Mareggiate e danni: la pianificazione dell'uso della costa è una priorità

Tempeste e burrasche sono sempre più frequenti: il surriscaldamento e l'innalzamento del livello del mare richiedono risposte urgenti e intelligenti. A chi giova fingere che tutto sia come 50 anni addietro?

Una foto dei danni a Porto Cesareo.

LECCE – Non bisogna scomodare Greta Thunberg per comprendere che di fronte alle conseguenze dei cambiamenti climatici è necessario costruire oggi, senza alibi per ulteriori rinvii, una strategia di pianificazione in grado di attutire gli effetti disastrosi di mareggiate, alluvioni, tornado e fenomeni similari.

Lo deve fare, a maggior ragione, un paese molto fragile dal punto di vista idrogeologico come l’Italia, ma lo deve fare tutta l’Europa: studi scientifici oramai datati di diversi anni e riconosciuti pienamente a livello internazionale paventano scenari molto preoccupanti per i prossimi decenni. Le previsioni dei ricercatori italiani e degli enti preposti (come l'agenzia nazionale Enea) su cosa di questo passo potrebbe succedere entro la fine di questo secolo sono assolutamente allineate con quelle ipotesi: le mappe delle aree costiere a rischio inondazione sono state aggiornate con sette nuovi tratti, di cui uno in Puglia, sul litorale di Lesina, che si va ad aggiungere al Golfo di Taranto, per un totale di 40 siti. Questo significa un arretramento della linea di costa e di tutto quello che c’è a ridosso della stessa.

Ignorare quanto sopra significa assumersi una responsabilità enorme. La mareggiata di martedì ha messo in ginocchio Porto Cesareo, ha infierito anche su Santa Maria di Leuca e parte di Gallipoli. Si tratta di fenomeni che ci sono sempre stati, ma negli ultimi anni sono diventati sempre più frequenti. Non è certo un caso: il surriscaldamento del pianeta, dovuto a sua volta alle emissioni di ossido di carbonio in atmosfera, innesca un meccanismo a catena di cui si prende atto in modo traumatico facendo la conta dei danni. Si invocano stati di calamità e finanziamenti, pensando così di ricostruire a ripartire. La classe politica, mediamente più interessata al consenso per la successiva elezione che a una visione in prospettiva che salvaguardi l’interesse generale, subisce troppo spesso in maniera supina la pressione di chi è più interessato al mantenimento dello status quo. La proposta di emendamento alla legge di bilancio avanzata dal M5S (già naufragata l'anno scorso) di bloccare per un anno il pagamento dei canoni di concessione e i procedimenti di riscossione coatta degli importi non versati dai balneari è un esempio di questa miopia.

Illudersi di cristallizzare un quadro che invece la realtà dei fatti si sta incaricando di sconvolgere a cosa porta? Basta, del resto, confrontare i ricordi dell’infanzia con le immagini del presente per verificare quanto siano arretrate le spiagge del Salento. Detto altrimenti: quanto sia avanzato il mare. In maniera tangibile, vistosa, nella maggior parte dei casi. È sufficiente constatarlo osservando il litorale in una giornata normale dal punto di vista meteorologico: strutture balneari, alcune delle quali addirittura in cemento e dunque inamovibili, sono oramai sulla battigia e non si può nemmeno passeggiare senza dover mettere i piedi in acqua. Ribadire questa verità non significa assumere una posizione ideologica, ma di buon senso, oltre che fondata scientificamente. Negarla significa, piuttosto, sventolare la bandiera dell’ipocrisia. Ridurre la questione a un conflitto politico vuol dire non aver capito nulla di quello che sta accadendo e, per questo, scavarsi da soli la fossa. Se non domani, molto presto il mare metterà fine in maniera irreversibile alla diatriba, prendendosi tutto.

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Ecco che interesse generale e interesse particolare possono e devono convergere sull’adozione di modelli sostenibili e su azioni di monitoraggio continuo che consentano un uso flessibile e intelligente del litorale (come prevede il redigendo piano delle coste del Comune di Lecce). Per salvaguardare in maniera lungimirante l’attività di impresa – e i posti di lavoro su cui pure ci sarebbe molto da dire e approfondire - serve innanzitutto ripensare il rapporto tra insediamenti e attività umane e costa, troppo spesso intensivo e selvaggio, a favore di insediamenti leggeri e amovibili di fruizione balneare, ma anche agevolare il ripascimento dunale e l’espansione delle aree umide sulle quali invece si è costruito senza logica. In uno scenario ambientale estremamente dinamico come quello costiero, soggetto a tante variabili, ostinarsi a mantenere una costante come se nulla stessa accadendo intorno non aiuterà a risolvere l’equazione, ma soltanto a peggiorare le cose, scaricando sulle spalle di figli e nipoti soluzioni che saranno sempre meno possibili ed efficaci perché intanto la natura avrà fatto il suo corso. Bisogna capire e dire con onestà intellettuale chi vuole cosa.  

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