipolare, di cui Sylvia probabilmente soffriva e che a volte l’affetto e l’ascolto amorevole non sono sufficienti a fermarne la parabola.

Accanto alla copertina del libro, l’opera Ad limina (2007) di Annamaria Amabile.

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