Lunedì, 2 Agosto 2021
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“Vorrh. La foresta senza fine” di Catling, un capolavoro fosforescente

Brian Catling, artista multidisciplinare (poeta performativo, scultore, romanziere), modella personaggi e plasma storie, raccontando una colonizzazione fisica e mentale con l’aggiunta di elementi fantasy, folklorici, religiosi, dark, punk e usando una fervida immaginazione

Brian Catling è un artista multidisciplinare (poeta performativo, scultore, romanziere), e Vorrh. La foresta senza fine (2012) è il suo secondo romanzo, e il primo di una trilogia (cui seguono The Erstwhile nel 2017 e The Cloven nel 2018), che Safarà editore ha pubblicato in Italia quest’anno, con la meravigliosa traduzione di Massimo Gardella e le bellissime illustrazioni di Gianluigi Toccafondo.

Il titolo è un omaggio alla magica ed eterna foresta di Vorrh citata in Impressioni D’Africa del poeta patafisico francese Raymond Roussel. E proprio Roussel è uno dei personaggi principali che ritroviamo nel racconto.

Il Vorrh di Catling è una foresta selvaggia e oscura, la summa di tutte le sollecitazioni e suggestioni che la dominante cultura occidentale vi ha portato, e nel processo di sedimentazione ha creato un’ibridazione, una contaminazione inopinabile. È un universo vero e proprio. Il luogo ideale per l’immaginazione.

La foresta si estende dall’Africa all’infinito, e tutte le storie contenute, che a loro volta ne contengono altre, sono vere e non vere; è un essere senziente, intelligente, è la protagonista sullo sfondo, il teatro verde del racconto. Ma è anche respingente nei confronti di chiunque cerchi di attraversarla, infatti in molti si perdono assecondando la volontà velleitaria di avventurarvisi. Solo Roussel ingaggia un locale per raggiungere il suo cuore, che secondo la leggenda è il Giardino dell’Eden, che Dio ha creato per rimanere vicino alle sue stesse creazioni, e tra colonizzatore e colonizzato si crea una strana relazione, un legame molto forte nel momento in cui la foresta li mette alla prova.

Gran parte dell’azione però si svolge nella città di Essenwald, l’unica ai confini della foresta (Essen: mangiare, Wald: foresta, il nome sta già ad indicare che gran parte di ciò che entra nel Vorrh non può mai tornare indietro, al limite può emergere trasformato), che prosperava sul legname della foresta; Essenwald è una biblioteca per la foresta, un’appendice. È stata attirata qui quando il Vorrh era già antico. La vicinanza fisica di tutte queste persone permette a Dio di tenersi aggiornato sui costumi dell’umanità; i suoi angeli possono studiarvi. È a disposizione di tutti.

E a Essenwald Ghertrude Eloise Tulp, una donna curiosa (voleva scoprire ogni cosa, e possedere tutto. E subito.), si intrufola in una casa abbandonata e trova qualcosa di più significativo di quanto si aspettasse: un essere vivente tenuto prigioniero da un robot (Ishmael non era un essere umano come gli altri, ma non lo sapeva perché non ne aveva mai visto uno. Era cresciuto con i Kin: Abel, Aklia, Seth e Luluwa, macchine premurose di colore marrone scuro che l’avevano svezzato dalla nascita fino all’adolescenza. Somigliava a loro come forma, ma erano fatti di un altro materiale.); e tra Ghertrude e il prigioniero Ishmael si crea un rapporto singolare; da un lato lui non solo pretende la sua totale cura e attenzione, la stessa che otteneva del suo carceriere, dall’altro lei si rende conto che Ishmael è un ciclope il cui destino è tornare nel Vorrh.

Contemporaneamente un soldato inglese cerca di attraversare la foresta e mentre la sua memoria si sgretola, solo l’arco costruito con il corpo della sua fidanzata, che porta sempre con sé, può a aiutarlo a proseguire nell’impresa. Usa l’arco come una bussola, una guida, ma l’arma ha una sua coscienza e manifesta la sua disapprovazione contraendosi se l’uomo opera decisioni sbagliate.

Se questi tre personaggi tessono la struttura principale della storia, molti altri se ne aggiungono per accrescere il fascino della narrazione; c’è il fotografo e pioniere del cinema Edward Muybridge, gli schiavisti che gestiscono l'industria del legno di Vorrh, e tutta una galleria di personaggi che popolando il romanzo ci permettono di cogliere aspetti nuovi e interessanti della foresta stessa, e di comprendere la motivazione di ognuno ad affrontare quel viaggio.

Catling approccia l’argomento “cristianesimo” in modo originale ed avvincente, ponendolo in netto contrasto con la cultura locale e lo sciamanesimo; ci si potrebbe chiedere perché una religione strutturata come quella cristiana non attecchisca quando è collocata in un contesto così singolare e vitale come il Vorrh; o perché il valore fondante del cristianesimo si sia perso, e ai credenti sia negata la possibilità di entrare in relazione diretta con la sua essenza più pura.

Alan Moore, che ne ha curato la prefazione, lo definisce «un capolavoro fosforescente», e Vorrh. La foresta senza fine è un capolavoro fosforescente carico di simbolismo, mitologia e paure; racconta una storia di colonizzazione, fisica e mentale con l’aggiunta di elementi fantasy, folklorici, religiosi, dark, punk e una fervida immaginazione che lo rende un unicum, e il punto di partenza assoluto per ciò che verrà dopo. Le origini artistiche e soprattutto scultoree di Catling sono alla base di una lingua originale, resinosa, arborea e fangosa, che l’autore plasma e raffina creando un equilibrio di forza e bellezza assoluta; e il lavoro traduttivo di Massimo Gardella rende la continuità linguistica impeccabile.

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