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Foto di archivio.

Foto di archivio.

I legali del Movimento No Tap: "Non si può eludere la domanda di giustizia"

Dopo oltre tre anni è ancora a carico di ignoti il procedimento nato dalla denuncia di abusi fatta da alcuni attivisti nel dicembre del 2017. Intanto, la scorsa settimana, già definiti in primo grado tre processi contro un centinaio di loro

LECCE - Un intervento per certi versi irrituale, proprio per questo prova di un disappunto che non può essere contenuto nelle consuete dinamiche del palazzo (di giustizia), quello che i quattro legali del Movimento No Tap hanno affidato agli organi di informazione, qualche giorno dopo la conclusione, in primo grado di giudizio, di tre procedimenti nei confronti, rispettivamente, di 46, 25, e 55 attivisti. Come da richiesta, la pubblicazione è integrale. Gli autori sono i legali Francesco Calabro, Pinuccio Milli, Alessandro Calò, Elena Papadia.

"Abbiamo apprezzato, da difensori degli imputati, una amministrazione della giustizia straordinariamente efficiente, in termini di rapidità delle indagini e in termini di celerità dei dibattimenti, con sedici udienze concentrate nell’arco di sette mesi, spesso a distanza di una settimana l’una dall’altra. Da parte nostra, abbiamo compiuto ogni sforzo possibile per evitare che le esigenze logistiche legate alla limitata disponibilità dell’aula bunker - ripetutamente dichiarate prioritarie - prevalessero sul diritto di difesa. Sostenendo ritmi massacranti e tempi ridottissimi per lo studio dei verbali, per la preparazione dell’udienza, per il confronto tra le dichiarazioni dei testimoni di polizia giudiziaria e l’enorme mole (oltre 150 gigabyte) di materiale videoregistrato. E tentando di persuadere i nostri assistiti, non senza difficoltà, del fatto che procedimenti gestiti con rapidità così perentoria non fossero semplicemente il preludio di giudizi sommari".

Il comunicato così prosegue: "Quello che invece non siamo riusciti a giustificare - e che oggi non possiamo fare a meno di segnalare, per il rispetto dovuto alle persone che difendiamo - è il fatto che la stessa rapidità e la stessa efficienza non si siano finora registrate nei procedimenti avviati su loro iniziativa, per vicende verificatesi nello stesso contesto spazio-temporale: il fatto, per esempio, che il procedimento nato dalla denuncia degli attivisti ammanettati nelle campagne il 9 dicembre 2017 sia ancora a carico di ignoti, dopo oltre tre anni, pur essendo noti i nomi dei responsabili dell’operazione di polizia; o il fatto che siano ancora a carico di ignoti, anche in questo caso trascorsi tre anni, i procedimenti scaturiti dalle querele proposte dagli attivisti per i fatti del 13 novembre 2017, del 9 febbraio e del 9 aprile 2018. Crediamo sia tempo che le autorità giudiziarie competenti avvertano la responsabilità di rispondere - in un modo o nell’altro, purché si risponda - a una domanda di giustizia che non tollera più di essere elusa".


 

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