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“Nina sull’argine”. Veronica Galletta e il racconto delle morti sul lavoro

Seduta sull’argine della sua stessa esistenza con un carico emotivo complesso causato dalla fine di una lunga relazione, l’ingegnere Caterina Formica si appresta ad affrontare il suo primo incarico importante: la costruzione dell'argine di Spina, un piccolo insediamento dell'alta pianura padana

Nina sull’argine (Minimum Fax) di Veronica Galletta è il racconto di una porzione di vita di Caterina “Nina” Formica, una giovane ingegnere al suo primo incarico importante: la costruzione dell'argine di Spina, frazione di Fulchré, questo il nome della località, un piccolo insediamento dell'alta pianura padana. È l’agosto del 2005 e si sa che agosto è il mese peggiore per avviare un cantiere. Chiudono i fornitori, va in ferie il personale, scarseggiano materiali e manodopera. Ma le vie della politica sono sinuose e incoercibili, si annodano avanti e indietro fino a formare un groviglio.

E Nina si ritrova quasi intrappolata in quel groviglio fatto di ostacoli tecnici e burocratici, ottusità e pregiudizi dei colleghi maschi (il geometra dell’Impresa, l’assessore, il funzionario della Provincia, il rappresentante del Comitato locale), proteste degli ambientalisti locali e responsabilità relative alla sicurezza degli operai.

L’autrice opera una sorta di sconfinamento tra il paesaggio interiore di questa giovane donna in piena crisi personale e quello esteriore che la circonda; e mentre il paesaggio si trasforma per l’intervento umano del cantiere, le stagioni che si susseguono, Nina si ritrova seduta sull’argine della sua stessa esistenza con un carico emotivo complesso causato dalla fine di una lunga relazione.

Nina è una donna meticolosa circondata da uomini abituati all’approssimazione, e il suo ex compagno Pietro non fa eccezione; è una donna chiamata a dimostrare la sua competenza e bravura in un mondo professionale prevalentemente maschile, ciò che Rebecca Solnit definisce mansplaining (Men Explain Things to Me: Facts Did not Get in The Way): quell'atteggiamento paternalistico di alcuni uomini che tendono a commentare o a spiegare a una donna, con condiscendenza, o eccessiva esemplificazione o sicurezza di sé “qualcosa di ovvio, oppure qualcosa di cui lei è esperta, perché pensano di saperne sempre e comunque più di lei oppure che lei non capisca davvero”, alle volte supponendo che, quando un uomo parla, la donna “deve fermarsi ad ascoltare, magari pure quando ne sa di più”.

Nina non arranca per farsi valere eppure giorno dopo giorno le sembra di svanire fisicamente nella nebbia del luogo, e al contempo una coltre più lieve di vapore condensato rimane sospesa a contatto con i suoi pensieri; e lei cerca di arginarli, contenerli nell’alveo naturale della sua testa, per non lasciarli esondare.

Costruire un argine è una cosa complessa. Bisogna calibrare bene la quantità di terra fin dall’inizio, evitare le corde molli, prevenire i dilavamenti. Perché se si forma una breccia, puoi anche riparare, ma qualcosa rimane. Perché non basta ridipingere la casa e spostare tutti i mobili. Chiudere le fotografie di prima in un cassetto. Anche con la casa tinta e bianca come la sua vita di adesso. Pulita, ordinata, lineare. Una traccia rimane. L’argine lo sa. La memoria rimane.

È proprio la memoria che permane a causarle insonnia, una manifestazione palese della sua stanchezza emotiva, è addirittura tentata di mollare il progetto, ma è una professionista e da professionista non lo fa. E man mano che l’argine del cantiere prende forma, lei fa i conti con tutti i suoi fantasmi e matura la decisione di congedarsi da quel mondo.

Veronica Galletta è stata un ingegnere e la sua lingua si è modellata sull'esperienza della sua precedente vita professionale; con precisione e padronanza della terminologia da cantiere ci porta nel mondo del lavoro di oggi con tutte le sue fragilità e contraddizioni. La sua visione è originale e personale, e la sua sensibilità non trascura il bisogno di parlare di morti bianche e di vedove di uomini che avevano una vita, un nome, e sono diventati solo un numero per le statistiche.

Nel libro citi la seconda strofa della canzone Construção di Chico Buarque; un chiaro riferimento ad una morte bianca in un cantiere. Nella stessa canzone la quarta strofa dice che quell’uomo inciampò nel cielo come fosse un ubriaco, che fluttuò in aria come un passero, che finì a terra come un sacco flaccido, agonizzò in mezzo a un marciapiede pubblico e morì contromano disturbando il traffico. L’utilizzo dell’aggettivo pubblico e l’immagine del traffico disturbato dalla sua morte ci fanno comprendere che le morti bianche pur riguardando tutti sono spesso viste come l’interruzione di una quotidianità routinaria del tutto indifferente a queste tragedie. Perché sembra quasi vietato parlare di morti bianche?

“Ho scelto di usare per l’esergo una strofa di Construção di Chico Buarque credo proprio per questo. Per fissare il buco nero intorno a cui ruota tutto il romanzo, le morti sul lavoro. Intralciando il traffico, dice una delle traduzioni del testo di Buarque, e la trovo un’immagine molto azzeccata. Chi muore sul lavoro intralcia il traffico delle nostre vite, il movimento organizzato e rigido del nostro vivere comune. È un argomento molto delicato, e ad alto rischio di retorica, per questo cerco le parole più caute possibile”.

“Credo che il nostro passare avanti sia legato al nostro inconscio, al fatto che sappiamo dentro di noi che una morte sul lavoro è sempre una responsabilità collettiva, di una società che non ha saputo evitarla. Del resto le norme per la sicurezza sul lavoro sono molto chiare in questo senso: mettono sempre la collettività al centro della questione, in un modo anche filosofico quasi, anche quando è molto tecnico: le misure di protezione collettive sono sempre da preferirsi a quelle individuali. Ecco, assunti del genere dovrebbero diventare frasi guida per tutti noi. A un livello più personale, ho diretto cantieri per tanti anni, ed è sempre stata la mia paura più grande: che morisse qualcuno durante i miei lavori. Così grande, che alla prima occasione mi si è manifestata davanti, come un fantasma”.

La vita di Nina, la protagonista del tuo romanzo, è legata al concetto di argine, e nella mia lettura anche a quello di liminalità. Il suo primo incarico importante diventa anche l’ultimo, una sorta di apeiron, prima di compiere un vero e proprio rito di passaggio. È corretto pensarlo?

“È corretto sì. Nina sull’argine è un libro fatto di soglie, di porte, di passaggi. È una porta per noi Caterina, che si apre su un mondo e un microcosmo che altrimenti non avremmo potuto conoscere, quello dei lavori in un cantiere. È una porta quella che la signora Bola chiede che venga aperta sull’argine, per andare dall’altra parte. È una porta quella che si apre nel giorno dei morti, e permette a Caterina e l’uomo della buca di incontrarsi. E quindi sì, mi piace molto il concetto di liminalità, che tu introduci. Mi fa pensare alla transizione, e ai passaggi di stato. È un romanzo sui passaggi di stato come dice Caterina nel romanzo”.

«Non si chiede se questo cambiamento sia suo fino in fondo. Nessun cambiamento lo è. È solo un passaggio distato, una trasformazione da uno stato fisico a un altro. È stata solido, si è ritrovata controvoglia liquido, adesso vuole esplorare l’aeriforme. Così si sente. Aeriforme. E da aeriforme vuole riconquistare lo spazio, centimetro dopo centimetro, è solo questo il suo obiettivo.»

“Quindi, concludendo, non so cosa ci sia dopo per lei, quale sia l’altro suo rito di passaggio che la aspetta dopo la fine del romanzo. Io la lascio così, insieme ai lettori, stesa su un letto a ricostruire, e a immaginare”.

Per concludere, nella lista dei tuoi classici preferiti quale occupa il primo posto? Ce lo racconti in un tweet?

“Domanda impossibile, ma questo credo tu già lo sappia. Per questo mi perdonerai se me la declino ad hoc: nella lista dei miei classici preferiti che riguardano Nina sull’argine, e quindi questo specifico romanzo, occupa il primo posto La chiave a stella di Primo Levi. È la storia di Libertino Faussone, montatore di gru in giro per il mondo, raccontata attraverso gli occhi del suo interlocutore, alter ego di Primo Levi. Un romanzo che mette in scena una lingua altissima, mescolanza di linguaggio tecnico e lingua parlata e in parte inventata, attraverso riflessioni sul lavoro, incontri singolari, paesaggi misteriosi, in un grande omaggio al romanzo di avventura”.

Veronica Galletta è nata a Siracusa e vive a Livorno. Da ingegnere ha lavorato quasi vent'anni per un ente pubblico. Con il romanzo Le isole di Norman (Italo Svevo Edizioni 2020) ha vinto il Premio Campiello Opera Prima. Nina sull’argine (Minimum Fax) è il suo secondo romanzo.

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