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Giovedì, 18 Aprile 2024
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Complimenti, Italia. Ci volevano i bambini annegati per “scoprire” la rotta jonica

La tragedia di Cutro è stata sfiorata decine di volte nel Salento. Ma a livello nazionale si parla solo di Ong e di vuoti slogan politici. E nel dibattito annacquato sui migranti, sono caduti tutti dalle nuvole quando, invece, s’è consumata una tragedia annunciata. Ma solo per chi vive i territori e conosce i fatti

Urla di terrore strozzate nella gola di bambini trascinati in un abisso nero da gelide e implacabili correnti. Bocche che cercano l’ultimo sorso d’aria mentre il corpo sale e scende, come su una giostra impazzita, e le forze residue si spengono. Manine che si aggrappano disperate a mastodontiche onde d’acqua in cerca di un impossibile appiglio che sfugge alle unghie nel momento stesso in cui affondano nella montagna liquida. Il pianto di un vigile del fuoco provato a ogni esperienza e che però, no, davanti a questo pugno dello stomaco proprio non riesce a indossare una dura corazza che impedisca alle emozioni di tracimare.

Ce n’è voluto. Sì. Ce n’è voluto. C’è voluta una tragedia sproporzionata, l’affastellarsi di orribili immagini nella mente osservando i rimasugli di un trabiccolo di legno fatto a pezzi dalla rabbia incontenibile di un mare che sa essere il più impietoso degli assassini, se lo sfidi, perché non sta certo lì a guardare alla nobile causa.

C’è voluta una distesa di corpi, nella prima ora senza nome, sotto lenzuola bianche, corpi di persone che pure avranno avuto un vissuto, una storia, un fagotto carico di speranze da portare con sé nel viaggio verso l’ignoto.

C’è voluto il sangue versato di chi è pronto a lasciare tutto, a vendere case, cedere migliaia di euro a criminali senza scrupoli. C’è voluto tutto questo perché buona parte di italiani aprisse gli occhi sulla rotta jonica, che è una biforcatura marittima di quella balcanica terrestre, gestita dalle stesse organizzazioni che hanno base logistica in Turchia e ramificazioni potenti in Albania, Grecia e varie parti d’Italia. A Sud come a Nord.

Nella prima ora, le mie orecchie di piccolo cronista locale che da sempre scrive di sbarchi, sono rimaste frastornate, al limite del tormento, dalla quantità smodata di corbellerie e inesattezze che sono state costrette a udire. Persino prestigiose firme del panorama giornalistico nazionale, specie sui canali televisivi, hanno dimostrato una superficialità e un’approssimazione di conoscenza da far cadere le braccia. Una di queste, passata sotto il mio telecomando, a un certo punto se n’è uscita con qualcosa, tipo: “Abbiamo forse scoperto una nuova rotta?”. Salvo essere corretto, il giornalista, da uno degli ospiti in studio, tale Massimo Cacciari (il “tale”, si fa per dire), che abita peraltro ad anni luce di distanza dal luogo dei fatti, il quale ha spiegato: “Ma no, sono anni che esiste quella rotta”.

E io correggerei, minimamente, persino Cacciari. Non anni, ma oltre un decennio. Non meno di quindici anni, se vogliamo puntualizzare.     

Poteva accadere nel Salento

Quel barcone spezzatosi quasi in dirittura d’arrivo davanti alle coste di Cutro, nel Crotonese, nel mare in tempesta, avrebbe potuto trovare stessa sorte sulla frastagliata scogliera del Capo di Leuca, fra le secche di Ugento, magari lungo i litorali di Gallipoli. O, ancora, davanti alle marine di Melendugno, di Lecce o di Brindisi, nel Canale d’Otranto.

Chi conosce il fenomeno, sa che dal Vicino Oriente, in luoghi un tempo culle di civiltà e oggi schiacciate da cruente guerre intestine o in cui ogni minimo diritto civile è, semplicemente, cancellato con un colpo di spugna, da decenni si muovono masse speranzose di trovare riparo in Occidente.

Il primo punto di svolta di tanti destini è l’Egeo. Quello d’arrivo, il Salento o la Calabria. Cioè il passo fondamentale verso l’agognata libertà, che arriverà altrove, nelle regioni settentrionali dell’Europa, dove già esistono vaste comunità pronte ad attendere a braccia aperte i parenti in fuga.

Ma voi che state leggendo, ora, ditemi: sapete cosa fa la differenza fra uno sbarco sulle coste salentine o quelle calabresi, con partenza (il più delle volte) dalla Turchia? Se ancora non ve l’hanno spiegato, ve lo dico subito: o la disponibilità di “tassisti” ingaggiati allo scopo sul luogo dalle stesse organizzazioni criminali per raccogliere gli scafisti, una volta approdati (ed ecco perché quasi sempre si vedono decine di migranti arrivare, ma quasi mai nessuno incolpato di averli traghettati), o, più semplicemente, errori di rotta di chi conduce le barche.  

Ma, appunto, il fenomeno bisogna conoscerlo. E non bisogna parlarne per sentito dire.

Migranti: un dibattito al limite del surreale

Da troppo tempo in questo Paese il dibattito sulle migrazioni è annacquato da un grottesco e fastidioso vociare politico, un pastrocchio di parole al limite della mascalzonata che solletica la pancia del popolino a botte di “non possiamo ospitarli tutti” ed “è finita la pacchia”, mescolando tutto e tutti  -  migranti economici, chi fugge dalla guerra, chi dalla povertà estrema, chi da luoghi in cui anche solo non indossare un velo può portare alla morte o proferire una parola di dissenso al carcere duro - , in un calderone indistinto, in cui non si tiene mai conto delle rotte intraprese e dei vissuti reali.

Da troppo tempo si parla del fenomeno solo per il coinvolgimento delle organizzazioni non governative, messe in mezzo – sempre per fini politici, a seconda della sponda – o per attaccarle o per santificarle, quando il loro apporto alla causa, per quanto molto importante (direi fondamentale nella salvezza di tanti disperati), risulta minimo rispetto all’entità complessiva del fenomeno migratorio e comunque limitato a certe aree. Dati del Viminale del 2022 alla mano: alle Ong va attribuito il 16 per cento dei salvataggi, altrimenti svolti il più delle volte da guardia costiera o guardia di finanza, senza tralasciare gli sbarchi autonomi, che rappresentano quasi la metà degli episodi. E fra retorica, processi mediatici e nei tribunali, isteria collettiva, sembra che tutto si racchiuda nello spazio di mare dove operano le Ong e nella tratta verso Lampedusa. E non si raccontano mai, se non nelle pagine dei giornali di provincia, i fatti che li hanno preceduti. I fatti spiccioli. La cronaca, appunto.  

Cambiare rotta. Nella comunicazione

A questo punto, di chi è la colpa? Della politica nazionale? Anche. Ma i politici fanno i politici, per quanto, ogni tanto, ci si potrebbe attendere da loro persino un minimo di etica, specie se si ambisca a governare. La verità è un’altra e potrà anche dare fastidio, ma prima o poi dovremo dircelo: la colpa è soprattutto di un certo tipo di comunicazione che sembra aver smarrito la strada del resoconto puntuale e preciso a vantaggio della polemica e dei salotti infarciti di personaggi che si urlano addosso, avendo a volte una conoscenza basica degli eventi. I fatti, così, si disperdono, si trasformano, letti sotto una lente deformante, fino a raggiungere la consistenza di una poltiglia maleodorante di opinioni astruse. Una comunicazione ormai omologata, che non si preoccupa più di fare cronaca pura, perché l’opinione pubblica riesca a formarsi una sua idea. O, se lo fa, sempre a posteriori, quando ormai c’è scappato il morto.

Perché? Semplice. Perché raccontare una rotta e spiegare le motivazioni di fondo che spingono quotidianamente tanti disperati a intraprenderla, per quanto pericolosa, non tira acqua al mulino delle vendite o dello share allo stesso modo del tale politico di destra che attacca le Ong e del tale politico di sinistra che le difende.

E peccato che le navi delle Ong, da queste parti, non le abbia mai viste nessuno.

Qui, da quindici anni, vediamo solo guardia costiera e guardia di finanza, poliziotti e carabinieri, volontari della croce rossa e di altre associazioni, rendersi disponibili a ogni ora del giorno e della notte, anche per due o tre sbarchi in rapida successione. A oltranza, senza limiti di orari, senza mangiare, senza dormire, solcando le onde di notte, abbordando gli scafisti, se e quando possibile, soccorrendo vite in piena tempesta. E sono anni che raccontiamo di queste difficoltà, affrontate con pochi uomini e mezzi davanti a un fenomeno ormai gigantesco che pochi conoscevano al di fuori di questi confini. Fin quando non sono morti in oltre sessanta al termine dell’ennesima traversata.

I primi episodi già dal 2008

Ma davvero si deve attendere una tragedia perché un intero popolo prenda coscienza, perché s’inneschi un dibattito serio? Si deve davvero aspettare che i grandi giornali raccontino sulle prime pagine di queste rotte solo ora, con articoli che potrebbero essere stati scritti da qualsiasi cronista salentino dieci o più anni addietro, quando iniziavamo a studiare i percorsi e a cercare di capire chi li sovrintendesse?

Basti pensare che solo in provincia di Lecce i primi episodi iniziarono a registrarsi intorno al 2008 (ecco qui uno dei nostri primi articoli, LeccePrima era nato da un anno), in un’epoca in cui il termine “clandestini” era usato con più disinvoltura. E che tragedie come quella di Cutro, sono state sfiorate più volte, senza mai avere la giusta visibilità, proprio in provincia di Lecce.

Qualche esempio? Notte di San Silvestro del 2014, un’intera nave – praticamente un ferrovecchio galleggiante – arrivò a Gallipoli con circa 800 siriani. Ancora: primi di gennaio del 2016, oltre una trentina di migranti finiti in mare a Santa Maria di Leuca, una donna fu ritrovata ormai morta. E poi, settembre del 2017, una barca a vela si schiantò sulle scogliere, davanti a Gallipoli.  In aggiunta, Porto Miggiano (Santa Cesarea Terme), scontro sempre sulle scogliere, con ricerche in mare per eventuali dispersi. E si potrebbe continuare ancora e ancora.  

Se volessimo rubare un titolo a Gabriel Garcia Marquez, potremmo parlare dei fatti di Cutro come di una cronaca di una morte annunciata. Le avvisaglie, in episodi precedenti narrati con fluenti parole e puntigliosi dettagli dai cronisti locali, ma mai finiti oltre un colonnino nelle cronache nazionali o superando un rapido passaggio sui telegiornali. E nel silenzio, naufraga la conoscenza.

Non è certo così che si aiuta una nazione a formare un pensiero.

Breve storia delle organizzazioni criminali

E ora, volete una sintesi di quello che realmente accade dal dopo-esodo albanese che riguardò sempre le coste pugliesi?

Esistono gruppi criminali insediati in Turchia e in Grecia, capeggiati il più delle volte da soggetti delle stesse nazionalità di provenienza dei disperati dei Paesi del Vicino Oriente, che hanno presumibilmente agganci con la criminalità russa, tanto da riuscire ad accaparrarsi quelli che sono ritenuti fra i migliori skipper a livello di competenza marittima (soggetti provenienti da Ucraina, Georgia, Russia stessa e regioni vicine), oltre a imbarcazioni per le traghettate. Le più impiegate, per interi anni, sono state le barche a vela, per dissimulare viaggi di lusso. Spesso questi “viaggi” sono stati scoperti mentre le barche erano ancora in navigazione, per via degli scafi semi-inabissati, visto che il carico umano era contenuto nella “pancia”.

Le rotte sono due: una è quella balcanica terrestre, che arriva fino a regioni quali il Veneto, tramite veicoli, per proseguire nel nord Europa. L’altra è quella marittima, che volge verso lo Jonio. Coste salentine e calabresi sono le più ambite, per ovvi motivi geografici. Le organizzazioni hanno, in Italia, alcune cellule fondamentali: sodali che raccolgono gli scafisti riusciti a sfuggire alle maglie dei controlli, per ospitarli alcuni giorni in alberghi e farli ritornare alla “base”, reimmettendoli nel circuito appena possibile.

I costi sono esosi. Fino a 8mila euro per singolo migrante, per viaggi della speranza in mare aperto. I trasferimenti di denaro avvengono attraverso il metodo sarafi, tanto antico, quanto ancora in voga. Si tratta di circuiti finanziari clandestini. Quasi nessuno di questi migranti ha l’intenzione di restare in Italia. Di solito, ha già parenti in Germania, Gran Bretagna o altre nazioni del Vecchio Continente che li aspettano. Quindi, non li “ospitiamo tutti”. Lo Stivale è solo un punto di passaggio obbligato, com’è da secoli, per via della sua conformazione.

Articoli scritti all’inizio del 2022, e che rappresentano il compendio di almeno quindici anni di studio sul fenomeno della rotta balcanica terrestre e marittima jonica, nascono dall’operazione “Astrolabio” della guardia di finanza di Lecce. È una delle più importanti della storia contemporanea sul fronte del contrasto a quella branca della criminalità organizzata internazionale che si arricchisce con il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina (anche dal punto di vista della ricostruzione delle dinamiche e non solo per la qualità degli arresti), eppure non ha assolutamente trovato il giusto spazio a livello nazionale.

Per chi volesse capire di cosa stiamo parlando, suggerisco quest’articolo e i tre collegati (i correlati sono all'interno), nei quali troverete tutte le risposte.

E allora, cominciamo a dare meno spazio al chiacchiericcio, andando anche meno dietro ai social dove tutto si butta in caciara, per rendere un vero servizio ai cittadini, in tempi e modi utili, perché siano realmente consapevoli del meccanismo di fondo di certe situazioni, si costruiscano un’idea propria e non cadano tutti dalle nuvole al prossimo naufragio. Indipendentemente da ciò che emergerà dall’inchiesta della Procura di Crotone sulla gestione dei soccorsi, che il destino vuole retta da un procuratore di origine leccese, Giuseppe Capoccia. Conoscendone la qualità, sappiamo che andrà fino in fondo.

Ma qui, oggi, mi preme richiamare tutti ad altro: ritorniamo a dare importanza ai fatti. Perché se non lo facciamo, non capiremo mai di cosa hanno realmente bisogno i territori in prima linea, per fronteggiare un problema che riguarda tutta l’Unione europea.

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