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Una delle recenti manifestazioni davanti alla struttura.

Una delle recenti manifestazioni davanti alla struttura.

Dipendenti della Rsa di Soleto scrivono a istituzioni: “Dal 31 marzo ci licenzierete?”

Speravano di tornare al lavoro prima di Natale, invece sono ancora a casa e senza risposte. Sostenute dai Cobas si sono rivolte a Regione, Provincia, Asl e Prefettura

SOLETO – Dal 31 ottobre scorso, quando anche il tredicesimo ospite è stato portato via, la Residenza sanitaria assistenziale “La Fontanella” di Soleto ha chiuso i battenti. Ma la trentina di dipendenti (operanti nella fornitura di servizi ausiliari di mensa, pulizie e lavanderia), protagoniste di una dura battaglia per salvare il proprio posto di lavoro, è ancora a spasso. E, soprattutto, priva di qualsivoglia risposta dalle istituzioni.  “Speravamo di ricevere almeno questa volta una risposta alle nostre tante domande. Una risposta a tutto ciò che da quasi un anno ci tormenta. Abbiamo sperato fino all’ultimo ma inutilmente.: a volte proprio il silenzio è la risposta a tutto, quel silenzio che più volte abbiamo trovato dietro a quelle porte che all’inizio ci sembravano la strada della salvezza”. Comincia con queste parole la disperata lettera che le impiegate della struttura del comune grico, dove si sviluppò un grave focolaio di contagi nella scorsa primavera.

Il 19 novembre scorso la Regione Puglia ha disposto la concessione per la riapertura della struttura di Soleto, ma la ditta Isa Fontanella srl (le cui quote di maggioranza sono detenute dalla società Tundo) attualmente è in concordato preventivo e subordinata a scadenze di pagamenti scaglionati da rispettare tassativamente. Ma il nodo è il seguente: se la struttura resta chiusa e i pagamenti non vengono fatti, senza onorare quindi il concordato, la struttura chiuderà per sempre? Eppure, alle dipendenti era stata paventata la possibilità di ritorno sul posto di lavoro già prima delle festività natalizie. Invece, il prossimo 31 marzo scadrà il Fis, il fondo di integrazione salariale: in poche parole, il timore è quello del licenziamento.

“Oramai, giunte al capolinea, non resta che arrenderci di fronte a questa strada senza uscita, per poter cercare di intraprenderne una nuova, che ci dia di nuovo la speranza e la forza di ricominciare. Ringraziamo chi in un modo o nell’altro ha “cercato” di aiutarci, forse pur sapendo di non poterlo fare, forse per la nostra insistenza, forse perché ancora esiste un po’ di umanità e sensibilità, forse perché come noi “sperava e credeva” che non avremmo meritato tutto ciò. Ci rimboccheremo le maniche perché il lavoro è dignità: quella dignità noi l’abbiamo persa il 20 marzo”, proseguono e concludono le lavoratrici nella missiva indirizzata a Regione, Provincia, Prefettura, Asl e ad altre istituzioni dalle quali attendono ora risposte urgenti poiché: “Siamo a casa, pagando colpe che non abbiamo”.  Il segretario provinciale dell’organizzazione sindacale Cobas, Giuseppe Mancarella, ha dichiarato: “Ci siamo presentati il 12 gennaio in un incontro in prefettura e abbiamo sollecitato un tavolo con le istituzioni competenti per comprendere il futuro lavorativo dei dipendenti rimasti e che attualmente vivono grazie all’ammortizzatore sociale. Ma non abbiamo ancora ricevuto risposta”.

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