Mercoledì, 16 Giugno 2021
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“Mio padre? Uno dei più grandi cantanti di tutti i tempi”: l'intervista a Schipa Jr.

Il figlio del grande tenore salentino, anch'egli musicista e compositore noto in tutto il mondo, si racconta: “La memoria di Schipa, quando c'è, è imprecisa”

In foto: Tito Schipa Jr.

LECCE – Non è sempre facile essere un figlio d'arte e riuscire ad affermare la propria orginale identità nel panorama musicale. Specie se il nome è quello di Tito Schipa, noto tenore e attore nato nel capoluogo salentino nel 1888 e ricordato come "L'usignolo di Lecce".

Il figlio però, legittimo erede anche sul profilo artistico, è riuscito a ritagliarsi un posto di tutto rilievo dando vita a un mix originale che tiene insieme la tradizione dell'Opera e la musica contemporanea, la cosiddetta “opera rock”, nota ormai in tutto il mondo.

Tito Schipa jr, al secolo Tito Luigi Giovanni Michelangelo Schipa, è musicista ma soprattutto compositore, cantante e regista: ci ha voluto raccontare la sua vita e la sua carriera, alla luce dell'eredità del padre, nel corso di un'intervista che riportiamo integralmente.

Come è stata la sua infanzia?

Sono nato a Lisbona in un baule, per così dire, durante una tournée musicale e, dopo 6 mesi a Lisbona, altri 6 mesi in Argentina, poi 3 anni a Los Angeles mi sono trasferito in Piemonte e qui mi sono fermato fino ai 9 anni d'età. La mia è stata un'infanzia felice, vivevo in campagna a contatto con gli animali, insieme alla tata mentre i miei genitori giravano il mondo. Ho respirato musica sin dai primi istanti di vita e prima ancora, nella pancia di mia madre, seconda moglie di Tito Schipa e piemontese d'origine, che possedeva un grande talento musicale.

Come è stato il rapporto con suo padre?

Non certo profondo perché era sempre in giro, lo vedevo pochissimo. Tra un incontro e l'altro potevano passare anche 10 mesi per cui abbiamo costruito, più che altro, un rapporto di amicizia e simpatia. Ho cominciato a capire mio padre solo dopo la sua morte, quando io stesso ho cominciato a lavorare nel suo settore: a quel punto ho capito chi fosse Tito Schipa e sono diventato il suo fan numero uno e il suo biografo, spinto da reali motivazioni artistiche e non solo di tipo filiale.

Ha un aneddoto da raccontare, un episodio cui è particolarmente affezionato?

Sì e devo partire da un musical molto famoso, “Carousel”, che racconta la storia di uno schiaffo, fortemente contestata dalle femministe a suo tempo: uno schiaffo dato in circostante tali per cui, a distanza di tempo, viene ricordato addirittura come una prova d'amore. L'unico episodio di mio padre, legato a uno schiaffo, lo ricordo con molta simpatia: ci sedemmo al pianoforte insieme, per fare un pezzo a quattro mani, cosa che accadeva raramente. Io cominciai a mostrare il mio solito difetto, quello di accelerare i tempi musicali. Lui mi ripeteva di non correre e, alla fine, mi ha tirato quello schiaffo che, negli anni, ho sempre ricordato con nostalgia e affetto. Io studiavo il pianoforte che ho usato per comporre e anche in  scena nel mio periodo di cantautorato. Come strumentista però non mi piaccio; ho sempre preferito cantare, scrivere e comporre.

La sua carriera da musicista è stata influenzata dall'aura di successo di suo padre? Come ha vissuto la condizione di figlio d'arte?

Anche in questo caso ho avuto una certa fortuna. Il nostro rapporto generazionale infatti, considerata la differenza d'età, era più del tipo nonno – figlio: mio padre non era quindi così vicino da schiacciarmi ma neanche da aiutarmi. Certo, la sua influenza è stata fortissima e mi sono ispirato alla sua produzione musicale. L'opera, in generale, mi ha condizionato. Infatti mi attribuiscono l'etichetta del melo rock: sono riuscito a fondere la musica della mia generazione con il melodramma, e questo lo devo a lui. Il mio primo esperimento di “opera rock” l'ho fatto sulla musica di Bob Dylan, del quale poi sono diventato traduttore ufficiale in Italia. Successivamente ho composto la mia prima opera originale, “Orfeo 9” che, pur non essendo portata in giro in chiave tetrale, è stata tradotta in un film e in un disco di grande successo con cui abbiamo chiuso la Mostra del cinema di Venezia nel 2008.

Che rapporto ha con il Salento, terra che ha dato i natali a suo padre?

A Lecce ho fatto diversi concerti e, al teatro Politeama Greco abbiamo portato in scena recentemente “L'elisir d'amore” di Donizetti. Da più di 40 anni stiamo tentando di realizzare, con una certa fatica, un museo fondato sui cimeli, tra i quali i preziosi costumi di scena, oggetti personali, fotografie dell'archivio fondato da Gianni Carluccio, correlato ad attività multimediali e didattiche. Lecce è un territorio molto vivace ma, in questo contesto, riuscire e mettere tutti d'accordo non è semplice. In ballo c'è anche il progetto parallelo della Fondazione, portato avanti dall'associazione culturale Mito Tito Schipa. Gli attriti però non mancano. Basti pensare alla vicenda dell'ex Liceo musicale che fu finanziato da mio padre con un milione di lire, cifra che nel 1930 era notevole, ma oggi la sua proprietà è controversa: se quel liceo deve diventare la sede del museo, bisogna prima capire di chi è e poi occorre raggiungere un'intesa riguardo alla sua gestione. E non mancano le polemiche sul nome, considerato che il Conservatorio musicale è già orgogliosamente intitolato a Schipa. Anche la posizione della Regione Puglia, relativamente al finanziamento della Fondazione, rimane ancora incerta.

Quali sono gli obiettivi della Fondazione e del Museo?

Entrambi nascono con lo scopo di valorizzare ciò che Tito Schipa ha rappresentato, ovvero la cultura del racconto in musica, dall'opera del '600 fino al musical di Broadway. Tutto ciò che succede nei teatri internazionali deriva, infatti, dall'Opera Buffa nata tra Napoli e Lecce. Noi siamo stati gli unici, nel mondo, ad aver inventato il racconto in musica: gli altri ci hanno solo imitato. Bisogna recupare questa tradizione ed esserne, orgogliosamente, i genitori.

Il patrimonio di Schipa, nel Salento, è sufficientemente apprezzato e riconosciuto?

È difficile dirlo e su certi argomenti sono un po' polemico: ricordare Schipa solo come tenore è infatti una grande limitazione. Lui non era il più grande tenore: è stato uno dei più grandi cantanti di tutti i tempi, insieme a Frank Sinatra e Louis Armostrong. Se si valuta solo come tenore si possono mantenere molte riserve, ad esempio rispetto al fatto che può risultare poco aggressivo o troppo delicato. Ma ormai manca no le compentenze, anche in chiave di orecchio musicale popolare, per comprendere Schipa e quindi la sua memoria, quando c'è, è imprecisa.

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